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Apple Lisa Overdrive

Claz mangiò qualcosa al mercato del chip, in un chiosco lungo il molo dei navigli, tra cumuli di schede madri fumanti di gelo allineate a terra e mucchi di case translucidi dai quali colavano saltuarie cacofonie di start up e shut down. Quei suoni… non riusciva più a sopportarli. Si allontanò dal bancone facendosi largo a spallate tra la calca. Annusò l’aria: odore di fritto, gasolio, gorgonzola andato a male e pesce irrancidito. Beh, il clima del futuro era davvero un po’così così. Come la sua vita. Claz, ventitré anni, un passato da riparatore indipendente e nessun presente, guardò il profilo frastagliato di Cinisello spegnersi informe e molliccio nel tramonto. Si sentiva stanco. Non era sempre stato così: una volta lui era stato “il migliore”, il miglior riparatore della … Meglio non dire quel nome, meglio neppure pensarlo. “Dopo…”, dopo era stato uno degli elementi di spicco della Resistenza, ed era grazie a questo che, oggi, era una preda ambita: da anni la sua era la vita  di chi è sempre in fuga, sempre in allerta.
Se la cavava: in fondo, il caos succeduto allo Start-Up Primigenio lasciava modo di campare alle persone come lui. Ma non era stata tanto la sconfitta, quanto l’ultimo tentativo della Resistenza a rovinargli la vita. Un gesto estremo: un contro-start-up subliminale capace di creare una lancinante dipendenza nel giro di pochi secondi. Era stato fra i suoi creatori, e il suo tempo di esposizione era stato altissimo, ma grazie alla sua rete di contatti raramente rimaneva “senza” più di 48 ore. Il tempo limite prima della crisi era di 72: non gli era mai successo. Rabbrividiva la solo pensiero…
Tre isolati dopo entrò in un club chiamato “XPerience”, un locale popolato da una variegata campionatura della galleria di disperati, psicotici e trafficanti che popolavano Cinisello, una volta roccaforte della resistenza e quindi ora una città ghetto.  Si sedette a un tavolo.
Un uomo basso e scuro gli si avvicino furtivo. Il suo nome era Roby. Anche lui era stato un uomo della… Si occupava della vendita, se ben ricordava. Avevano lavorato spesso insieme, in quello che ora sembrava un lontano passato. Roby era probabilmente l’unico uomo rimasto sulla Terra, con Claz, che sapeva sapesse come riparare un 6200. Anche perché se ne erano rotti cosìì tanti… Lui era sfuggito al contagio. Era immune da quello che per un attimo era parsa poter essere la salvezza e invece si era proiettata nel futuro come una maledizione danzante. Già, perché la dipendenza per funzionare doveva essere rapida e potente. Solo così si sarebbe potuta evitare la tragedia. E invece, la vittoria del nemico era stata netta. E quell’ultima disperata mossa della Resistenza era ora una maledizione.
- Hai qualcosa per me?
- Forse.
- Ne hai… – mormorò Claz.
- Forse.
- Cosa vuole dire forse?
- Uno. Non dei più potenti ma…
- Dammelo. Non ho più molto tempo.
- Come vuoi, Maestro. Ma solo per un giorno: domani, qui, alla stessa ora.
Roby si alzò; prima di andarsene si voltò verso Claz, guardandolo con un’ espressione che tra loro poteva quasi considerarsi affettuosa.
- Sta’ attento. Quando lo accenderai sarai tracciabile. Ci sarà un bel po’ di gente a cercarti e non ci sono riguardi per te dove ti vorrebbero portare.
- Lo so – disse Claz – lo so.
- Sotto il divano, una borsa nera.
