Torino-Milano, ore 19.18 addì 2 marzo 2010. Kindle squadernato, “Justice” di Michael Sandel. Alzo gli occhi, sbircio la copertina del libro che sta leggendo un tale di fronte a me: “Odissea stellare”, di Peter Kolosimo, edizione originale. Spengo il Kindle. Sovrastato.
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Nelle future modalità di impaginazione delle notizie, su qualsiasi device si eserciteranno, ricordiamoci che in alcuni momenti forse è il caso di uscire dagli schemi ed evitare accrocchi di questo tipo.
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La mia passione per il game design è cialtrona e scoordinata: la coltivo secondo queste personali coordinate (quindi in modo disordinato e casuale) perché mi aiuta in pezzi del mio lavoro (forse in tutto il mio lavoro). In termini di design, relazione, interrelazione e capacità di ascolto molti imperatori della retorica ben informata contemporanea avrebbero solo da imparare da persone come Jesse Schell.
Oltre al video, se avete tempo e voglia di intelligenza leggete il suo The Art of Game Design. E se per caso avete un Kindle nei paraggi, anche solo il sample gratuito può essere sufficiente. A proposito: l’edizione elettronica costa 33 dollari, alla faccia dei modelli di business innovativi e fruibili dall’utenza. La copia fisica trova, sempre nell’edizione inglese, anche presso store italiani intorno ai 42, 43 euro.
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È uno dei casi, ne esistono molti, in cui l’immagine non può, non riesce, non ce la fa: nel romanzo di McCarthy le parole scavano, erodono, sminuzzano, tratteggiano e scolpiscono a secco. La visione di quello che La strada racconta produce distanza. La superficie dello schermo rimane, mentre le parole superano qualsiasi diaframma (dalla carta, nella splendida traduzione di Martina Testa, alla superficie liscia del Kindle in originale). Troppo abituati alle catastrofi, ai grigi dell’incertezza, ai cattivi per stupirci di quello che vediamo: ma la storia che Cormack McCarthy ha sempre detto di aver voluto scrivere, la storia di persone buone c’è, e rimane. Il film di John Hillcoat non regge, a mio modestissimo parere, il paragone con un libro meraviglioso e coraggioso, ma è un bel film, ecco. Una storia di persone buone circondate da un male senza nome e perché. Che non lo si possa vedere in sala è il male vero, e l’ennesimo contributo all’abbassamento del nostro sentire. Tutto qui: di recensioni in rete ne trovate molte, e molto più belle di quelle che potrei scrivere io, che potrei solo ripetere quello che è già stato detto, e aggiungermi all’elenco delle persone che dopo aver letto il libro si sono fermate a guardare i loro figli, nel sonno. Per ore. Come racconta McCarthy qui. Certo, forse a vederlo al cinema, e non su uno schermo pixellato, cambia. Potendolo fare. Già, perché come si sa al momento non ha distributori.
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Basta: oggi ho preso l’iPhone, ho cancellato le apps di Repubblica e Corriere, fatto un banale link di accesso diretto ai due siti e, un po’ per sberleffo un po’ per apprezzamento (va da sé) della testata, scaricato, per la somma di euro 2.99 l’applicativo del Guardian. Meglio avere il giorno prima notizie che spesso il giorno dopo sono le stesse e con le fonti in piccolo, piccolissimo (tanto piccolo chea volte non si vede) che non un paio di fabbricatori di spottini giornalistici privi di visione. Euri andati all’estero. Io sono uno, ma qualcuno sta pensando che tanti chiunque fanno un mercato?
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No, non quello dei Depeche: Mark Porter, tra l’altro autore del nuovo design di Internazionale, affronta l’altro mito contemporaneo della ricerca (di un pubblico, di un modello, di una narrazione – l’ultimo valore forse un po’ troppo oscurato dai primi due) giornalistica contemporanea, quello delle news personalizzate, a partire da un esperimento concreto ma – soprattutto – approcciandosi al tema in termini di design:
Editorial design is not just about readability or seduction, it is about creating an environment which reflects the values of the title. And to lurch suddenly from one environment to another, as you do here, can be quite vertigo-inducing. So if there’s a future for this kind of operation, it might have to be one where the content is poured into a new, conisistent design. There’s a good reason why web aggregators and weekly magazines have succeeded in this territory, but so far newspapers haven’t.
