No news

È curioso come la notizia dell’arrivo ufficiale dell’iPhone non sia più assolutamente una notizia… Stanchezza da ipercomunicazione?

Capita che ti girino i coglioni

E per me che sono un pessimo titolista si tratta del titolo più rappresentativo della storia di due blog. Sì, perché se mischiando le carte e le letture, le twitterate e le tumblerate piuttosto che non i post a volte si rischia di perdere il senso, a volte lo si può invece ritrovare. Sì, perché shakerando il tutto e tornando alla vita reale ci si rende conto, e si ricorda, e in questo momento il sottoscritto ama ricordarlo, che questi spazi dovrebbero avere semplicemente la voglia di essere letti. Semplicemente: letti. Non fare opinione, o servire a chissà cosa: per quello ci sono tonnellate di inutili carte stampate e imbrattate da inutili scrivani pennivendoli. Essere letti: neppure ascoltati ma, meglio, auscultati. Un battito cardiaco: in parte - almeno - vitale. Il perché forse è la cosa troppo discussa: siamo belli (no), bravi (neppure), intelligenti (ma va…), simpatici (uno su cinque), rompicoglioni (quasi tutti). Ecco: dei rilevatori di umori che anche quando ombelicali al cento per cento hanno come unica concretezza quella di essere dei fottutissimi umori. Chissenefrega di fare tendenza, di essere nei primi tre, quattro, due invitati a una conferenza, formale o meno (ne vedo sin troppe: chi mi invita a un compleanno?), alla presentazione di un prodotto (peggio) o in una classifica (non pervenuto). Sono umori, sensazioni… beh, i più bravi qua fuori a dire chi e cosa sono le persone che dialogano fra se e il mondo su un blog si diano da fare, non sta a me. Semplicemente però siamo. E stasera io sono uno a cui girano le balle.

Se un Presidente della Camera  cui preme storicamente di rendersi presentabile a chicchessia (parallelamente  rendendosi politicamente inutile), colto da un momento di revanchismo storico e dimentico dalla sua mania scendilettesca, si lancia in una sotterranea (si sa, i duri e puri non stanno a casa Fini) e puerile operazione di sottovalutazione di un atto di violenza commesso da quelli che un tempo avrebbe chiamato camerati, usando la morte di un ragazzo per dar contro quattro somari colpevoli di aver bruciato delle bandiere israeliane in un atto che interpreta come autentico antisemitismo derivante da “pregiudizi di tipo politico-religioso” contro lo Stato di Israele.
Se un ex Ministro della Giustizia dal curriculum imbarazzante anche solo per interpretare Don Abbondio in un’edizione bergamasca dei Promessi Sposi si lancia in disprezzabili disquisizioni tecniche sul valore preterintenzionale dello stesso omicidio, avocando a se come sempre il ruolo non del ministro ma del giudice unico e inappellabile del Vero e Giusto, alla caccia di punizioni esemplari senza alcuna necessità (o capacità) di pensiero.

Se la Sinistra radicale - che Marx e Stalin l’abbiano in gloria (ma secondo almeno a uno dei due starebbero pesantemente sui maroni) - riprendono il suddetto Presidente della Camera per poi blaterare di da loro conosciute eo sospettate future “nuove repressioni violente come quelle che egli comandò a Genova nel 2001″ (prima di scatenare minchiate su intenzioni neppure dichiarate compratevi un manuale di retorica, o almeno di retorica politica e leggete l’indice!) mentre, sul finire della campagna elettorale, quando uscirono sentenze e commenti su fatti di una gravità sconcertante che ormai datano sette anni senza che nessuno abbia fatto gran ché politicamente, nessuno sembrò quasi accorgersene, tutti presi dal dato percentuale atteso.