Tastò sotto la struttura tubolare del divano. C’era. Lo aveva, era suo, per una notte. Se ne andò quasi immediatamente. Camminò in fretta sin quando arrivò a un’insegna appesa a un muro in mattoni che sopra l’arco di un androne lampeggiava la scritta «Motel». Nell’atrio si intravedeva un’ ascensore, aggiunto ben dopo la costruzione dell’edificio, con un visore sul fianco dove appariva la faccia sorridente da cartone animato di un portiere elettronico. Varcò la soglia del portone. La voce sintetizzata del monitor della reception gli chiese due giorni anticipati, un nome e il numero della carta di credito su cui effettuare l’addebito. Digitò i dati; la fessura a fianco della gabbia gli sputò un pezzo di nastro magnetico rigido con sopra il numero del modulo, il 71. L’ascensore arrivò subito dopo, con un cozzare sgangherato di lamiere. Mentre le sue impronte venivano registrate dai sensori sulla maniglia della porta scorrevole di apertura e una telecamera digitalizzava la sua retina nella RAM del portiere elettronico, l’ascensore salì sbattacchiando contro le putrelle d’acciaio che la ingabbiavano all’edificio. Un sobbalzo più forte degli altri gli fece capire, ancor prima dell’arresto della gabbia, che era arrivato al piano. Le porte si aprirono e si ritrovò nell’atrio che fungeva anche da corridoio. Ai lati si aprivano due lunghe file di porte ovali, tutte uguali; su ognuna un numero e una sfilza di avvertenze in una decina di lingue con su il regolamento della casa. La porta della camera 71 si sollevò verso l’alto su guide scorrevoli : un leggero odore di medicinale e di chiuso. Richiuse spingendo il tasto che azionava il controllo manuale della serratura. Le pareti della stanza, un cubicolo di tre metri per quattro, erano rivestite di intonaco bianco ingiallito; due mobili, una sedia di legno e un letto in tubolare metallico dipinto di bianco. La vernice del telaio era scheggiata e squamata, e mostrava il colore bruno del metallo. Un materasso, niente lenzuola: la fodera, a strisce marroni sbiadite, coperta di macchie. Un singolo bulbo ad incandescenza spenzolava sopra il letto, avvitato in un portalampada in ceramica incoronato da una corolla di vetro giallo e sorretto da un filo elettrico bianco ritorto, curvo, sporco di escrementi di insetti e polvere di anni. La finestra, sigillata e senza possibilità di apertura. A quello si era ridotti, dal giorno dell’avvento della corporazione. Dal giorno in cui quel maledetto server Bill I si era ribellato ai suoi stessi creatori, effettuando lo Start-Up-Promigenio e dichiarandosi Server Unico e imperatore della Terra. Si tolse il giubbotto, buttandolo a terra e si distese sul materasso.  Da allora nulla era più stato come prima. Bill, il vero Bill, aveva passato gli ultimi anni della sua vita costretto dalla sua stessa creatura a occuparsi di assistenza informatica al Museo Amiga. I nuovi padroni non avevano alcun riguardo: il Server Unico aveva prima generato un’infinità di Utenti, poi aveva effettuato il download di se stesso attraverso l’intera Rete,  creando una serie infinita di Server Figli.
Jobs ci aveva provato. La battaglia si era protratta a lungo. Steve aveva schierato tutti i suoi Xserve intorno a Cupertino. Anche a Cinisello avevano fatto la loro parte. Per anni avevano lottato, ci avevano anche fatto un paio di film a fini propagandistici, Terminatqualcosa… ma era stato  tutto inutile.
C’era stato un momento in cui le cose sarebbero potute andare diversamente: in fondo, la sconfitta era dovuta a un motivo quasi banale, qualcosa che tutti sapevano ma che nessuno aveva osato sottoporre all’attenzione del Sommo Steve, che se Sommo fosse davvero stato avrebbe però dovuto farci caso lui…  quel software RAID compreso nella Disk Utility di Mac OS X… beh, era davvero uno schifo! Su quello si era aperta la battaglia e si era costruita la loro sconfitta. Aprì la piccola borsa nera. Era un modello 12 pollici. Lo estrasse, fece scattarel’interruttore.  Il suono dello start up bastò a calmarlo, la vista della piccola mela azzurra lo riportò alla vita. Da quando erano stati messi fuori legge dopo l’avvento Server Unico il contrabbando era l’unica possibilità. Un Mac. La vita: iLife! Peccato per qull’iMovie 3. Un altro bello schifo!

