Feb 042010

James EllroyIeri sera al Circolo dei lettori presentazione de Il sangue è randagio, presente un James Ellroy a metà fra il consumato attore e il gentleman in vacanza, incastrato in domande di rito su metodo di lavoro, contrapposizione fra storia e fiction, il classico pesare quanto sia vero e quanto falso, quanto di destra e quanto di sinistra, cosa siano destra e sinistra e poi Nixon e Kennedy e il sogno americano, nuotando nel solito spazio amniotico in cui viene di norma collocato l’autore maudit chiunque-esso-sia, fra il romantico e il voyeur, fra genio e follia, cui hanno fatto seguito risposte di rito, da tour promozionale, quando parti sapendo che per mesi mille perfetti sconosciuti più (meno) preparati si affaccenderanno intorno a te per chiederti le stesse cose, intervista dopo intervista, giorno dopo giorno, e sai che dovrai dare le stesse risposte, complici una barriere linguistiche simili a un blocco di marmo e distanze culturali che qui da noi fanno sembrare Los Angeles e l’America più lontane della costellazione di Orione.

Poi il guizzo, la cosa che aspettavi – perché hai letto tutti i suoi libri almeno un paio di volte e non vuoi una lezione di psicologia freudiana, non vuoi scoprire l’uomo che sta dietro allo scrittore, non vuoi una lezione di narratologia o di storia ma vuoi il meglio di quello che hai letto, anzi qualcosa in più, una risposta a quell’ancora che hai sempre provato all’ultima pagina. In pieno italian style aka volemose bene che siamo comunque buoni guaglioni il giornalista (corpo proteso, mano timidamente appoggiata sul braccio dell’autore a segnalare non solo una complicità anche fisica, voce abbassata di un tono, intercalare romano sospeso) fa partire la frase di chiusura, una cosa del tipo: “Volevo chiudere con un’affermazione che non so se ti piacerà, ma hai un sorriso più tenero delle parole che scrivi”. E scocca la risposta, in un sogghigno che vale da solo la serata: “I’m a tender motherfucker!”. Standing ovation, traduttore sovrastato da applausi finalmente scroscianti, tutti in coda per l’autografo

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Feb 022010

C’erano una volta un branco di cialtroni perditempo che passavano ore a bloggare. Poi crearono un’entità multiforme e indisciplinata che qualcuno iniziò a chiamare blogosfera, studiata e classificata con ardore entomologico da passanti, sapientoni tuttofare e tuttologi in cerca di visibilità (molti all’interno della blogosfera stessa, per altro). Poi venne il periodo in cui si percepì che qui e là potevano anche esserci dati interessanti, e allora giornali e giornalisti (molti fra quelli oggi spesso chiudono i loro pezzi con la dicitura “Riproduzione riservata”) ne ripresero pezzi e brani senza citazione alcuna della fonte. Fanciullezze e mediocrità tipiche di ogni cosa umana, direte.

In tutto ciò, e nell’agone gossiparo che è divenuta la politica italiana, pregna di travoni, segretarie e scandali costruiti ad arte, che questa intervista di Alessandro Giglioli a Carlo Taormina stia passando sotto un silenzio paragonabile solo a quello che ammanta la vicenda dell’ineleggibilità possibile di Formigoni e Errani stupisce. Un motivo in più per leggerla. E appuntarla:

«Conosco bene il modo con cui Berlusconi chiede ai suoi legali di fare le leggi ad personam, perché fino a pochi anni fa lo chiedeva a me. E, contrariamente a quello che sostiene in pubblico, con i suoi avvocati non ha alcun problema a dire che sono leggi per lui. Per questo oggi lo affermo con piena cognizione di causa: quelle che stanno facendo sono norme ad personam».

Carlo Taormina, 70 anni, è stato uno dei legali di punta del Cavaliere fino al 2008, quando ha mollato il premier e il suo giro – uscendo anche dal Parlamento – a seguito di quella che lui ora chiama «una crisi morale». Ormai libero da vincoli politici, in questa intervista a Piovonorane dice quello che pensa e che sa su Berlusconi e le sue leggi.

Avvocato, qual è il suo parere sulle due norme che il premier sta facendo passare in questi giorni, il processo breve e il legittimo impedimento? «La correggo: le norme che gli servono per completare il suo disegno sono tre. Lei ha dimenticato il Lodo Alfano Bis, da approvare come legge costituzionale, che è fondamentale».