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Ieri sera al Circolo dei lettori presentazione de Il sangue è randagio, presente un James Ellroy a metà fra il consumato attore e il gentleman in vacanza, incastrato in domande di rito su metodo di lavoro, contrapposizione fra storia e fiction, il classico pesare quanto sia vero e quanto falso, quanto di destra e quanto di sinistra, cosa siano destra e sinistra e poi Nixon e Kennedy e il sogno americano, nuotando nel solito spazio amniotico in cui viene di norma collocato l’autore maudit chiunque-esso-sia, fra il romantico e il voyeur, fra genio e follia, cui hanno fatto seguito risposte di rito, da tour promozionale, quando parti sapendo che per mesi mille perfetti sconosciuti più (meno) preparati si affaccenderanno intorno a te per chiederti le stesse cose, intervista dopo intervista, giorno dopo giorno, e sai che dovrai dare le stesse risposte, complici una barriere linguistiche simili a un blocco di marmo e distanze culturali che qui da noi fanno sembrare Los Angeles e l’America più lontane della costellazione di Orione.
Poi il guizzo, la cosa che aspettavi – perché hai letto tutti i suoi libri almeno un paio di volte e non vuoi una lezione di psicologia freudiana, non vuoi scoprire l’uomo che sta dietro allo scrittore, non vuoi una lezione di narratologia o di storia ma vuoi il meglio di quello che hai letto, anzi qualcosa in più, una risposta a quell’ancora che hai sempre provato all’ultima pagina. In pieno italian style aka volemose bene che siamo comunque buoni guaglioni il giornalista (corpo proteso, mano timidamente appoggiata sul braccio dell’autore a segnalare non solo una complicità anche fisica, voce abbassata di un tono, intercalare romano sospeso) fa partire la frase di chiusura, una cosa del tipo: “Volevo chiudere con un’affermazione che non so se ti piacerà, ma hai un sorriso più tenero delle parole che scrivi”. E scocca la risposta, in un sogghigno che vale da solo la serata: “I’m a tender motherfucker!”. Standing ovation, traduttore sovrastato da applausi finalmente scroscianti, tutti in coda per l’autografo
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C’erano una volta un branco di cialtroni perditempo che passavano ore a bloggare. Poi crearono un’entità multiforme e indisciplinata che qualcuno iniziò a chiamare blogosfera, studiata e classificata con ardore entomologico da passanti, sapientoni tuttofare e tuttologi in cerca di visibilità (molti all’interno della blogosfera stessa, per altro). Poi venne il periodo in cui si percepì che qui e là potevano anche esserci dati interessanti, e allora giornali e giornalisti (molti fra quelli oggi spesso chiudono i loro pezzi con la dicitura “Riproduzione riservata”) ne ripresero pezzi e brani senza citazione alcuna della fonte. Fanciullezze e mediocrità tipiche di ogni cosa umana, direte.
In tutto ciò, e nell’agone gossiparo che è divenuta la politica italiana, pregna di travoni, segretarie e scandali costruiti ad arte, che questa intervista di Alessandro Giglioli a Carlo Taormina stia passando sotto un silenzio paragonabile solo a quello che ammanta la vicenda dell’ineleggibilità possibile di Formigoni e Errani stupisce. Un motivo in più per leggerla. E appuntarla:
«Conosco bene il modo con cui Berlusconi chiede ai suoi legali di fare le leggi ad personam, perché fino a pochi anni fa lo chiedeva a me. E, contrariamente a quello che sostiene in pubblico, con i suoi avvocati non ha alcun problema a dire che sono leggi per lui. Per questo oggi lo affermo con piena cognizione di causa: quelle che stanno facendo sono norme ad personam».
Carlo Taormina, 70 anni, è stato uno dei legali di punta del Cavaliere fino al 2008, quando ha mollato il premier e il suo giro – uscendo anche dal Parlamento – a seguito di quella che lui ora chiama «una crisi morale». Ormai libero da vincoli politici, in questa intervista a Piovonorane dice quello che pensa e che sa su Berlusconi e le sue leggi.