Epilogo
Non preoccupatevi! Non è ancora successo nulla di tutto ciò (beh, a parte il rilascio di quel maledetto software Raid e di iMovie 3, che sono davvero un po’ una schifezza). Al solito abbiamo scherzato, o almeno ci abbiamo provato,  parafrasando un immaginario cyber, amalgamandolo con una paura  meno cyber e un paio di angosce davvero reali. Cupertino, we have a problem! Questa frase, letta sull’ottimo Tevac (www.tevac.com, ma chi non lo conosce… ) sancisce in modo chiaro una certa ansia che vibra nei nostri cuori, per nulla rassicurata dai molteplici rumours-bufala (Apple comprerà Universal, Apple passerà a Intel) che si sono succeduti e si succedono in mezzo a segnalazioni di problemi legati all’assistenza, alla consegna delle macchine, al mercato pro.
Cupertino: dove stai andando? Abbiamo bisogno di sicurezze.
Facci sapere: e se non siamo in casa, scrivi una mail!
Alla prossima.

È un Torsolo di 6 anni fa: soprattutto, oggi, è un omaggio a un amico, che molti Mac-User italiani hanno conosciuto, che mi ha accompagnato per anni in questo divertissement mensile, in chiacchiere, opere e mai omissioni. Che ora non c’è più e mi è improvvisamente mancato molto. Molto. Ciao, ClaZ. Nessun tag.

Torino non ha paura

Info qui.

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Come tori nell’arena

Poliziotti panzoni, dichiarazioni che dir aggressive è poco su giornalisti e magistrati, aggressioni fisiche, e tutto questo subito dopo la prestazione ansiolitica di Bondi e Belpietro a Ballarò e le dichiarazioni della stampa estera, conservatrice e non: non vi paiono, finalmente, un po’ in difficoltà, i nostri governanti? E non vi pare che, finalmente, siano senza idee e soluzioni? Servirà a niente – la trama di questo paese è ancora troppo sfilacciata per poter prendere atto e reagire – ma è divertente. Un po’, almeno.

Ah, i bei tempi andati…

Il nostro illuminato monarca:

in città come Tokio e Pechino, non c’è un mozzicone, una plastica, una carta, scritte sui muri. Anzi c’era una legge, cambiata qualche mese fa, con cui chi deturpava le strade veniva punito con delle nerbate. Non voglio arrivare a tanto, ma bisognerebbe recuperare la norma del codice penale che è caduta in disuso e che commina il carcere a chi rovina i centri storici

Le solite miserie di casa nostra: andate a fare un giro sul sistema solare e aiutateci a non far diventare almeno Torino come qualcuno vorrebbe rendere tutto. Ci vediamo il 30 maggio in San Salvario!

Ansa

Torino. Ore 8.45. Di fronte al collegio universitario di via delle Rosine, noto covo di facinorosi di sinistra, l’ordine regna grazie alla presenza di 2 camionette e 3 furgoni della patria forza di Polizia. Solo questo impedisce ai rivoluzionari dormienti di riversarsi per le pubbliche vie mettendo a ferro e fuoco l’operosa città. Purché non li sveglino parlando, come stanno facendo, di Ciro Ferrrara.

C’era una volta una mela, che un giorno incontrò un chip solitario…

Uno in ritardo, uno in anticipo. Il prossimo Torsolo su Applicando

Quando la favola incontra la storia non può che nascere il mito

Fortune, uno fra i magazine più considerati nell’ambito business ha nuovamente inserito Apple nella rinomata e ricercata classifica Fortune 100. Non è una novità: Apple vi entrò già nel 1994, apparendovi poi in altre occasioni. A questo giro rispetto al passato guadagna 32 posizioni, collocandosi al 71° posto, anche se in buona sostanza in funzione dei risultati non propriamente brillanti delle altre aziende. Ma a noi, palati semplici, basta. Anche perché intanto Business Week, nello stilare la sua usuale classifica delle aziende più innovative, ha – e si tratta del quinto anno consecutivo – inserito Apple al primo posto.

Una storia di successo, ma anche molto di più, se collocata in un mondo che sta sperimentando un cambiamento radicale delle modalità di marketing di cui Apple è stata forse non la prima, ma sicuramente una fra le migliori interpreti. Cosa è successo? Si è passati dall’imposizione di un brand, tipica di un periodo storico in cui le grandi case avevano grandi risorse e investivano nella continua affermazione di se stesse, alla modellizzazione di un substrato narrativo di racconto. Ok, i grandi guru della Rete lo spiegano meglio, armatevi di Google e combattete! Evitando però la pugna e semplicemente rammentando, la nostra breve memoria personale può aiutarci a ricordare come Apple, invece che spingere un semplice marchio (come ancora credono quei rozzi di Redmond, recentemente autori di contro pubblicità basate sul fatto che noi spenderemmo denari inutili solo per avere un marchio piuttosto che un altro inciso sul case… mah!) ci abbia blandito-convinto-conquistato (ma non illuso, giammai!) illustrandoci la nuova vita che ci veniva offerta. Una chiave dichiaratamente narrativa, in qualche modo rafforzata con il passaggio dalla parte opposta (forse) della barricata, divenendo un propagatore di storie musicali, visive e narrative tout court attraverso l’iTunes Store.

Le storie possono essere prigioni: vi sono scrittori che sono arrivati a odiare i loro personaggi, decidendo di ucciderli per poi doverli resuscitare sulla spinta dei loro lettori, oppure finendone soffocati. Apple, regina dell’innovazione, sarebbe quindi – novella Misery informatica – condannata a innovare per evitare di implodere? Ce la farà? E se Apple fosse costretta a cedere lo scettro, che fare? Scagliarsi contro le palazzine di Cupertino, novelli mutanti à là Resident Evil, o saltare felici sul nuovo best seller?