Mi spieghi meglio. «Iniziamo dal processo breve: si tratta solo di un ballon d’essai, di una minaccia che Berlusconi usa per ottenere il legittimo impedimento. Il processo breve è stato approvato al Senato ma scommetterei che alla Camera non lo calendarizzeranno neanche, insomma finirà in un cassetto».

E perché? «Perché il processo breve gli serve solo per alzare il prezzo della trattativa. A un certo punto rinuncerà al processo breve per avere in cambio il legittimo impedimento, cioè la possibilità di non presentarsi alle udienze dei suoi processi e di ottenere continui rinvii. Guardi, la trattativa è già in corso e l’Udc, ad esempio, ha detto che se lui rinuncia al processo breve, vota a favore del legittimo impedimento?».

E poi che succede? Che c’entra il Lodo Alfano bis? «Vede, la legge sul legittimo impedimento è palesemente incostituzionale, e quindi la Consulta la boccerà. Però intanto resterà in vigore per almeno un anno e mezzo: appunto fino alla bocciatura della Corte Costituzionale. E Berlusconi nel frattempo farà passare il Lodo Alfano bis, come legge costituzionale, quindi intoccabile dalla Consulta».

Mi faccia capire: Berlusconi sta facendo una legge – il legittimo impedimento -che già sa essere incostituzionale? «Esatto. Non può essere costituzionale una legge in cui il presupposto dell’impedimento è una carica, in questo caso quella di presidente del consiglio. Non esiste proprio. L’impedimento per cui si può rinviare un’udienza è un impegno di quel giorno o di quei giorni, non una carica. Ad esempio, quando io avevo incarichi di governo, molte udienze a cui dovevo partecipare si facevano di sabato, che problema c’è? E si possono tenere udienze anche di domenica. Chiunque, quale che sia la sua carica, ha almeno un pomeriggio libero a settimana. Invece di andare a vedere il Milan, Berlusconi potrebbe andare alle sue udienze. E poi, seguendo la logica di questa legge, la pratica di ottenere rinvii potrebbe estendersi quasi all’infinito. Perché mai un sindaco, ad esempio, dovrebbe accettare di essere processato? Forse che per la sua città i suoi impegni istituzionali sono meno importanti? E così via. Insomma questa legge non sta in piedi, è destinata a una bocciatura alla Consulta. E Berlusconi lo sa, ma intanto la fa passare e la usa per un po’ di tempo, fino a che appunto non passa il Lodo Alfano bis, con cui si sistema definitivamente».

Come fa a esserne così certo? «Ho lavorato per anni per Berlusconi, conosco le sue strategie. Quando ero il suo consulente legale e mi chiedeva di scrivergli delle leggi che lo proteggessero dai magistrati, non faceva certo mistero del loro scopo ad personam. E io gliele scrivevo anche meglio di quanto facciano adesso Ghedini e Pecorella».

Tipo? «Quella sulla legittima suspicione, mi pare fossimo nel 2002. Gli serviva per spostare i suoi processi da Milano a Roma. Lui ce la chiese apertamente e noi, fedeli esecutori della volontà del principe, ci siamo messi a scriverla. E abbiamo anche fatto un bel lavoretto, devo dire: sembrava tutto a posto. Poi una sera di fine ottobre, verso le 11, arrivò una telefonata di Ciampi».

Che all’epoca era Presidente della Repubblica. «Esatto. E Ciampi chiese una modifica».

Quindi? «Quindi io dissi a Berlusconi che con quella modifica non sarebbe servita più a niente. Lui ci pensò un po’ e poi rispose: “Intanto facciamola così, poi si vede”. Avevo ragione io: infatti la legge passò con quelle modifiche e non gli servì a niente».

Pentito? «Guardi, la mia esperienza al Parlamento e al governo è stata interessantissima, direi quasi dal punto di vista scientifico. Ma molte cose che ho fatto in quel periodo non le rifarei più. Non ho imbarazzo a dire che ho vissuto una crisi morale, culminata quando ho visto come si stava strutturando l’entourage più ristretto del Cavaliere.