Se il leader dell’opposizione dice che: “Io sono per non stabilire mai priorità su questi temi. Nel primo caso c’è la vita di un ragazzo che è stata spezzata ed è un episodio molto grave e sottovalutarlo sarebbe un errore molto serio; il secondo episodio è altrettanto grave e stabilire delle priorità è assolutamente sbagliato”. E “bisogna contrastare ogni forma di violenza e intolleranza. Quando poi diventa una violenza fisica nei confronti di un ragazzo ucciso a bastonate, è necessario avere un giudizio molto severo”. Che è più o meno la stessa cosa che pensa mia nonna solo che usa parole più sincere e soprattutto meno retoriche per dirlo (di “vite spezzate” - formula buona per morti sul lavoro, in strada, per incidenti o per sfighe - ne ho abbastanza e grazie per l’affermazione che sia un “episodio molto grave”, pensavo fosse una stronzatina, alla formula “episodio molto grave” - eccola, appunto! - mi si ribaltano i testicoli, il “giudizio molto severo” mi ricorda il Libro Cuore e il mio maestro di quinta elementare).

Se tutto ciò accade e nessuno si occupa di cercare un senso nel malessere confusionale e ignorante in cui viviamo e che produce distorsioni e ulteriore ignoranza, se nessuno cerca di indagare i perché senza ricorrere a puerili visioni a tema giusto per far tornare il mondo a canoni da lui riconoscibili e da lui utilizzabili, se nessuno ha neppure la curiosità se non intellettuale almeno furbescamente funzionale di verificare se forse la trama della realtà ha bisogno di una attenzione diversa e meno maldestra, si potrà almeno dire “mi girano i coglioni?”. Le soluzioni sta a voi la fuori trovarle: qui trovate solo qualcuno incazzato con tutti voi (e non mi date del grillo, non parlante ma quello con la “G” maiuscola, che se no il frullamento di balle produce una tale quantità di energia eolica che mi toccherebbe usarla per radere al suolo quei quattro pannelli fotovoltaici che quella velina da quattro soldi della trasparenza si è messo come foglia di fico).

Ho solo letto la Repubblica online. Ora torno a lavorare e a occuparmi delle mie cosucce…

Appuntamenti

Post un po’ autistico scritto di fretta: aggiornamento delle sezioni “Guardo” e “Leggo”. Poi ne parliamo, sopratutto del “Guardo”. E poi: alle 18 alla Fnac di Torino sono on stage Axell e Vittorio Pasteris per un appuntamento per la serie “BlogBar: blog, internet e altro”, microeventi ma non perché micro poco interessanti - anzi - dedicati alla cultura di rete e all’economia digitale. Si presenta il libro: Web 2.0. Guida al nuovo fenomeno della rete. Ci vediamo lì con chi c’è!

Message in a Bottle (sempre al “loft”)

La storia si ripete

Si sta per sapere, qualcosa si sta evolvendo,
comunque finisca, il mondo continua a girare
Dicono che la grande alternativa è qui,
che la rivoluzione è vicina,
ma a me sembra abbastanza chiaro
che tutto è soltanto un po’ di storia che si ripete

I giornali gridano ad un nuovo stile,
ma non so se stia arrivando o scomparendo,
c’è la moda, c’è la mania
qualcosa va bene, qualcosa no
ed è piuttosto triste lo scherzo
che tutto è soltanto un po’ di storia che si ripete

- e l’ho visto prima
- e lo vedrò di nuovo
- sì l’ho visto prima
- solo piccole parti di una storia che si ripete

Alcuni non ballano, se non sanno chi sta cantando,
perché te lo chiedi, sono i tuoi fianchi a ondeggiare
dobbiamo goderci la vita
donna, uomo, ragazza e ragazzo,
senti il dolore, senti la gioia
metti da parte le piccole parti di una storia che si ripete

- solo piccole parti di una storia che si ripete
- e l’ho visto prima
- e lo vedrò di nuovo
- sì l’ho visto prima
- solo piccole parti di una storia che si ripete

(traduzione: batik)

Meglio di un manifesto programmatico, no? E un brano sciccosissimo!