Nella moderna fiction del marketing i ruoli sono chiari e definiti. Noi, che vogliamo continuare a leggere, leggere, leggere, e Apple, che vuole che noi si continui a leggere-comprare-acquistare. La tenuta del sistema presuppone però una qualità evolutiva: per questo crediamo che (pur desiderandolo e invocandolo, che è il nostro ruolo) non vedremo mai un netbook targato Apple, così come in realtà non abbiamo visto un cellulare targato Apple. L’iPhone è “qualcosa” che telefona, anche, ma in sé è un oggetto pensato per intermediare al meglio la nostra vita in mobilità attraverso gli strumenti digitali. Se “quel netbook” venisse alla luce sarebbe – che gli dei dell’Olimpo informatico non vogliano – una riedizione del pessimo Rokr: un prodotto che non avrebbe l’anima degli eroi di questa storia, nulla di cui bullarsi col compagno di banco se non un brand. E Apple, dicevamo, non è più un brand: lo è stata, ma ha cambiato pelle.

Quindi: cosa aspettarci dal futuro? Probabilmente, quasi sicuramente, un’evoluzione della specie: un iPhone rinnovato e performante riproporrà l’ennesimo capitolo vincente e avvincente di una saga recente e pronta a generare ancora successi su successi. Non un netbook ma – osiamo sperarlo – di nuovo un “qualcosa” che cambierà la nostra modalità di lavoro per come l’abbiamo conosciuta in questi anni, un “qualcosa” che sostituirà gli oggetti tutti che ora gestiamo con tastiere diversificate da paese a paese, con hardware legato sostanzialmente a una modalità di lavoro e pensiero locale, pur se connesso e iperconnesso da tempo. Qui starà l’innovazione. E quel qualcosa probabilmente costerà caro, altro che i netbook da poche centinaia di dollari. Ma cambierà di nuovo la narrazione del nostro quotidiano e ci renderà di nuovo sudditi di quel reame fatto di favole, storie e miti.

È la crisi, bellezza! Ma anche no!

L’arrivo sulla scrivania della copia di Applicando mi ha ricordato che avevo dimenticato l’usuale post del “torsolo”.

Silicon Valley. Mentre altrove si riordinano le sdraio sul ponte del Titanic in serena attesa del naufragio o, in alternativa, ci si dopa con fumanti cocktail di antidepressivi, nel salotto di Jobs e Cook si gioca al rilancio: l’inatteso iPod Shuffle, l’aggiornamento delle linee Pro e Mini e rumours incontrollati sulle nuove politiche di vendita dei (nuovi?) iPhone. Apple investe e ci fa investire: meglio, ci fa spendere, ma sono raffinatezze e in tempi di crisi si chiama rilancio dei consumi e piace a tutti.
I motivi per cui Apple soffre meno di altri il difficile momento economico generale sono tanti, ma non crediamo sia indifferente la diversificazione: Apple vende hardware, software, musica, film, serial televisivi e lezioni universitarie (queste in realtà le regala, come molto altro, su iTunes). Una delle fortune alla base del successo degli ultimi anni di Apple sta nell’identificazione di modalità distributive diffusive a basso costo, la semplice intuizione alla base del modello di business dell’iTunes Store, capace di rivoluzionare dapprima un intero settore – quello discografico – poi di ridisegnare interi mercati nel settore audiovisivo e – ancora oggi – di essere alla base dei molteplici “negozi” aperti nell’ultimo periodo, da AppStore sino ad arrivare a Garageband e al suo store di lezioni musicali.
Un modello distributivo ha causato il fenomeno iPod, che ha rilanciato il settore computer di Cupertino, che ha spinto il fenomeno iPhone. Un investimento che sta dispiegandosi ora in tutta la sua valenza: perché ricordiamoci che creare un’economia là dove non esisteva implica non sforzi visionari – di cui noi, utenti Apple siamo irrazionalmente e perversamente drogati – ma studi, investimenti e programmazione. Costi che poi devono essere recuperati.
iTunes. AppStore. Garageband: contenuti, applicazioni, sapere. Apple ha creato una dorsale che lega e distribuisce, un perfetto ecosistema – in cui si fondono anche marketing e comunicazione – in cui le dinamiche di relazione creano continui rimbalzi, generando di volta in volta nuova ricchezza e nuove possibilità. Creatori di contenuti, sviluppatori, musicisti: tutti sono coinvolti e tutti partecipano alla crescita comune. In questo senso l’annuncio di iPhone OS 3.0, la prossima versione della piattaforma mobile Apple, è stata l’occasione per dare ai membri del programma iPhone Developer Program l’accesso immediato al software iPhone OS 3.0 beta ma soprattutto un Software Development Kit aggiornato con oltre 1000 nuovissime API. Sfruttando le caratteristiche del nuovo SDK, i membri dell’iPhone Developer Program potranno, ad esempio, consentire di effettuare acquisti dalle applicazioni (livelli di gioco aggiuntivi e nuovi contenuti). Potranno anche realizzare software capaci di collegarsi in peer-to-peer via Bluetooth, di comunicare con accessori hardware e di utilizzare il servizio Apple Push Notification per notificare avvisi.
Potranno, insomma, creare nuovi business per se stessi, per altri produttori hardware e, quindi, per Apple. Se vogliamo l’AppStore è,  suo modo, una sorta di venture capital, dove Apple mette a disposizione pressoché tutto: i tool di sviluppo, testati, aggiornati, pensati, il business plan e il canale distributivo, la primaria difficoltà di chiunque intraprenda una qualsiasi attività, consentendo promozione e canalizzazione nei confronti del cliente, e uno dei momenti centrali della riflessione dell’ambito economico.
Dove prima non c’era nulla ora ci sono iPhone, AppStore e un insieme di accordi con gestori di telefonia mobile, forse non sempre trasparenti e forse in via di ridefinizione. Intorno, fra un colosso del settore come Nokia e un neo concorrente ma dai lombi interessanti (e ricchi) come Android, un vorticare di inseguimenti, al design, alle tecnologie, ai modelli di mercato,
Cosa succederà? Il nostro fattore tossico si chiama da sempre Jobs: noi crediamo fermamente nella sua possibilità di un’evoluzione senza fine e ora, in sua assenza, sopportiamo quotidianamente lo stress emotivo  dell’assenza dell’ennesima novità. Vogliamo di più. Vogliamo netbook, tablet: qualunque cosa sarà (perché sarà) sarà probabilmente un bundle di tecnologie abilitanti, un’insiemistica evolutiva. Un nuovo mercato, come fu con l’iPod: non il miglior lettore mp3, ma quello con alle spalle più pensiero.