A chi si riferisce? «A Cicchitto, a Bondi, a Denis Verdini, ma anche a Ghedini e Pecorella. Personaggi che hanno preso il sopravvento e che condizionano pesantemente il premier. E l’hanno portato a marginalizzare – a far fuori politicamente – persone come Martino, Pisanu e Pera. E adesso stanno lavorando su Schifani».

Prego? «Sì, il prossimo che faranno fuori è Schifani. Al termine della legislatura farà la fine di Pera e Pisanu».

Ma mancano ancora tre anni e mezzo alla fine della legislatura… «Non credo proprio. Penso che appena sistemate le sue questioni personali, diciamo nel 2011, Berlusconi andrà alle elezioni anticipate».

E perché? «Perché gli conviene farlo finché l’opposizione è così debole, se non inesistente. Così vince un’altra volta e può aspettare serenamente che scada il mandato di Napolitano, fra tre anni, e prendere il suo posto».

Aiuto: mi sta dicendo che avremo Berlusconi fino al 2020? «E’ quello a cui punta. E in assenza di un’opposizione forte può arrivarci tranquillamente. L’unica variabile che può intralciare questo disegno, più che il Pd, mi pare che sia il centro, cioè il lavorio tra Casini e Rutelli. Ma se questo lavorio funzionerà o no, lo vedremo solo dopo le regionali».

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Feb 012010

Francesco Costa sul progetto di legge presentato da alcuni esponenti del PD sull’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche.

Si potrebbe scrivere un trattato di cattiva politica sul progetto di legge presentato da undici senatori del Pd (tra questi Ceccanti, Chiti, Lumia, Pinotti, Tonini e Treu) sull’esposizione per legge del crocifisso nelle aule. La questione è piuttosto microscopica, ma nella proposta dei magnifici undici c’è davvero tutto un mondo. Il contenuto della proposta sarebbe, in sintesi:

- in ogni aula deve esserci un crocifisso.
- se alcuni genitori si offendono e protestano, il dirigente scolastico trova una soluzione, magari anche esponendo altri simboli religiosi.
- se ancora non si trova nessuna soluzione, il dirigente scolastico “adotta, previo parere del consiglio di circolo o di istituto, una soluzione che operi un giusto contemperamento delle convinzioni religiose e di coscienza di tutti gli alunni della classe coinvolti e che realizzi il più ampio consenso possibile”. Insomma, decida un po’ come gli pare.

Ora, io credo che chi ama parlare di semplificazione legislativa e taglio delle leggi inutili – Ceccanti, parlo con te – dovrebbe evitare di proporre leggi così evidentemente inutili. Avrebbe avuto più senso una legge che imponesse il crocifisso nelle aule e basta. Invece qui si dice alle scuole: mettete il crocifisso nelle aule, al limite aggiungeteci quel che vi pare, male che vada sbrigatevela voi. Una norma completamente inutile, oltre che ridicola, ispirata alla peggiore tradizione del multiculturalismo europeo, quella relativista e subalterna alle religioni. Senza contare che si tratterebbe di una legge smaccatamente ed esplicitamente incostituzionale:

Ma il punto principale è che la proposta di legge è del tutto incompatibile con il principio di laicità. Essa individua ancora una confessione privilegiata, quella cattolica, il cui simbolo è esposto per default, mentre gli appartenenti ad altre religioni sono costretti all’iter di una apposita richiesta, il cui esito, per giunta, non sembra neppure scontato. Il richiamo alla privacy del disegno di legge assume qui tutti i caratteri dell’ipocrisia: il singolo, per vedere rispettata anche la propria confessione – magari poco popolare o controversa agli occhi della maggioranza – deve uscire allo scoperto, mentre ai cattolici è risparmiato ogni sforzo. Da notare come non si faccia neppure cenno, con insensibilità rivelatrice, ai costi degli altri simboli da esporre: saranno a carico delle famiglie o dell’istituzione scolastica? Questi rilievi farebbero pensare a una possibile incostituzionalità di una legge articolata su queste linee, per violazione dell’art. 3 Cost. prima ancora che dell’art. 8.

