Claz mangiò qualcosa al mercato del chip, in un chiosco lungo il molo dei navigli, tra cumuli di schede madri fumanti di gelo allineate a terra e mucchi di case translucidi dai quali colavano saltuarie cacofonie di start up e shut down. Quei suoni… non riusciva più a sopportarli. Si allontanò dal bancone facendosi largo a spallate tra la calca. Annusò l’aria: odore di fritto, gasolio, gorgonzola andato a male e pesce irrancidito. Beh, il clima del futuro era davvero un po’così così. Come la sua vita. Claz, ventitré anni, un passato da riparatore indipendente e nessun presente, guardò il profilo frastagliato di Cinisello spegnersi informe e molliccio nel tramonto. Si sentiva stanco. Non era sempre stato così: una volta lui era stato “il migliore”, il miglior riparatore della … Meglio non dire quel nome, meglio neppure pensarlo. “Dopo…”, dopo era stato uno degli elementi di spicco della Resistenza, ed era grazie a questo che, oggi, era una preda ambita: da anni la sua era la vita di chi è sempre in fuga, sempre in allerta.
Se la cavava: in fondo, il caos succeduto allo Start-Up Primigenio lasciava modo di campare alle persone come lui. Ma non era stata tanto la sconfitta, quanto l’ultimo tentativo della Resistenza a rovinargli la vita. Un gesto estremo: un contro-start-up subliminale capace di creare una lancinante dipendenza nel giro di pochi secondi. Era stato fra i suoi creatori, e il suo tempo di esposizione era stato altissimo, ma grazie alla sua rete di contatti raramente rimaneva “senza” più di 48 ore. Il tempo limite prima della crisi era di 72: non gli era mai successo. Rabbrividiva la solo pensiero…
Tre isolati dopo entrò in un club chiamato “XPerience”, un locale popolato da una variegata campionatura della galleria di disperati, psicotici e trafficanti che popolavano Cinisello, una volta roccaforte della resistenza e quindi ora una città ghetto. Si sedette a un tavolo.
Un uomo basso e scuro gli si avvicino furtivo. Il suo nome era Roby. Anche lui era stato un uomo della… Si occupava della vendita, se ben ricordava. Avevano lavorato spesso insieme, in quello che ora sembrava un lontano passato. Roby era probabilmente l’unico uomo rimasto sulla Terra, con Claz, che sapeva sapesse come riparare un 6200. Anche perché se ne erano rotti cosìì tanti… Lui era sfuggito al contagio. Era immune da quello che per un attimo era parsa poter essere la salvezza e invece si era proiettata nel futuro come una maledizione danzante. Già, perché la dipendenza per funzionare doveva essere rapida e potente. Solo così si sarebbe potuta evitare la tragedia. E invece, la vittoria del nemico era stata netta. E quell’ultima disperata mossa della Resistenza era ora una maledizione.
- Hai qualcosa per me?
- Forse.
- Ne hai… – mormorò Claz.
- Forse.
- Cosa vuole dire forse?
- Uno. Non dei più potenti ma…
- Dammelo. Non ho più molto tempo.
- Come vuoi, Maestro. Ma solo per un giorno: domani, qui, alla stessa ora.
Roby si alzò; prima di andarsene si voltò verso Claz, guardandolo con un’ espressione che tra loro poteva quasi considerarsi affettuosa.
- Sta’ attento. Quando lo accenderai sarai tracciabile. Ci sarà un bel po’ di gente a cercarti e non ci sono riguardi per te dove ti vorrebbero portare.
- Lo so – disse Claz – lo so.
- Sotto il divano, una borsa nera.