Case per uccelli (solo per twittermaniaci)

Dell’applicazione (per iPhone) credo farò a meno, ma il video di presentazione di Birdhouse merita di essere visto!

Un sistema solare contro

Identificare i bisogni, agire, usare il linguaggio giusto e lavorare per un risultato. Succede a Torino, dove un gruppo di persone, eterogeneo per appartenenze ed esperienze, si è unito per dar vita a un catalizzatore di energie -- TorinoSistema Solare -- per spiegare, per esempio, cosa origina l’acquisto di un solo grammo di coca nel circuito dell’unica multinazionale italiana perennemente in attivo, la Mafia, presentata non come il solito Moloch informe, ma nella sua fredda realtà, ovvero una delle realtà economiche più organizzate e soprattutto radicate sul territorio, la Mafia S.p.A. Un solo grammo ci rende azionisti -- non complici, non conniventi, ma qualcosa di più, e con effetti molto più devastanti -- di un’azienda che uccide, distrugge, piegando alla sua volontà politiche e politici e impoverendoci ogni giorno. Linguaggio dicevamo: ecco come si è scelto di dirlo.

La scelta dei temi e le modalità di comunicazione derivano dalla composizione stessa di TorinoSistema Solare, che aggrega musicisti, grafici, associazioni studentesche, Libera -- rete legata a Don Ciotti e al Gruppo Abele -- e semplici liberi cittadini, che ha coinvolto i gestori dei locali notturni torinesi tracciando la sua azione, che è completamente autofinanziata, attraverso l’uso di linguaggi chiari e credibili: il video, una rete di gesti di comunicazione diretti e priva di morali o di consigli. Insomma: nessuna predica o nessun podio ma una vera e propria guerriglia di informazione,  che dal no al Nucleare al no alla Mafia, sta disegnando la possibilità di un percorso attivo e fatto di partecipazione e convolgimento diretto: senza sovrapposizioni con chi già lavori sul territorio, senza dragare alcun fondo ma intervenendo lì dove spesso -- quasi sempre -- manca la cinghia di trasmissione capace di legare i bisogni -- che nel silenzio generale spesso si trasformano in emergenze -- l’azione e il linguaggio. Per giungere a un risultato. Appunto. Qualcuno lo spieghi alla politica.

[disclaimer: c'entro pure io, quindi decidete quanto beneficio d'inventario o fiducia dare a tutto ciò!]

Elettroclash

Il solito grandissimo Zoro!