In Italia le possibilità che le proposte di legge presentate dagli esponenti dell’opposizione siano calendarizzate in aula – figuriamoci diventare leggi dello stato – sono notoriamente pochissime. In certe legislature, come questa, vicine allo zero. Naturalmente si fanno lo stesso: teoricamente dovrebbero servire per comunicare agli elettori di avere tante e buone idee, e a incalzare il governo tentando di metterlo in difficoltà. A quale obiettivo risponde la presentazione di questo progetto di legge?

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Jan 312010

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Jan 302010

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Jan 292010

Molte delle discussioni sul futuro di iPad vertono sul suo rapporto sul Kindle, basandosi su un confronto di tecnologie ed esperienze d’uso possibili. Nelle opinioni che ho avuto modo di seguire sinora, noto una costante: la lettura, retroilluminata o meno, è processo dato per scontato, identificato con il canone centenario che siamo usi a considerare, immutabile punto di partenza oggettivante, che dovrebbe – a detta di molti – condizionare la tecnologia a produrre oggetti che avvicino l’esperienza della lettura su un device elettronico a quella di Dante, Leopardi, Eco, di uno chiunque di noi di fronte alle pagine di un “libro”.

Introdurrei un dubbio: forse, nell’età digitale, il libro non sarà più semplicemente inchiostro, elettronico o meno, su una pagina, retroilluminata o meno. La vera sfida la dovranno raccogliere, e vincere, gli editori: saremo capaci di trovare forme di design e gestione dei contenuti che siano digitali non nella loro rappresentazione ma nella loro natura più intima? Il libro sarà ancora un libro o si trasformerà in una “applicazione”? E se divenisse un software a basso impatto economico – tipo le Apps di iPhone, bypassando iBooks, Amazon e simili – ricco di funzioni che ne leghino il contenuto a un vero ecoistema informativo (non sto parlando di TPM, sia chiaro) la pirateria sarebbe un problema?

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Jan 292010

Magico e rivoluzionario
Dopo l’iPod e l’iPad pare che Steve Jobs sia stato chiamato da Bersani per creare la nuova creatura: l’iPd

(un colpo di genio di emmebi)

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Jan 282010

L’autocitazione è operazione da veri professionisti dell’ego, quindi da veri giornalisti – fra cui nell’ambito dei new media spicca il modello “io c’ero quando voi non c’eravate e ora non ci sono più perché me ne sono andato prima dell’arrivo dei barbari” – e quindi mi scuserete se ne approfitto pur non appartenendo né alla prima (spero…) né alla seconda categoria (ne sono certo…), ma questa cosa scritta un anno fa secco su Apple, il suo sistema sostanzialmente chiuso e il valore delle App, ovvero del software legato al prezzo in discesa dei device non mi pare poi così campata per aria. Sostituendo iPhone con iPad mi pare si confermino alcune proprietà basiche della matematica e, forse, anche dei movimenti verso il profitto di Apple.

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Jan 282010

New York, 1º gennaio 1919 – Cornish, 28 gennaio 2010

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Jan 282010

David Pogue recensisce l’iPad. Un paio di passaggi interessanti:

The iPad as an e-book reader is a no-brainer. It’s just infinitely better-looking and more responsive than the Kindle, not to mention it has color and doesn’t require external illumination. (Book fans should note, however, that the iPad e-bookstore won’t offer bestsellers at $10 each, like Amazon and Barnes & Noble do. And although Apple says the iPad has a 10-hour battery life, it hasn’t yet said “doing what.” Playing video eats up battery a lot faster than reading e-books.)

Web browsing, painting programs, TV and movies, newspapers and magazines all seem like naturals on this 1.5-pound machine, too. The New York Times app is especially appealing to me — and yes, this is my completely independent opinion — because it seems to work like the much-adored Times Reader app for computers.

Overall, the iPad seems like a dream screen for reading and watching—at some loss of convenience in creating. True, there’s an on-screen keyboard, big enough to type on with both hands in the usual way. And Apple will offer a specialized multitouch word processor, spreadsheet and presentation app for $10 each. But I’m guessing that, with no mouse and no physical keys to feel, writing and editing will be more effort than on a laptop. (Apple will also sell an external keyboard that holds the iPad upright as you type. Then again, if you need to carry all that around, maybe a laptop would make more sense.)

e

My main message to fanboys is this: it’s too early to draw any conclusions. Apple hasn’t given the thing to any reviewers yet, there are no iPad-only apps yet (there will be), the e-bookstore hasn’t gone online yet, and so on. So hyperventilating is not yet the appropriate reaction. At the same time, the bashers should be careful, too. As we enter Phase 2, remember how silly you all looked when you all predicted the iPhone’s demise in that period before it went on sale.