Messaggio per il “loft”

Penso che la cosa più misericordiosa al mondo sia l’incapacità della mente umana di mettere in relazione i suoi molti contenuti. Viviamo su una placida isola d’ignoranza in mezzo a neri mari d’infinito e non era previsto che ce ne spingessimo troppo lontano. Le scienze, che finora hanno proseguito ognuna per la sua strada, non ci hanno arrecato troppo danno: ma la ricomposizione del quadro d’insieme ci aprirà, un giorno, visioni così terrificanti della realtà e del posto che noi occupiamo in essa, che o impazziremo per la rivelazione o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di una nuova età oscura.

H.P Lovecraft, Il richiamo di Cthulhu (1926)

SPQR

asterix

Va bene, abbiamo perso: pazienza, sono positivo e credo all’alternanza. Ma - adesso - cominciamo a fare sul serio? Giuro che se mi mettono ancora quello lì fra i piedi io voto, voto… beh, voto… mah, forse… mi sovviene un infimo, miserabile e fors’anche pidocchiosissimo dubbio che si sia di fronte a un piccolissimo e leggerissimo problema di ricambio, che ne dite? Qualcuno chiama il loft, il caminetto, insomma, quelli lì e glielo dice?

The Power of Books

Col lavoro che faccio non potevo non innamorarmi di questa serie di scatti (via placidiappunti, © di Mladev Penev).

books

Blogombelico

È una splendida giornata di sole e sto per uscire. Ho visto però al volo un post dell’amico Axell e leggiucchiato un po’ di roba in giro, e mi è saltato fuori de panza un commento sul blog di Luca che faccio che copiare e incollare qui. A dopo e un consiglio: uscite anche voi.

sahara

Premesso che concordo con Axell, e che credendo nella diversità delle opinioni penso che si possa dibattere di tutto civilmente, sono allibito di fronte a un dibattito che, passando per scontri personali, ridicoli dibattiti sulle regole ortografiche e massificazioni di categorie inesistenti (Blogger, o blogger, professionisti, di talento… mettiamola così: io penso che nessuno di noi conti una beata ceppa, che forse un giorno alcuni blogger saranno dei veri giornalisti - e perché no! - e che se un senso mai ci sarà nella blogosfera - parola orrenda - sarà nel recupero della parola sfera e non della parola blogo) non si parli mai, da nessuna parte di Currenti Tv, delle aspettative. Tutti qui, intorno all’ombelico: blogombelico, non blogosfera!

Torsolo

Come sa chi seguiva già l’altro blog, da qualche tempo (credo una decade) ho una rubrica - Il torsolo - su Applicando, fatta di poca serietà e di tanta - spero - ironia. Il tutto è cominciato col giocare in modo scherzoso sulla contrapposizione classica Mac vs. Win, inventando personaggi, situazioni e soprattutto giocando col linguaggio (ricordo una mail di un lettore che poi diventò quasi un leit motiv: “Ma cosa ti sei fumato, ’sto mese?”), nel tempo le cose sono cambiate, ed è diventata quasi un contro editoriale, mantenendo però il cazzeggio come territorio di analisi. I tempi della carta sono quelli che sono: si scrive in questi giorni per uscire a maggio (cosa che genera mostri e ritardi informativi) e così, da qualche tempo, ho deciso di postare i pezzi nel momento in cui vengono scritti. Dato il numero di lettori miei, non credo che né a Cupertino né a Milano nessuno abbia di che lamentarsi. Ecco qui quello, appunto, di maggio. Buona, spero, lettura!

logo_apple

Apple, Apple, Apple: quasi quasi vien voglia di parlare di Microsoft, toh! Se la non massificazione del contenuto deve passare per Redmond, e Redmond sia! Okay, ragazzi: da oggi si cambia, e si passa a Vista. Purtroppo esso lui medesimo  Vista è durato all’incirca 8 minuti sul mio MacBook, giusto il tempo di un paio di risate e sette od otto improperi, cedendo immediatamente il passo al vecchio e caro (beh, i cugini un po’ tonti piacciono a tutti…) Xp per le volte, poche, in cui necessita un passaggio nella zona oscura della tecnologia. E quindi tocca ricominciare a parlare di Apple: ormai, una sorta di maledizione. Solo oggi, uscendo di casa, la copertina dell’ultimo numero di Wired lanciava un’inchiesta a tutto tondo su… Apple, e i giornali, dal Sole 24ore a Repubblica, non facevano che inneggiare all’accordo (pare sia la volta buona) fra Tim e… Apple per la commercializzazione dell’iPhone.