Assassinio sull’Eiger

La prossima volta che sentirò qualche più o meno noto (fra noi tre gatti, ché il quarto è fuori a leggere un po’ di free press, altro che Internet…) blogger vantare in modo più o meno algido-sornione (scattano immediati l’occhio alla Jack di Shining e la bocca alla Jack di Batman) l’assunto – dotto, ohibò! – che uno dei problemi all’accesso del volgo o, peggio, dei potenti al magico mondo dei social network è lo “stress da relazione orizzontale”, l’ansia da dialogo paritario in un mondo fatto di verticalismi, cercherò nuovamente di reprimere il mai domo desiderio di mettere il suddetto in orizzontale in modalità Clint-quando-l’uomo-con-una-pistola-incontra-un-uomo-con-il-fucile-eccetera. Ma non so se ci riuscirò. Perché “è” vero, certo, ma “non è” vero: per il banale motivo che in rete si sta riproducendo lo stesso banale meccanismo di ascolto-non-ascolto del mondo “di fuori” e la stessa agregazione di “più o meno solite facce”. Per rendersene conto basta frequentare un po’ di social network: da normali, però, non da vip. Niente di male, intendiamoci: ma accettiamolo. E discutiamone.  Uff, quante virgolette…

Erase-Rewind

Col pezzo dei Cardigans c’entra – fortunatamente – poco (via boingboing)

jimi

Il nuovo che avanza, anzi: rotola

Costanzo torna alla Rai, Bongiorno va su Sky, Riotta si sposta al Sole e De Bortoli al Corriere. Si discute dell’Era Glaciale.

Tu vuo’ fa l’americano

Il Corriere va su Kindle 2. E l’annuncio che il lettore di Amazon dovrebbe arrivare in Europa nel 2010.

Tutti contro tutti

Nicholas Kristof torna sulla crisi dei giornali sul Times di oggi, in particolare sugli effetti del Daily Me made by Negroponte:

So perhaps the only way forward is for each of us to struggle on our own to work out intellectually with sparring partners whose views we deplore. Think of it as a daily mental workout analogous to a trip to the gym; if you don’t work up a sweat, it doesn’t count.

Adesso è arrivato, quasi, l’iPhone 3.0

Le visite di questo sito hanno subito un non piccolo balzo in avanti in funzione di un vecchio post che nel titolo aveva un elemento divenuto, mesi dopo e senza alcun merito se non il caso, molto attuale. E visto che in realtà ce ne sarà un altro, quando davvero esisterà il nuovo firmware, questa volta ne approfitto consciamente e poco candidamente: evviva, con il nuovo firmware avremo gli mms,  il copia e incolla e la push-notification. Wow.

In realtà sono convinto che il largo anticipo con cui è stato annunciato questo aggiornamento, non dipenda – per una volta – dal marketing e dalla comunciazione: il vero cuore di tutto ciò è e sarà la nuova SDK, la base per le nuove applicazioni. Le nuove funzionalità legate al bluetooth sono alla base dell’interazione con altro hardware, e le possibilità sono virtualmente infinite. E non dipendono da Apple: ma dagi sviluppatori, cui è stato dato un tempo di lavoro utile.

Ne parliamo fra tre mesi, di OS 3, ok? Adesso c’è poco da dire.

I giornali visti dai libri

I fattori in gioco sono molti, gli articoli da leggere ogni giorno di più, come le variabili di cui tener conto: modelli di sostenibilità economica, modelli sociali di passaggio delle informazioni, modelli produttivi di raccolta e gestione delle stesse (ma già qui…) informazioni e poi i professionisti dell’informazione: i giornalisti, uno dei tanti elementi dell’equazione. Uno dei tanti. Semplicemente.

Come ricorda Luca la professione ha diversi livelli di scelta e ancor più ne avrà in futuro. Da tempo le orbitano attorno una serie infinita di satelliti a volte in accelerazione centripeta, altre stuzzicati da voglie centrifughe, chiamate in modi diversi. Perché se per il lettore il giornalista è una figura cui affidarsi o meno, per l’editore può essere molte cose diverse: un professionista, un collaboratore a pezzo o a contratto… le formule sono tante e cambiano – sostanzialmente – l’economia. Non a scapito della qualità, anzi. Poco tempo fa un amico, direttore di una testata nazionale, mi segnalava quanto per lui fossero preziose le collaborazioni: firme fresche, spesso migliori di quelle della redazione perché più immerse nella realtà reale, sospinte da voglia e ambizione. Infinitamente meno costose. Facilmente gestibili, grettamente per minor potere contrattuale e nullo potere sindacale. Ancor più facilmente annullabili. Dismissibili con un click.