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Jan 272010

iPad

Esattamente come in molti se lo aspettavano, molto meno caro di quanto in molti sospettavano, con un iWork in più e forse qualche accordo editoriale in meno: come e-reader gioca un’altra partita rispetto al Kindle. Partite diverse, pubblici diversi, quantità diverse: detto un po’, come dire, in poche e semplici parole, il Kindle manterrà la sfera dei forti lettori, un pubblico con voglia di spendere in libri, che apprezza o comunque apprezzerà il fatto di non dover cambiare appartamento per poter comprare la nuova edizione di non importa cosa (Shakespeare, Simenon, Potter, fate voi) e che tiene a un’esperienza di lettura durevole, di ore ed ore che solo l’e-ink al momento può garantire. Ha dalla sua un’esperienza come Amazon, che Apple non è in grado di ripetere. L’iPad conquisterà invece i mercati dei magazine, dei giochi (pensatelo in mano a un ragazzino…), delle graphic novel, dei fumetti (Marvel vi dice niente, tanto per fare un esempio non casuale?), ha enormi possibilità di espansione nel mercato educational e chi ha molto bisogno di mobilità non potrà farne a meno: ucciderà i notebook. Io, nel dubbio, Kindle e iPad li parcheggerò nello stesso zaino! Apple non è più solo Mac, non è più nemmeno solo Jobs, considerando come il keynote è stato organizzato e forse non è più nemmeno un brand (cosa che qui si sostiene da tempo) o un produttore di computer (idem): come Steve ha tenuto a dire ricollocandola sul mercato, è una mobile company.

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Jan 262010

Ma se il quasi-nuovo-nato-iTablet avrà una connessione 3G, sarà possibile uno switch della sim dall’iPhone all’iCoso? Non che sia la cosa più pratica dell’universo, ma prima di pagare una paio di connettività (4, in realtà: ADSL casalinga, chiavetta, iPhone…). O siamo in zona simil-whispernet?

Update: no, utilizzerà le mini sim

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Jan 252010

Ha (quasi) ragione Massimo: l’attesa, al solito spasmodica, per il prodotto – che si chiami iSlate o iCoso non importa – meraviglioso e rivoluzionario, che Apple presenterà tra pochi giorni, in realtà cosa nasconde? Insomma: cosa diavolo possiamo aspettarci da quella giornata tanto da farla rimanere epocale nella storia del giornalismo, della distribuzione dei contenuti, della loro digitalizzazione?

Certo, viviamo un momento cruciale e di passaggio, ma come sempre la tecnologia evolverà per avvicinare l’uomo ai suoi bisogni, e prima o poi quello che abbiamo visto in molti concept – come quello di Mag+ – diverrà semplicemente realtà. E quel momento di stupore e meraviglia sarà in realtà ascrivibile a uno dei tanti attimi in cui i vari concept hanno svelato-anticipato caratteristiche sui notri schermi in questi giorni.

Allo stesso modo, se la tecnologia evolve a partire dalla combinazione di elementi preesistenti, anche il più innovativo dei device non potrebbe che unire cromosomi e gameti di altre tecnologie: l’always on gratuito (Kindle docet), un ebook store (l’iTunes Store, l’App Store e tutti gli altri store sorti a imitazione e somiglianza sono lì di fronte a noi), una trascrizione digitale dei contenuti (Mag+ e altri, appunto).

Certo: arrivare alla tecnologia figlia delle tecnologie madri è pur sempre un parto, e quindi comporta investimenti e un po’ di dolore, e poi tanta felicità. Ma se Apple arrivasse prima, come spesso le è capitato proprio per la sua capacità di tracciare la linea corretta fra mezzi e fini, fra tecnologie esistenti e aspettative del pubblico in un preciso momento, lo farebbe – lo farà – al solito tramite ottimizzazioni e letture coerenti di uno scenario che in molti abbiamo di fronte, senza sostituirsi agli attori primari, ma tracciando la linea di raccordo fra stinte primedonne ancora sulla scena in teatri disadorni e un pubblico che chiede altro.