Avvocato, qual è il suo parere sulle due norme che il premier sta facendo passare in questi giorni, il processo breve e il legittimo impedimento? «La correggo: le norme che gli servono per completare il suo disegno sono tre. Lei ha dimenticato il Lodo Alfano Bis, da approvare come legge costituzionale, che è fondamentale».
Mi spieghi meglio. «Iniziamo dal processo breve: si tratta solo di un ballon d’essai, di una minaccia che Berlusconi usa per ottenere il legittimo impedimento. Il processo breve è stato approvato al Senato ma scommetterei che alla Camera non lo calendarizzeranno neanche, insomma finirà in un cassetto».
E perché? «Perché il processo breve gli serve solo per alzare il prezzo della trattativa. A un certo punto rinuncerà al processo breve per avere in cambio il legittimo impedimento, cioè la possibilità di non presentarsi alle udienze dei suoi processi e di ottenere continui rinvii. Guardi, la trattativa è già in corso e l’Udc, ad esempio, ha detto che se lui rinuncia al processo breve, vota a favore del legittimo impedimento?».
E poi che succede? Che c’entra il Lodo Alfano bis? «Vede, la legge sul legittimo impedimento è palesemente incostituzionale, e quindi la Consulta la boccerà. Però intanto resterà in vigore per almeno un anno e mezzo: appunto fino alla bocciatura della Corte Costituzionale. E Berlusconi nel frattempo farà passare il Lodo Alfano bis, come legge costituzionale, quindi intoccabile dalla Consulta».
Mi faccia capire: Berlusconi sta facendo una legge – il legittimo impedimento -che già sa essere incostituzionale? «Esatto. Non può essere costituzionale una legge in cui il presupposto dell’impedimento è una carica, in questo caso quella di presidente del consiglio. Non esiste proprio. L’impedimento per cui si può rinviare un’udienza è un impegno di quel giorno o di quei giorni, non una carica. Ad esempio, quando io avevo incarichi di governo, molte udienze a cui dovevo partecipare si facevano di sabato, che problema c’è? E si possono tenere udienze anche di domenica. Chiunque, quale che sia la sua carica, ha almeno un pomeriggio libero a settimana. Invece di andare a vedere il Milan, Berlusconi potrebbe andare alle sue udienze. E poi, seguendo la logica di questa legge, la pratica di ottenere rinvii potrebbe estendersi quasi all’infinito. Perché mai un sindaco, ad esempio, dovrebbe accettare di essere processato? Forse che per la sua città i suoi impegni istituzionali sono meno importanti? E così via. Insomma questa legge non sta in piedi, è destinata a una bocciatura alla Consulta. E Berlusconi lo sa, ma intanto la fa passare e la usa per un po’ di tempo, fino a che appunto non passa il Lodo Alfano bis, con cui si sistema definitivamente».
Come fa a esserne così certo? «Ho lavorato per anni per Berlusconi, conosco le sue strategie. Quando ero il suo consulente legale e mi chiedeva di scrivergli delle leggi che lo proteggessero dai magistrati, non faceva certo mistero del loro scopo ad personam. E io gliele scrivevo anche meglio di quanto facciano adesso Ghedini e Pecorella».
Tipo? «Quella sulla legittima suspicione, mi pare fossimo nel 2002. Gli serviva per spostare i suoi processi da Milano a Roma. Lui ce la chiese apertamente e noi, fedeli esecutori della volontà del principe, ci siamo messi a scriverla. E abbiamo anche fatto un bel lavoretto, devo dire: sembrava tutto a posto. Poi una sera di fine ottobre, verso le 11, arrivò una telefonata di Ciampi».
Che all’epoca era Presidente della Repubblica. «Esatto. E Ciampi chiese una modifica».
Quindi? «Quindi io dissi a Berlusconi che con quella modifica non sarebbe servita più a niente. Lui ci pensò un po’ e poi rispose: “Intanto facciamola così, poi si vede”. Avevo ragione io: infatti la legge passò con quelle modifiche e non gli servì a niente».
Pentito? «Guardi, la mia esperienza al Parlamento e al governo è stata interessantissima, direi quasi dal punto di vista scientifico. Ma molte cose che ho fatto in quel periodo non le rifarei più. Non ho imbarazzo a dire che ho vissuto una crisi morale, culminata quando ho visto come si stava strutturando l’entourage più ristretto del Cavaliere.