L’informazione in rete spesso ha alimentato in senso positivo questo meccanismo: firme valide, con un bacino di lettori spesso cospicuo, trasmigrano a costi irrisori rispetto a quelli convenzionali dell’area giornalistica su mensili, settimanali e quotidiani.

Maggiore professionalità, minori costi. Ma i nuovi modelli professionali a basso impatto economico non solo non sono serviti – forse per miopia degli editori – a rilanciare il settore, ma neppure sono bastati, semplicemente, a riequilibrare il calo della raccolta pubblicitaria.
Nova è cambiata, ma molti giornali sono cambiati, e con meno evidenza e onestà: prescindendo dai giornalisti e dalla loro qualità sono cambiate le foliazioni, riducendosi, concedendo quindi spazi minori all’informazione. Per chi pratichi il mestiere dell’editoria questo vuol dire minori spazi a disposizione per recensioni, pezzi, interviste. Un anti-volano che causa problemi nei volumi di vendita, che soprattutto in certe aree (quali la saggistica) si riducono e non di poco.

In questo c’entra anche la maggiore informazione esistente. Sono convinto che l’insieme delle innovazioni cui stiamo assistendo – le nuove licenze in tema di copyright, la possibilità del download libero di interi testi, i nuovi modelli distributivi – saranno benefici sia per l’industria sia per il lettore. Ma a volte un blog splendido può anche essere – oggi, ora, non domani – un ostacolo alle vendite (si fa per esemplificare, e non si lamenta). Ma se esistono vie nuove ed occorre trovarle, questo “oggi” produce attrito e non maggiore velocità: le economie produttive e quelle derivanti dalla vendita hanno tempi non comprimibili o dilatabili a piacimento. Come le capacità professionali. E trasmigrare modalità e presenza in ambiti non usuali è una sfida interessante, che però si traduce in ricerca, riqualificazione. Costi, insomma.
Le professioni mutano e trasmigrano, e quella del giornalista come quella dell’editore cambierà nelle forme che la contemporaneità ricostruirà attorno allo scrivere e al raccontare. Come ricordava Sergio tempo fa nel momento in cui la disintermediazione è massima forse – forse – occorre una nuova intermediazione. Comunque la creazione di un percorso, chiamiamolo così. La discussione in corso è estremamente interessante per la miscellanea di fonti che vi partecipano: è, in qualche modo, un’anticipazione del cosa potrà esserci “dopo”, del come dopo potrà essere gestita l’informazione. Ed è curioso, come ricorda Luca, vedere come la carta stampata – il vecchio modello – continui a difendersi garantendo autonomamente della propria serietà.
La crisi, ha ragione Luca DB, consente di vedere le cose con maggiore chiarezza: e l’evoluzione, movimento non lineare ma continuo e incessante, è un buon paradigma di analisi, come ricorda in un ottimo pezzo Giuseppe. Una popolazione, quella degli editori, attraversa una forte crisi evolutiva per mancanza di cibo e non riesce a riequilibrare tale carenza in altro modo: le popolazioni che potrebbero sostituirla non sono neppure queste sufficientemente forti e autonome per potersi candidare a occupare la scena da protagonisti. La fine della popolazione degli editori causerebbe a catena delle difficoltà nella catena alimentare e molte altre specie, i giornalisti fra questi, si troveranno in crisi e dovrà reagire mutando se stesse e l’ambiente circostante. Ha ragione Shirky: non possiamo sapere. Nessuno sa. Le spinte evolutive, il bisogno di informazione e le fonti di informazione, non sono mai state così vitali come in questo periodo, che è di ricchezza e non di povertà per l’informazione. Ma l’evoluzione procede per tentativi e non in base a un disegno: l’unica cosa che sappiamo è che non si ferma mai.

I miei due centesimi

Riavvicinamenti

Ieri sera è passata qui a Torino la Carovana del Pd. Parole chiare, poche e vere, molta partecipazione in sala. Per la prima volta vedevo “davvero” Ivan Scalfarotto, Giuseppe Civati e Cristiana Alicata. Bravi. Avercene, di gente così. Forse fare politica si può. Per me, la prima volta in una sezione del Pd (curiosità locale: lo stesso palazzo, allo stesso civico, ospita anche Lega Nord, Forza Italia, Rifondazione Comunista, Socialisti, Ecologisti e qualcuno me lo sarò pure dimenticato…)

Mentre il mondo si globalizza, il diritto d’autore si allunga e i DRM si restringono

La chiave del successo dell’iPhone sta sicuramente nell’iPhone, ma la serratura probabilmente si chiama App Store,  ormai  un modello di riferimento per le molte company che orbitano in rotta di collisione intorno al problema “come fare concorrenza all’iPhone”. A pensarla da utenti, l’ideale sarebbe che un App Store si aprisse anche per il nostro OS X: applicazioni semplici, a bassissimo prezzo o gratis. Sin dalla nascita di X abbiamo provato a sperare che il già valido shareware venisse sostituito dall’open source, e in parte è successo, ma c’è sempre qualcosa che osta: standard, abitudini d’uso… Siamo noi, insomma, a fare resistenza: pronti a investire somme anche considerevoli in gadget coi lustrini, non siamo invece disposti a dedicare qualche minuto per capire dove stanno i comandi di Word in Open Office.