Io credo che quello che molti si attendano da Apple non sia tanto un device, piatto, ultrapiatto, con una batteria (ma si potrà cambiare o no?), di durata infinita  e uno slot per i collegamenti con questo o con quello, ma un modello di fruizione e  di business realizzato: quello che davvero tutti stanno cercando, proponendo novità in termini relativi, sondando attraverso analisi quantitative e di sviluppo. Lo vogliono, lo vogliamo lì, di fronte a noi.

L’attesa non è tecnologica, o almeno non è solo fatta di questo: le anticipazioni di altri tablet e altri ereader, avvenute in questi giorni, sono passate molto sottotono perché coperte dal clamore tossico e anticipatorio del possibile figliol prodigo made in Cupertino, ma anche perché sono semplicemente oggetti tecnologici. Il Kindle ha candidato un modello, il Nook ci ha provato (chiedere a David Pogue se riuscendoci: lo sbeffeggiamento on line è la prova evidente di cosa si rischia, al momento), Apple potrebbe – dicono – riuscirci.

In questo tutti sono-siamo pari: anche gli stessi concorrenti attendono la strada, la guida, un’indicazione.

L’iSlate, sono convinto, sarà un prodotto tecnologicamente coerente con il meglio dell’innovazione attuale, sarà costoso, sarà figo, sarà fighissimo, anzi, e in molti lo vorranno ma per farci cosa? Ecco: cosa Apple ci vorrà far fare? Forse sarà un flop, forse no, ma tutto ciò non sarà dovuto alla tecnologia, ma al business. Comunque sia chiaro: appena esce lo compro, eh!

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Jan 042010

Per i passanti: i lavori proseguono. Insieme al recupero di un po’ di cose d’archivio, che troverete in parte nelle pagina Applicando qui sopra (seguiranno le collaborazioni musicali e poi mi fermo: non sto svuotando i cassetti in presa a un attacco di ego, ecco!) proseguono un po’ di lavori di contorno, nel tentativo di disegnare una strada coerente e sostenibile per i prossimi mesi. Un cambio che seguirà una linea semplice, in fondo: mentre nel passato ho cercato di tenere il mio lavoro fuori da questo spazio, nell’anno domini 2010 mi sono reso conto che -  lavorando quelle 24 ore al giorno – tocca dargli uno sfogo, ecco.

Un primo passo sarà, probabilmente, legato alla settimana che passerò all’Auditorium della Musica di Roma per il prossimo Festival delle Scienze Tra il possibile e l’immaginario, su cui cercherò di inventarmi qualcosa. Qui il calendario.

Il tutto senza rinunciare ad abituali cazzeggi et varie.

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Jan 022010

Modello di business e target perfettamente integrati! Roba che al posto di un Calderoli qualunque ci farei un pensierino…

(via Flickr, © by Sekitar)

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Dec 202009

Cancella, modifica, trasforma… bit dopo bit sto provando a mettere un po’ d’ordine: grazie a Theme Tester non dovreste rendervi conto di nulla, nel caso (anche se ormai credo che i visitatori qui provengano in massima parte da Mountain View che non da luoghi più umani) abbiate pazienza. Per intrattenere i visitatori di passaggio, più  meno quotidianamente, un po’ di vecchie cose d’archivio (tracce della mia antica rubrica su Applicando): più una promessa a un amico che non altro, ma… vuoi mettere?

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Nov 122009

La prima frase con cui si presenta Oltrenero. Nuovi Fascisti.Italiani è uno stralcio del 1974 di Pier Paolo Pasolini: Ci siamo comportati con i fascisti (parlo soprattutto di quelli giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati a essere fascisti, e di fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse niente da fare…. Mai nessuno di noi ha parlato con loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male.

Un punto di partenza chiaro per un reportage durato più di un anno, e la chiave per entrare in un universo di ragazzi romani, legati a Casa Pound ma soprattutto a una parola: sono “fascisti”. Un credo affermato in modo sentito, netto, senza alcun timore storico, con una fierezza che nelle pagine del libro non suona retorica, o almeno non diversamente da come possa suonare retorica qualsiasi icona.