Una vecchia legge del marketing (propria di un vecchio modo di fare marketing) recitava: purché se ne parli… e alla modernissima Wired devono aver fatto tesoro dell’ancor valida seppur pur antica massima: l’articolo, “Evil/Genius: How Apple Wins by Breaking All the Rules”, a firma di Leander Kahney, è un ottimo pezzo in cui vengono evidenziati tutti gli “errori” fatti da Apple alla luce delle moderne regole di successo della Silycon Valley (dal trattamento dei dipendenti alla generale positiva accoglienza delle piattaforme aperte). Eppure, nonostante tutte le violazioni delle innumerevoli regole auree e, anzi, probabilmente grazie a ciò, Apple è descritta come case history di successi continui, tanto da potersi permettere – quasi con orgoglio e sicuramente con molta presunzione e prosopopea – un’operazione altrimenti anti-marketing come la chiusura di Think Secret (qualcosa per la cui esistenza altre company avrebbero pagato!) di cui abbiamo parlato anche qui qualche numero fa.

Emerge l’immagine di un’azienda perfettamente coincidente con quella del carattere del suo fondatore. Un’azienda totalmente Jobs oriented e Jobs dipendente. Un’azienda così legata al suo capo carismatico, dalle scelte strategiche al survey isterico sui prodotti, da essere poi per forza e a tutti gli effetti una visione strategicamente perfetta, talmente coerente con se stessa da apparire iconica ai fedeli e – come direbbero gli americani – “trusted” a chiunque altro. Un’azienda in cui aver fiducia. Comunque.

Repubblica dedica invece un pezzo (lo scoop, lo scoop!) all’imminente commercializzazione dell’iPhone sul nostro territorio via Tim, basata su un accordo così particolare, ma così particolare che – di fronte al classico no comment promanante da Cupertino e al silenzio generico via Telecom – potrebbe anche infine rivelarsi non del tutto corretto nella sua esposizione. A parte certi toni nazional trionfalistici forse poco consoni a una trattativa con un mastino come si sa Apple può essere, se comunque le condizioni riportate fossero reali, saremmo di fronte – nuovamente – alla camaleontica capacità di Jobs di cogliere in modo animale i gangli profondi dei cambiamenti in atto. In soldoni: l’accordo sarebbe rivoluzionario perché abbandonerebbe la formula sulla quale Apple ha finora costruito il successo dell’iPhone, fatta di accordi in esclusiva, con un solo operatore in ogni mercato, e il meccanismo della ‘revenue sharing’. Bum! Sarà così, non sarà così? Senza avventurarci in ipotesi di fantasia e in attesa di commentare dati concreti, eccoci però nuovamente di fronte alla abituale follia generata da Apple ormai in modo continuo: illazioni, ipotesi, commenti a notizie inesistenti e rumours, un vorticoso (e a volte inutile) perenne vociare.

Probabilmente ha ragione Wired quando, fra le righe, omaggia Apple per essere riuscita a massimizzare un certo modo di fare impresa proprio più del secolo scorso che del web 2.0, anche se fa impressione veder codificate certe assonanze, note ma in qualche modo sempre accolte bonariamente, fra i “sistemi chiusi” di Apple e i “sistemi chiusi” riconosciuti come tali! Ma il sistema, chiuso o aperto che sia, di Apple ha sempre avuto una caratteristica fondante: la sua intrinseca qualità. Il controllo di hardware e software, la loro costante e naturale coesione, si è concretizzato – attraverso il braccio armato del design – in facilità d’uso ed ergonomia quotidiana.
L’affacciarsi dei servizi via web ha però posto, con l’iPhone ,una prima seria sfida a questo ecosistema: risolta con un transito semi obbligatorio presso i server di Cupertino degli applicativi sviluppati da soggetti terzi. Ma sarà sempre un’opzione possibile? Chiedersi cosa sarà di Apple senza Jobs è banale, ma crediamo che il futuro Steve Jobs, qualunque sarà il suo nome, dovrà essere qualcuno con la capacità di vedere nei servizi via web con la stessa chiarezza e visione avuta dal vecchio Steve Jobs. Prodotti come iWeb o .mac sono – lo ripeterò sino alla noia – residui di un’evoluzione incompiuta, pezzi di dna in disuso, informazioni prive d’importanza. Cosa farà Apple del web? Noi siam qui, e aspettiamo, in lupetto nero e jeans vagamente stinti. A immagine e somiglianza! Alla prossima