Ma intanto il mondo si è spinto in avanti, e permettendo che tutto ciò accadesse abbiamo anche permesso che si creassero le basi per la proposizione di DRM sempre più stretti. Ma proprio perché intanto il mondo si è spinto avanti, ora un buon libro lo possiamo leggere sdraiati sul divano, ma imbracciando un contenitore di carta o un contenitore di bit – computer, lettore di ebook, iPhone con l’ottimo Stanza – e lo stesso può succedere con musica e video. Forse. Perché se voi, figli di una società globalizzata che non siete altro, avete comprato un dvd in Usa mentre eravate via per lavoro e lo volete vedere nel vostro lettore Dvd che avete comprato invece sotto casa – o lo volete vedere sul Mac ma siete andati oltre il fatidico 5° cambio di regione – zac, pur se tutto ciò è avvenuto nel pieno rispetto della legge non potete farlo, perché un DRM dirà al vostro lettore che quel DVD non è fatto per essere visto non in generale, ma lì: non potete vederlo in casa vostra ecco, ma dovreste tornare nel paese a stelle e strisce. Bizzarro, no? Se avete comprato musica la situazione non è poi molto diversa: potreste non poterla ascoltare sul vostro lettore mp3, per esempio, o non su tutti i vostri lettori.
In questi casi – che sono semplicemente la normalità – nessuno ha evaso alcuna legge, tutti hanno fatto il loro dovere di consumatori ma alla fine il risultato è che manca il consumo. Eppure siamo stati noi, che abbiamo permesso alla nostra abitudine sociale di accettare standard e comportamenti ad aver permesso che ciò accadesse.

Mentre il mondo si globalizza, il diritto d’autore si allunga, i DRM si restringono e i formati proprietari si impongono: Apple non è aliena da colpe. Prima fra molti ha compreso il valore della digitalizzazione dei contenuti, quella “cosa” che altri ci avevano sempre venduto dentro a un contenitore senza però, a un certo punto, capire come diavolo vendercelo più, quel contenitore.  Perché tutto questo gran parlare di tecnologie, banda larga, protocolli eccetera altro non è se non business: dollari, euro, denari, sghei, dollari o pizze di fango che dir si voglia la parola magica che da sempre affiora sulle labbra dei vari chairman è profitto! E la Rete da minaccia è diventata un’opportunità. Le cifre parlano infatti in modo chiaro: è la Rete, questo non-luogo di mariuoli, malfattori, pirati, bucanieri, corsari, taccheggiatori del bit e azzeccarbugli della libertà d’espressione, anarco-libertari e comunisti, il luogo-logo della rinascita dei contenuti. Ovvero, per “quella parte” della Rete, della loro commercializzazione.

Problemi nuovi all’orizzonte: coerentemente con altri settori, ora il “prodotto di cui non si può più fare a meno” rischia di patire di politiche – corrette o meno che siano – di protezionismo tali da divenire un problema per l’utente. Siamo di fronte al tema della  trasformazione dei beni in servizi: esemplare il caso dei lettori mp3, prossimamente forse l’unico bene materiale del settore musicale, ma importante solo come contenitore-veicolo del valore-conoscenza, tant’è che invece di essere pensati come prodotti finiti, fissili, dotati di un determinato insieme di caratteristiche e di un valore commerciale da sfruttare una volta soltanto, sono oggi commercializzati e pensati come piattaforma per ogni sorta di aggiornamento e di servizio a valore aggiunto (ed è per questo che se l’iPod è stata una  rivoluzione, l’iPhone è invece un salto di continuità enorme).

La ridefinizione dei parametri del valore in un sistema economico in cui il costo della tecnologia sta precipitando verso lo zero porterà, fatalmente a un sostanziale azzeramento dei costi hardware e software di un sistema: e a quel punto il valore consisterà nella relazione a lungo termine con l’utente. Chi si comporterà meglio con noi? Apple, fai la brava…

(ovvero il prossimo “Torsolo” su Applicando)

Ratman

Aggiungo anch’io la mia candidatura: Lorenzo Ortolani.