A chi si riferisce? «A Cicchitto, a Bondi, a Denis Verdini, ma anche a Ghedini e Pecorella. Personaggi che hanno preso il sopravvento e che condizionano pesantemente il premier. E l’hanno portato a marginalizzare – a far fuori politicamente – persone come Martino, Pisanu e Pera. E adesso stanno lavorando su Schifani».
Prego? «Sì, il prossimo che faranno fuori è Schifani. Al termine della legislatura farà la fine di Pera e Pisanu».
Ma mancano ancora tre anni e mezzo alla fine della legislatura… «Non credo proprio. Penso che appena sistemate le sue questioni personali, diciamo nel 2011, Berlusconi andrà alle elezioni anticipate».
E perché? «Perché gli conviene farlo finché l’opposizione è così debole, se non inesistente. Così vince un’altra volta e può aspettare serenamente che scada il mandato di Napolitano, fra tre anni, e prendere il suo posto».
Aiuto: mi sta dicendo che avremo Berlusconi fino al 2020? «E’ quello a cui punta. E in assenza di un’opposizione forte può arrivarci tranquillamente. L’unica variabile che può intralciare questo disegno, più che il Pd, mi pare che sia il centro, cioè il lavorio tra Casini e Rutelli. Ma se questo lavorio funzionerà o no, lo vedremo solo dopo le regionali».
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Francesco Costa sul progetto di legge presentato da alcuni esponenti del PD sull’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche.
Si potrebbe scrivere un trattato di cattiva politica sul progetto di legge presentato da undici senatori del Pd (tra questi Ceccanti, Chiti, Lumia, Pinotti, Tonini e Treu) sull’esposizione per legge del crocifisso nelle aule. La questione è piuttosto microscopica, ma nella proposta dei magnifici undici c’è davvero tutto un mondo. Il contenuto della proposta sarebbe, in sintesi:
- in ogni aula deve esserci un crocifisso.
- se alcuni genitori si offendono e protestano, il dirigente scolastico trova una soluzione, magari anche esponendo altri simboli religiosi.
- se ancora non si trova nessuna soluzione, il dirigente scolastico “adotta, previo parere del consiglio di circolo o di istituto, una soluzione che operi un giusto contemperamento delle convinzioni religiose e di coscienza di tutti gli alunni della classe coinvolti e che realizzi il più ampio consenso possibile”. Insomma, decida un po’ come gli pare.Ora, io credo che chi ama parlare di semplificazione legislativa e taglio delle leggi inutili – Ceccanti, parlo con te – dovrebbe evitare di proporre leggi così evidentemente inutili. Avrebbe avuto più senso una legge che imponesse il crocifisso nelle aule e basta. Invece qui si dice alle scuole: mettete il crocifisso nelle aule, al limite aggiungeteci quel che vi pare, male che vada sbrigatevela voi. Una norma completamente inutile, oltre che ridicola, ispirata alla peggiore tradizione del multiculturalismo europeo, quella relativista e subalterna alle religioni. Senza contare che si tratterebbe di una legge smaccatamente ed esplicitamente incostituzionale:
Ma il punto principale è che la proposta di legge è del tutto incompatibile con il principio di laicità. Essa individua ancora una confessione privilegiata, quella cattolica, il cui simbolo è esposto per default, mentre gli appartenenti ad altre religioni sono costretti all’iter di una apposita richiesta, il cui esito, per giunta, non sembra neppure scontato. Il richiamo alla privacy del disegno di legge assume qui tutti i caratteri dell’ipocrisia: il singolo, per vedere rispettata anche la propria confessione – magari poco popolare o controversa agli occhi della maggioranza – deve uscire allo scoperto, mentre ai cattolici è risparmiato ogni sforzo. Da notare come non si faccia neppure cenno, con insensibilità rivelatrice, ai costi degli altri simboli da esporre: saranno a carico delle famiglie o dell’istituzione scolastica? Questi rilievi farebbero pensare a una possibile incostituzionalità di una legge articolata su queste linee, per violazione dell’art. 3 Cost. prima ancora che dell’art. 8.