Cippettii

Ho un account su Twitter: e anche qualche perplessità sul suo utilizzo. Proviamo, si sa mai (per gli interessati: sto provando  twhirl)… Lo piazzo pure qui, in fondo a sinistra…

Dilettanti allo sbaraglio

Ma a Repubblica i titolisti li assumono direttamente dal Bagaglino?

repubblica

Credevamo di essercene liberati…

Su Wired in esclusiva il nuovo video di Björk, Wanderlust, in versione 3D (servono i famigerati occhialini…) ma anche 2D e a seguire un dietro-le-scene-making-of.

bjork

Icelandic songstress Björk never ceases to amaze audiences with her wildly inventive costumes and imaginative visual style. The electro-pop performer’s new 3-D video for the song “Wanderlust” is a bewitching homage to an other-worldly era, following Björk as she goes on a mystical voyage and herds prehistoric beasts through a lush wilderness.

Shot entirely in 3-D using custom-built equipment by San Francisco Bay Area filmmakers Encyclopedia Pictura, the seven-minute video took nine months to produce. More than 150 artists, sculptors and interns worked on the project.

Wired.com brings you the exclusive web premiere of the 3-D version of the video along with exclusive behind-the-scenes coverage.

La liberazione del titolo riguarda gli occhialini: Björk, seppur discontinua, continua a piacermi!

Sindrome da acquisto compulsivo

Ehm, se sull’iPhone non so bene (a proposito: nel frattempo ho letto - e condivido - il breve post di Massimo, che contiene anche la bizzarra definizione - like the WSJ with red sauce, con buona pace della nostra informazione - affidata da Engadget a Repubblica) ho invece una certezza: Mario Kart è imperdibile. L’ho comprato stasera, ma - dopo aver assistito invidiosissimo ai due piccoli di casa che si ammazzavano dalle risate - prevedo grandi occhiaie al risveglio, sempre se risveglio sarà (con le ultime energie razionali segnalo due ottimi spunti di Federico)!

mario kart

Quasi quasi compro un Nokia…

Lungo articolo di Stefano Carli su la Repubblica di oggi per annunciare lo sbarco dell’iPhone sul nostro mercato. A parte un (tentativo di) rilancio d’immagine del top manager italiano, l’articolo si focalizza su una lunga e dettagliata analisi delle motivazioni per cui Apple avrebbe, convinta dal Nostro, mutato strategia oppure sul fatto che Apple avrebbe cambiato strategia e il nostro si sarebbe trovato lì per caso… non si capisce. Quel che si capisce è che:

2) L’accordo con Telecom Italia non si baserà sulla ‘revenue sharing’: niente più percentuali sul traffico ma un prezzo di vendita più alto. E non di poco.

Ma di questo - ovvero che costerà di più a noi - e del fatto che in mancanza di un chiaro piano tariffario che leghi operatore e telefono in una configurazione (possibilmente flat o comunque passibile di un’economia decente) sempre a noi toccherà pagare di più, si è deciso di non dare spiegazioni. Amen. Dato non interessante. Noi pagare. Basta.