OltreNero va immediatamente oltre i luoghi comuni: se fascismo è chiusura e incapacità di dialogo, lo sbaglio non sta forse nel ripeterne gli stilemi, nel non cercare di conoscere, di capire, un ribellismo che spesso ha le stesse radici -- non solo generazionali -- di altri tratteggi politici? Da questa sospensione del giudizio nasce lo studio di cosa ha dato vita a un gruppo coeso, militante in senso freddo e letterale, un insieme piccolo ma capace di scegliere, una realtà particolare, Casa Pound, che sta cercando nuovi linguaggi e nuovi riferimenti, che vuole il mutuo sociale -- un tema molto simile, se non identico, alla “casa per tutti” di altre fazioni -- che chiede il part-time per le lavoratrici madri, che sul suo sito presenta una nota come questa: Stefano Cucchi: episodio indegno di una nazione. Una destra vera, attenzione, ma una destra che sta facendo scelte -- cosa che politicamente e non solo va sempre analizzata con attenzione -- e che un giorno non lontano potrebbe vedere uno dei ragazzi intervistati nel libro alle prese con ruoli e compiti istituzionali, perché -- diversamente dal recente passato -- è una destra in una fase storica che vede al governo uomini di destra.

Mentre la cultura politica contemporanea segue una memoria storica stanca, fatta di semplice contrapposizione, il presente della “nuova destra” -- che non è nemmeno Casa Pound, esempio fortemente rappresentativo ma non unico e non esaustivo di una voglia di appartenenza -- viene usato dagli autori per la ricerca di una comprensione che sta prima della decisione di appartenere o meno a una parte, che sta -- appunto -- prima di un giudizio, che poi sarà quello singolo del lettore: la comprensione, sempre dura e difficile, della realtà in cui viviamo, senza pregiudizi e letture prospettiche. In aiuto vengono brevi schede separate dalla narrazione riferite ad avvenimenti storici e punti di riferimento, da Ezra Pound a Acca Larentia, da Ordine Nuovo alla Svolta di Fiuggi passando per la Strage di Bologna del 1980: una sorta di sussidiario di pezzi importanti della storia di tutti, forse a torto per troppo tempo considerati solo di pochi. O solo storia, e non Storia.

OltreNero è per questo un libro pieno di storie, e di facce: storie e facce di ragazzi e ragazze alle prese con scelte, personali, familiari, a volte basate su altre storie, quadri personali dentro e fuori un tessuto sociale descritto dalla fisicità delle strade, dei luoghi, dei concerti, dei locali. In questo le parole di Marco Mathieu e le immagini di Alessandro Cosmelli sono complici. Una scrittura secca, nervosa, quasi un noir incastonato negli splendidi bianconeri delle fotografie: immagini scritte simili a fotografie nitidamente tratteggiate, scatti che riflettono i mille racconti di ragazzi e ragazze piene di desideri, rabbia e di quell’intensità emotiva a metà fra gioco e violenza che solo certe fasi della vita, e non di tutti, portano con sé.

Il libro, oltre che con Pasolini (e Calamandrei e Kassovitz) apre con una citazione da un testo dei Negazione del 1983. Altra epoca, altra aria, altro nero. Eccola: Nessun bastardo può distruggere un desiderio di libertà. Sino a che la politica, e quindi noi, non  avremo capito questo, continueremo a combattere a vuoto. E per nulla.

OltreNero Nuovi.Fascisti.Italiani è edito da Contrasto22 euro, 160 pagine, 60 fotografie in b/n.

Alessandro Cosmelli è nato a Livorno nel 1972. Ha realizzato importanti reportage in Asia, Africa, America, Europa e Medio Oriente e le sue fotografie sono state esposte nell’ambito di manifestazioni internazionali quali il Festival Internazionale di Fotografia di Roma e il Noorderlicht Photofestival. Dal 2007 vive a New York.
Marco Mathieu è nato a Torino nel 1964. Giornalista, è caporedattore attualità del magazine D La Repubblica delle Donne dopo essere stato a lungo inviato speciale del mensile GQ. Ha già pubblicato: A che ora è la fine del mondo? (Lindau, 1996),
In viaggio con Manu Chao (Feltrinelli, 2003) e Il portiere di riserva (Cairo Editore, 2008). Attualmente vive e lavora a Milano.