In Italia le possibilità che le proposte di legge presentate dagli esponenti dell’opposizione siano calendarizzate in aula – figuriamoci diventare leggi dello stato – sono notoriamente pochissime. In certe legislature, come questa, vicine allo zero. Naturalmente si fanno lo stesso: teoricamente dovrebbero servire per comunicare agli elettori di avere tante e buone idee, e a incalzare il governo tentando di metterlo in difficoltà. A quale obiettivo risponde la presentazione di questo progetto di legge?
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Molte delle discussioni sul futuro di iPad vertono sul suo rapporto sul Kindle, basandosi su un confronto di tecnologie ed esperienze d’uso possibili. Nelle opinioni che ho avuto modo di seguire sinora, noto una costante: la lettura, retroilluminata o meno, è processo dato per scontato, identificato con il canone centenario che siamo usi a considerare, immutabile punto di partenza oggettivante, che dovrebbe – a detta di molti – condizionare la tecnologia a produrre oggetti che avvicino l’esperienza della lettura su un device elettronico a quella di Dante, Leopardi, Eco, di uno chiunque di noi di fronte alle pagine di un “libro”.
Introdurrei un dubbio: forse, nell’età digitale, il libro non sarà più semplicemente inchiostro, elettronico o meno, su una pagina, retroilluminata o meno. La vera sfida la dovranno raccogliere, e vincere, gli editori: saremo capaci di trovare forme di design e gestione dei contenuti che siano digitali non nella loro rappresentazione ma nella loro natura più intima? Il libro sarà ancora un libro o si trasformerà in una “applicazione”? E se divenisse un software a basso impatto economico – tipo le Apps di iPhone, bypassando iBooks, Amazon e simili – ricco di funzioni che ne leghino il contenuto a un vero ecoistema informativo (non sto parlando di TPM, sia chiaro) la pirateria sarebbe un problema?
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L’autocitazione è operazione da veri professionisti dell’ego, quindi da veri giornalisti – fra cui nell’ambito dei new media spicca il modello “io c’ero quando voi non c’eravate e ora non ci sono più perché me ne sono andato prima dell’arrivo dei barbari” – e quindi mi scuserete se ne approfitto pur non appartenendo né alla prima (spero…) né alla seconda categoria (ne sono certo…), ma questa cosa scritta un anno fa secco su Apple, il suo sistema sostanzialmente chiuso e il valore delle App, ovvero del software legato al prezzo in discesa dei device non mi pare poi così campata per aria. Sostituendo iPhone con iPad mi pare si confermino alcune proprietà basiche della matematica e, forse, anche dei movimenti verso il profitto di Apple.
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David Pogue recensisce l’iPad. Un paio di passaggi interessanti:
The iPad as an e-book reader is a no-brainer. It’s just infinitely better-looking and more responsive than the Kindle, not to mention it has color and doesn’t require external illumination. (Book fans should note, however, that the iPad e-bookstore won’t offer bestsellers at $10 each, like Amazon and Barnes & Noble do. And although Apple says the iPad has a 10-hour battery life, it hasn’t yet said “doing what.” Playing video eats up battery a lot faster than reading e-books.)
Web browsing, painting programs, TV and movies, newspapers and magazines all seem like naturals on this 1.5-pound machine, too. The New York Times app is especially appealing to me — and yes, this is my completely independent opinion — because it seems to work like the much-adored Times Reader app for computers.
Overall, the iPad seems like a dream screen for reading and watching—at some loss of convenience in creating. True, there’s an on-screen keyboard, big enough to type on with both hands in the usual way. And Apple will offer a specialized multitouch word processor, spreadsheet and presentation app for $10 each. But I’m guessing that, with no mouse and no physical keys to feel, writing and editing will be more effort than on a laptop. (Apple will also sell an external keyboard that holds the iPad upright as you type. Then again, if you need to carry all that around, maybe a laptop would make more sense.)
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My main message to fanboys is this: it’s too early to draw any conclusions. Apple hasn’t given the thing to any reviewers yet, there are no iPad-only apps yet (there will be), the e-bookstore hasn’t gone online yet, and so on. So hyperventilating is not yet the appropriate reaction. At the same time, the bashers should be careful, too. As we enter Phase 2, remember how silly you all looked when you all predicted the iPhone’s demise in that period before it went on sale.
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