Quindi: complimenti a Jobs, che si arricchirà sempre di più, al Nostro Top Manager per essersi-voluto-trovare-per-caso al posto giusto e speriamo che un blogger di passaggio - volontariamente e senza tesserini e iscrizioni all’ordine dei giornalisti (Grillo con il prossimo V-Day dedicato all’informazione farà anche un’operazione populista e demagogica, ma viene una voglia…) trovi la voglia di spendere un paio di parole al riguardo (tipo: lo compro adesso - in questi giorni in Inghilterra o in Germania è scontatissima la versione Edge - lo cracco e lo uso come un telefono +iPod e per navigare spero in un wifi… oppure qualcosa di più intelligente ma adesso non mi viene…). Ah, il tocco del Nostro è evidentemente di lunga durata ed effetto, e coinvolge anche le raffinate penne giornalistiche nostrane. Infatti il pezzo si chiude con una singolare concordanza grammaticale:

E Telecom Italia si è trovato al posto giusto nel momento migliore.

Guardando un po’ più in là del proprio ombelico…

Franco Berardi (aka Bifo) sul risultato elettorale (via Macchianera, dove trovate anche i commenti): è Bifo, dunque, ma è comunque da leggere:

La bufera ha spazzato via i detriti del ventesimo secolo.
Non c’è di che rallegrarsi. Il Novecento fu un secolo tremendo di violenza e di guerra, ma aveva per lo meno un orizzonte al quale guardare, una speranza da coltivare.
Oggi non vi è più nessun orizzonte, solo paura dell’altro e disprezzo di sé.

Questo è l’argomento del quale dobbiamo occuparci, non del risultato delle elezioni.
La scomparsa della sinistra e la vittoria definitiva dei razzisti e della mafia è un fatto prevedibile e previsto.
La sinistra ha preparato accuratamente questo rovescio. Timorosa di ripetere l’errore del 1998 ha accettato tutto quello che la Confindustria e la Banca Europea hanno imposto, e il risultato è quello che ora vediamo. Come se due errori di segno contrario potessero mai fare una cosa giusta.

Gli operai hanno rifiutato di votare (come non capirli?) oppure hanno votato per i peggiori tra i loro sfruttatori (come non compatirli?).
Ma occuparci delle elezioni passate o di quelle future sarebbe pura perdita di tempo. La democrazia rappresentativa da tempo non ha più niente da dare. Ora ha chiuso ufficialmente i battenti.

Olindo e Rosa hanno vinto le elezioni politiche. E allora? Si tratta di curare la malattia, se ne siamo capaci, non di restaurare vecchi apparati. Dobbiamo occuparci della malattia psichica che si manifesta in Italia con l’emergere di un esercito maggioritario di zombie assetati di sangue.

È già successo in Francia qualche tempo fa. La vittoria di Sarkozy è stata accompagnata dalla scomparsa della sinistra dalla scena politica parlamentare. Perché disperarsi se ora accade in Italia?
La sinistra, che avrebbe dovuto essere strumento di organizzazione dell’autonomia della società dal capitale, nel corso del Novecento si è trasformata in un ceto parassitario che succhia il sangue dei movimenti per tradirli in maniera sistematica.

Nella versione bolscevica quel ceto politico ha massacrato le avanguardie intellettuali e operaie. Nella versione socialdemocratica ha venduto le conquiste operaie in cambio di potere economico per le burocrazie. Nella sua attuale versione americanizzata si illude di poter condividere il potere con gli aguzzini. Non si accorgono gli americanoidi all’amatriciana che l’America dei loro sogni sta sprofondando, sconfitta dalla resistenza regressiva dei popoli islamici, e sommersa da una recessione senza vie d’uscita. L’Occidente sprofonda in una recessione che annuncia guerra civile planetaria. Questo lo scenario, questo l’orizzonte.

Ora la società non ha più difese, in compenso non c’è più il ceto politico che la parassitava.
Lasciamo perdere l’idea di ricostruire la sinistra, perché la sinistra non ci serve. È un concetto vuoto, che si può riempire soltanto di passato.
La società non ha bisogno di un nuovo apparato di mediazione politica. Non ci sarà mai più mediazione politica. Il capitale ha scatenato la guerra contro la società. Non possiamo far altro che adeguare ad essa i nostri strumenti e i nostri linguaggi.