Tastò sotto la struttura tubolare del divano. C’era. Lo aveva, era suo, per una notte. Se ne andò quasi immediatamente. Camminò in fretta sin quando arrivò a un’insegna appesa a un muro in mattoni che sopra l’arco di un androne lampeggiava la scritta «Motel». Nell’atrio si intravedeva un’ ascensore, aggiunto ben dopo la costruzione dell’edificio, con un visore sul fianco dove appariva la faccia sorridente da cartone animato di un portiere elettronico. Varcò la soglia del portone. La voce sintetizzata del monitor della reception gli chiese due giorni anticipati, un nome e il numero della carta di credito su cui effettuare l’addebito. Digitò i dati; la fessura a fianco della gabbia gli sputò un pezzo di nastro magnetico rigido con sopra il numero del modulo, il 71. L’ascensore arrivò subito dopo, con un cozzare sgangherato di lamiere. Mentre le sue impronte venivano registrate dai sensori sulla maniglia della porta scorrevole di apertura e una telecamera digitalizzava la sua retina nella RAM del portiere elettronico, l’ascensore salì sbattacchiando contro le putrelle d’acciaio che la ingabbiavano all’edificio. Un sobbalzo più forte degli altri gli fece capire, ancor prima dell’arresto della gabbia, che era arrivato al piano. Le porte si aprirono e si ritrovò nell’atrio che fungeva anche da corridoio. Ai lati si aprivano due lunghe file di porte ovali, tutte uguali; su ognuna un numero e una sfilza di avvertenze in una decina di lingue con su il regolamento della casa. La porta della camera 71 si sollevò verso l’alto su guide scorrevoli : un leggero odore di medicinale e di chiuso. Richiuse spingendo il tasto che azionava il controllo manuale della serratura. Le pareti della stanza, un cubicolo di tre metri per quattro, erano rivestite di intonaco bianco ingiallito; due mobili, una sedia di legno e un letto in tubolare metallico dipinto di bianco. La vernice del telaio era scheggiata e squamata, e mostrava il colore bruno del metallo. Un materasso, niente lenzuola: la fodera, a strisce marroni sbiadite, coperta di macchie. Un singolo bulbo ad incandescenza spenzolava sopra il letto, avvitato in un portalampada in ceramica incoronato da una corolla di vetro giallo e sorretto da un filo elettrico bianco ritorto, curvo, sporco di escrementi di insetti e polvere di anni. La finestra, sigillata e senza possibilità di apertura. A quello si era ridotti, dal giorno dell’avvento della corporazione. Dal giorno in cui quel maledetto server Bill I si era ribellato ai suoi stessi creatori, effettuando lo Start-Up-Promigenio e dichiarandosi Server Unico e imperatore della Terra. Si tolse il giubbotto, buttandolo a terra e si distese sul materasso. Da allora nulla era più stato come prima. Bill, il vero Bill, aveva passato gli ultimi anni della sua vita costretto dalla sua stessa creatura a occuparsi di assistenza informatica al Museo Amiga. I nuovi padroni non avevano alcun riguardo: il Server Unico aveva prima generato un’infinità di Utenti, poi aveva effettuato il download di se stesso attraverso l’intera Rete, creando una serie infinita di Server Figli.
Jobs ci aveva provato. La battaglia si era protratta a lungo. Steve aveva schierato tutti i suoi Xserve intorno a Cupertino. Anche a Cinisello avevano fatto la loro parte. Per anni avevano lottato, ci avevano anche fatto un paio di film a fini propagandistici, Terminatqualcosa… ma era stato tutto inutile.
C’era stato un momento in cui le cose sarebbero potute andare diversamente: in fondo, la sconfitta era dovuta a un motivo quasi banale, qualcosa che tutti sapevano ma che nessuno aveva osato sottoporre all’attenzione del Sommo Steve, che se Sommo fosse davvero stato avrebbe però dovuto farci caso lui… quel software RAID compreso nella Disk Utility di Mac OS X… beh, era davvero uno schifo! Su quello si era aperta la battaglia e si era costruita la loro sconfitta. Aprì la piccola borsa nera. Era un modello 12 pollici. Lo estrasse, fece scattarel’interruttore. Il suono dello start up bastò a calmarlo, la vista della piccola mela azzurra lo riportò alla vita. Da quando erano stati messi fuori legge dopo l’avvento Server Unico il contrabbando era l’unica possibilità. Un Mac. La vita: iLife! Peccato per qull’iMovie 3. Un altro bello schifo!
Epilogo
Non preoccupatevi! Non è ancora successo nulla di tutto ciò (beh, a parte il rilascio di quel maledetto software Raid e di iMovie 3, che sono davvero un po’ una schifezza). Al solito abbiamo scherzato, o almeno ci abbiamo provato, parafrasando un immaginario cyber, amalgamandolo con una paura meno cyber e un paio di angosce davvero reali. Cupertino, we have a problem! Questa frase, letta sull’ottimo Tevac (www.tevac.com, ma chi non lo conosce… ) sancisce in modo chiaro una certa ansia che vibra nei nostri cuori, per nulla rassicurata dai molteplici rumours-bufala (Apple comprerà Universal, Apple passerà a Intel) che si sono succeduti e si succedono in mezzo a segnalazioni di problemi legati all’assistenza, alla consegna delle macchine, al mercato pro.
Cupertino: dove stai andando? Abbiamo bisogno di sicurezze.
Facci sapere: e se non siamo in casa, scrivi una mail!
Alla prossima.
È un Torsolo di 6 anni fa: soprattutto, oggi, è un omaggio a un amico, che molti Mac-User italiani hanno conosciuto, che mi ha accompagnato per anni in questo divertissement mensile, in chiacchiere, opere e mai omissioni. Che ora non c’è più e mi è improvvisamente mancato molto. Molto. Ciao, ClaZ. Nessun tag.