(questo post lo trovate anche su blog.torinosistemasolare)

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Oct 282009

I treni italiani sono la cosa che più mi ricorda i film bellici ambientati in sommergibili della Seconda guerra mondiale (live dall’intercity To-Ge)

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Oct 072009

O stato di abbandono…

Ci sto pensando: così mi pare piuttosto inutile continuare…

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Sep 012009

Stavo pensando di scriverne, ma Haramlik lo ha già fatto. Concordo, applaudo e copio e incollo.

(ASCA) – Roma, 26 ago - ”Come italiano sono stato felice che la Corte europea abbia detto in modo inequivocabile che Placanica abbia agito per legittima difesa. Mi fa piacere che applaudiate, perche’ ci ricordiamo quante polemiche ci furono”.

In questi termini, intervenendo alla Festa democratica di Genova, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha commentato la decisione della Corte europea sui fatti del G8 di Genova.

E l’applauso c’è stato eccome, in effetti. Un applauso che non ti dico, nella sala Guido Rossa (già) del Porto Antico, Festa Democratica a Genova.
Documentato in video e fatto rivedere da Zoro al Dopolavoro Democratico della sera dopo, sia mai che a qualcuno venisse voglia di minimizzarlo.
Ripreso tra gli sfottò di un gongolante Giornale.
Raccontato con rassegnazione da chi, a sinistra, si è ritrovato a dovere spiegare in cosa consistesse la sentenza e quanto poco ci fosse da applaudire.
Applaudire Fini, poi. Che durante quel G8 era a Genova, a dare ordini a chi massacrava la gente.

Infatti, secondo la Corte Europea, ciò che rende l’Italia colpevole, e la obbliga a risarcire con 40.000 euro la famiglia Giuliani, è proprio il fatto che l’indagine non abbia verificato “se le autorità avevano pianificato e gestito le operazioni di mantenimento dell’ordine pubblico in modo da evitare il tipo di incidente che ha causato il decesso di Carlo Giuliani”. E ancora, “la Corte vede uno stretto legame tra lo sparo mortale e la situazione nella quale Mario Placanica e Filippo Cavataio si sono ritrovati” e “le indagini non sono state adeguate nella misura in cui hanno ricercato quali fossero le persone responsabili di detta situazione”.

E tu la guardi, la gente che va alla Festa di Genova e che ascolta i dibattiti, segue gli interventi dei vari leader, si appassiona e si sbraccia, e ti pare gente perbene, sana, l’ultima diga all’impazzimento berlusconiano dell’Italia tutta, gente tra cui una si sente a suo agio, società civile di cui non vergognarsi, cittadini attivi nella vita pubblica di una delle città più civili d’Italia, una di quelle di cui ci si vergogna di meno.
E quelli prendono e applaudono Fini, che è lì sul palco a prenderli per il culo.

Me lo sto chiedendo da giorni, come sia potuto succedere. In questa città, a quella platea.
Credo che la risposta, agghiacciante, sia che non lo hanno fatto apposta. Che sia stato come un riflesso dettato da mille anni di condizionamento televisivo, la semplice e meccanica risposta a uno stimolo che chiedeva entusiasmo e battiti di mani a un pubblico di telespettatori.

Si sente in giro una certa voglia di glissare, di togliere peso all’episodio, di concentrarsi sulle parti più condivisibili dell’intervento di Fini e di pensare solo agli applausi rivolti a queste ultime, per dire che “abbiamo applaudito le nostre idee, non Fini”.
E non è vero, invece. Non è andata così.

E’ andata che è bastata un po’ di vaselina nei discorsi su bioetica e immigrazione per prendere una benintenzionatissima platea del PD, metterla a quattro zampe e inchiappettarla in diretta YouDem mentre sostiene, col suo applauso genovese e democratico, un leader politico che – lui sì – è stato condannato dalla Corte Europea per avere permesso che questa città venisse messa a ferro e fuoco.

Così, è andata. E’ andata che Genova, la Genova che va alla Festa Democratica, reagisce come qualsiasi altro telespettatore italiota allo stimolo di elargire un applauso. Come prevedibili topini da laboratorio, tutti quanti.

Idioti.

Si deve essere divertito come un pazzo, il pifferaio Fini, nel farli precipitare tutti assieme nel nulla a cui credevano di stare resistendo.

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