Non possiamo combattere quella guerra sul piano della violenza, per la semplice ragione che la perderemmo.
La società deve costruire le strutture della sua autonomia culturale: dissolvere le illusioni che sottomettono l’intelligenza al lavoro al consumo e alla crescita, curare lo psichismo collettivo invaso dai veleni della paura e dell’odio, creare forme di vita autonoma autosufficiente, diffondere un’idea non acquisitiva della ricchezza.
Non abbiamo altro compito. Ed è un compito gigantesco.

In tempi di follia…

… servono dei folli: Madmen. Vincitore di due Golden Globe 2008, sta girando su Cult, ma se non volete o non sapete aspettare (o, come sarebbe saggio, non avete la maledetta Sky - sono sul punto di disdire) la trovate facilmente sui torrent. La scrittura è di uno dei creatori dei Soprano, Matthew Weiner (nella quinta e sesta serie): i protagonisti sono i creativi anni ‘60 di Madison Avenue, dove allora erano concentrate le maggiori agenzie di pubblicità statunitensi. Un mondo cinico, popolato dall’ambizione e dal denaro, nel quale spicca il peronaggio di Don Draper, interpretato da un ottimo Jon Hamm (curiosa questa cosa che da Dylan Dog a Nathan Never passando per Donald Duck la doppia iniziale identica di nome e cognome continui a ripetersi nei personaggi di… successo…), uomo di - appunto - successo disposto a trasformare persino i sentimenti in una forma di business. Insieme alle enormi nuvole di fumo, razzismo e maschilismo sono tra gli ingredienti di fondo di Mad Men, che propone un affresco per nulla nostalgico o edulcorato degli anni ‘60, gli stessi anni dell’ascesa politica di Nixon e, forse, dell’inizio della caduta della società americana. Anche se non posso dimenticare la cruda e struggente introduzione di America Tabloid, di James Ellroy:

L’America non è mai stata innocente. Abbiamo perso la verginità sulla nave, durante il viaggio di andata e ci siamo guardati indietro senza alcun rimpianto. Non si può ascrivere la nostra caduta dalla grazia ad alcun singolo evento o insieme di circostanze. Non è possibile perdere ciò che non si ha sin dall’inizio. La mercificazione della nostalgia ci propina un passato che non è mai esistito.

La vera Trinità di Camelot era Piacere, Spaccare il culo e Scopare. Jack Kennedy è stata la punta di diamante mitologica di una fetta particolarmente succosa della nostra storia. Spandeva merda in modo abile e aveva un taglio dica pelli di gran classe.

Jack venne fatto fuori al momento ottimale per assicurarne la santità. Le menzogne continuano a vorticare attorno alla sua fiamma eterna. È giunto il momento di rimuovere la sua urna e illuminare le azioni di acuni uomini che spalleggiarono la sua ascesa e facilitarono la sua caduta.

Erano sbirri corrotti e artisti del ricatto. Erano intercettatori, soldati di fortuna e cabarettisti froci. Se un solo istante delle loro esistenze avesse imboccato un percorso diverso, la Storia americana come noi la conosciamo non sarebbe mai esitita.

È tempo di demitizzare un’era e costruire un nuovo mito, dalle stalle alle stelle. È tempo di abbracciare la storia di alcuni uomini malvagi e del prezzo da loro pagato per definire in segreto il loro tempo.

Caduta: la sigla di Madmen la richiama. Ed è splendida:

Sentitamente

Cari elettori del centro destra, grazie, eh. Ne riparliamo fra 5 anni, magari, quando spero sarete ridotti allo stremo da uno dei governi che riporterà un paese già arretrato indietro di un’altra cinquantina d’anni. Non che ci fossero alternative strabilianti, ma almeno la sopravvivenza…

Visti da fuori

Grande Zucconi, oggi, su la Repubblica.

Disperato erotico stomp!

invasion-cover21.jpgQuella che sta per finire non è stata una campagna elettorale. Di contenuti e progetti, idee o ideologie, previsioni e sogni non si è parlato se non in termini retorici ed evocativi: è mancato il pensiero ed è mancato quello che è un momento normale di esercizio democratico, il confronto fra i candidati. Probabilmente come conseguenza di questa assenza così innaturale da essere quasi passata sotto silenzio - una totale irrealtà di cui forse si è avuto paura, o a cui forse si è assistito stremati da un quindicennio in cui in molti, da entrambi gli schieramenti, hanno partecipato liberamente e consapevolmente al gioco di uccidere il pensiero - anche e forse soprattutto in Rete si è parlato di una classe politica vecchia, poco innovativa, dal volto inespressivo sia a destra che a sinistra, stigmatizzando, pontificando, urlando o sussurrando. Ma comunque partecipando, così, alla costruzione del mostruoso e informe Golem cui ci troveremo di fronte fra pochi giorni: noi stessi, la società in cui viviamo e che non riusciamo a segnare.

Di Berlusconi o Veltroni sinceramente non mi importa molto, né dei vari stendardi orribili - se i simboli hanno un senso, i simboli della politica italiana sono effettivamente testimoni evidenti dell’attuale bruttezza - né dei poveri illusi che, perché seggono su un seggio, uno scranno, quella che una volta era la “poltrona” e ora è un banale pezzo di legno dal quale agitare mortadelle, corde, lenzuola, credono - magari davvero - di interpretare noi, le nostre attese, i nostri bisogni. Un teatro folle e cieco di pupari di second’ordine, senza storie, personaggi, battute.

Mi importa però del mio panettiere, del giornalaio, di chi trovo di fronte a uno sportello o di fianco su un mezzo pubblico: e mi spaventa chi dichiara di accettare questa destra, di condividerne la pochezza e la tristezza maligna e furbastra. Chi sminuzzando parole e centrifugandole nelle sue paure più istintive e primarie dimostra ancora una volta di non voler appartenere ad alcun contesto, di non voler pensare, condividere, discutere. La loro tristezza, che vivevo prima e dovrò sopportare poi attraverso le leggi che verranno votate da quelli che loro avranno deciso di innalzare al ruolo di “nostri” rappresentanti, mi provoca una rabbia sorda. Perché mi preoccupa non avere difese per tenere lontana questa quotidianità abbacinante, assordante. E anche quella strana accidia che vedo prossima in molti: l’arrendersi al fatto che niente potrà cambiare.

Questo post, che in fondo ha poco a che fare con la politica, se ha un timido legame con quella che un tempo era la nobile arte della politica, la possiede in funzione di una piccola parentela con quello di Suz di oggi: se si potesse davvero confrontarsi, se ci fossero delle idee di cui discutere, la destra non sarebbe un male ma una forma di confronto, e probabilmente sarebbe vero il contrario. Nella realtà siamo tutti - destra e sinistra - ridotti così male da assistere senza reagire a questo spettacolo.

Bene, se siete di destra, se credete negli ideali della destra provate a costruirne una vera, seria, con un senso dello stato e delle istituzioni, come per altro abbiamo avuto sino a un paio di decenni fa. Non premiate questa cosa aliena. Il pensiero che lunedì mi sveglierò in un fotogramma de L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel o Abel Ferrara mi spaventa. “Ti assalgono mentre dormi, ma non puoi stare sveglio in eterno”: è una battuta del remake di Ferrara, ma è anche - forse - un richiamo a quello che tutti noi, qui, possiamo fare, senza tante seghe dedicate a cosa sia una blogstar, a quanto sia rappresentativa una classifica o a quanto la “blogosfera” possa influenzare il mondo reale o meno in cui viviamo. Teniamoci svegli. È già un bel casino, come progetto!

Feedburner

Premesso che vivo sereno senza, qualcuno di voi tecnocrati mi spiega perché diavolo non riesco ad attivare Feedburner (cosa già fatta sul vecchio blog e su quello di qualche amico senza problema alcuno…)? Via Feedsmith ottengo solo questo risultato:

We could not find a valid feed at that address.

E bla bla bla vari… Ma non ha senso? O sì? O è la sfiga (pure Technorati mi ha dato guai…). Aita!