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Non sentite un po’ la mancanza degli how to, delle tips & tricks, dei consigli un po’ arroganti degli amici smaliziati e delle scorciatoie trovate per caso? Sì, certo, ci sono ancora: anche qui su Applicando trovate ottime pagine di consigli e di aiuti ma quello spirito avventuroso, frescone e un po’ sguaiato, a metà fra la retorica narrativa del Barone di Munchausen e la malizia saputella e tamarra da commissario Monnezza non c’è più. Se ne è andato come se ne vanno tante componenti del costume, destinato per sua natura a trasformarsi perennemente in passato, ma da queste parti – fatte da sempre di scontri fra bande e sfide al gusto di testosterone – quel gusto di arrivare, sbattacchiare sui tasti e dire: beh, e ci voleva tanto? manca.

Il fatto è che è diventato tutto più facile, dannatamente facile! Avete scattato una foto panoramica splendida ma con un maledetto cavo dell’alta tensione incorporato? Una volta si lavorava un paio d’ore con Photoshop, poi sono bastati dieci minuti (sempre con Photoshop), ora ci vuole un attimo, con iPhoto o, in modo ancor più secco e quasi grossolano, con applicazioni per iPad come TouchRetouch: basta passare un dito e il problema è risolto, in pochi secondi.

E sono cambiati i prezzi: recuperare un hard disk con un Norton Disk Doctor qualsiasi era un’operazione che valeva milioni di miliardi e la possibilità di richiedere favori assoluti all’amico coinvolto: ora ci sono decine se non centinaia di siti che offrono spazi di backup gratuiti. Basta un po’ di attenzione. E Photoshop costava una schioppettata mentre oggi… beh, continua a costare una sberla (anche se in termini relativi non stiamo andando male) ma il citato TouchRetouch costa ben 0,79 centesimi.

Facile e a basso costo: la prima cosa è molto Apple, la seconda meno, ma per una volta bando al denaro e alla viltà del soldo. La domanda è diversa, ed è: facile cosa vuol dire? In perfetto stile Apple vuol dire spostare più valore sulla creatività che sulla tecnica. Ma in un mondo connesso ha una traduzione diversa: in realtà quell’aiuto, quella mano salvifica è cambiata. Non è più l’amico ispirato e brufoloso, ma è l’enorme mole di informazioni, esperienze e consigli rintracciabile in Rete. La condivisione è il reale spartiacque fra il passato e il presente, a cavallo dell’evoluzione tecnologica e a latere di un passaparola che consente lo sviluppo di un modello di fruizione e di economia diverso.

Economia: il fatto che spesso il business model sia un punto focale dei discorsi sulla modernità informatica non è, di nuovo, casuale. Come la musica, anche l’industria del software sta facendo i conti con necessità e scopi diversi, propri e della sua utenza. L’economia del dono,la generosità della rete e la teorizzazione del free sono strumenti di analisi sociologica molto importanti, ma in questo momento le stesse scienze umane sono, stano divenendo, computazionali: la quantità di dati sociali disponibili consente analisi, previsioni, piani e modellizzazioni solo pochi anni fa impensabili.

La connessione porta conoscenza e ricchezza culturale. In tutto ciò attori tecnologici come Apple sono rimasti, conquistando anzi posizioni di indubbio privilegio, altri come Google sono arrivati, creando ricchezza e legami. Speriamo che, nel dibattito sulla connessione e sul suo valori, i partner necessari alla diffusione della connettività, e quindi della conoscenza nel nostro Paese, abbiano la forza, ma soprattutto la voglia, di investire in ricerca. Considerando tutti noi come attori necessari e non come clienti. Attori principali del modello Apple sono stati, e siamo, tutti noi: quelli che consigliavano e che ora bloggano, quelli che risolvevano e ora indicano fonti e siti. E lo rimaniamo. Aziende italiane: fate un po’ di Mela-C – Mela-V. È semplice, e non è un brevetto protetto da copyright. È un consiglio vecchio stile, un po’ alla Munchausen e un po’ alla Monnezza: ma statelo a sentire. Alla prossima.

(su Applicando di settembre)

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Ma se il web è morto, cosa ne facciamo di Internet for Peace? Forse meglio che disdica due abbonamenti e rifaccia quello a Jack! Almeno alcuni articoli sono davvero… interessanti nella loro normale banalità!

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Com’era? Toglietemi tutto ma non toglietemi il mio… cosa? Nella vulgata di noi scribacchini made in Cupertino è stato di volta in volta mio Mac (sono convinto di averla davvero usata, in qualche Torsolo), poi iPod e poi iPhone e poi iPad e diventerà  un iUnSaccoDiCose.

Ma fermiamoci un attimo: di cosa stiamo parlando, in realtà? Cosa non ci potrebbero davvero togliere, oggi? Già, perché se ci siamo persi di strada i colori del logo, poi il naming Apple Computer, e poi abbiamo parlato della nuova Apple Inc. come di una mobile company, forse qualcosa è cambiato. Cosa? Senza impegnarci in discussioni approfondite su sempre teorici modelli di business (ché non ne siamo capaci e ché abbiamo ormai verificato con mano che di quello che succede in casa Jobs non ne capiamo una mazza…) cerchiamo di usare un metodo partendo da dati empirici certi.

Il metodo: partiamo dalle case history recenti, e quindi iPhone e iPad. E pensiamo ai paralleli restyling di portatili e desk vari, dagli iMac ai MacMini. Ovvero quisquilie: un paio d’anni fa, il passare di sei mesi senza news e sarebbe stato causa di un florilegio di lamentele! Ora invece ci va bene così. Nessuno chiede novità, in questo senso. Si cincischia: uh, è da tanto che non si aggiornano i desktop! Vabbe’, cosa c’è per cena? Il dato empirico è chiaro: le applicazioni per iPhone sono mediamente ben fatte, economiche, spesso gratuite; quelle per iPad sono mediamente molto ben fatte, per nulla economiche e raramente gratuite in senso reale (si tratta di demo, sostanzialmente).

Ma cosa fanno le applicazioni per iPad? Molte cose, soprattutto molte in concorrenza con software che avrebbero costi ancora più alti su un desktop o un portatile. Esempio basico: Pages per iPad è un’ottima applicazione, e sostanzialmente propone un buon word processor a un prezzo irrisorio (ma pur sempre 7,99 euri). Ma vi sono applicativi, di vario tipo, a prezzi per nulla risibili: parliamo di 10, 19, 30 euro (come Aurora Sound HD, 31,99 euri). Perché? L’idea che mi ruzzola fra le sinapsi è che all’interno dell’App Store sia in atto una piccola ma non insignificante rivoluzione, o quanto meno un ribaltamento di visione: i programmi desk sono piratabili, facilmente. Esce la CS5? Esce il crack. Esce un qualsiasi programma? Ecco il numero seriale. L’iPad è diverso, e ha un’utenza diversa, quella dei device elettronici, non degli utilizzatori di computer, e porta con sé promesse diverse e una piratabilità ben più complessa: il jailbreack di iPhone e iPad, operazione in sé non particolarmente complessa, ma con il rischio di ritrovarsi una mattina con un mattone al posto di un device di ultima generazione, ha inibito ben più di uno smaliziato smanettone. Apple – creando uno dei sistemi più chiusi del mercato contemporaneo – sta vincendo battaglie che neppure Adobe si è mai presa la briga di combattere, mirando più che altro alla sua utenza core e lasciando in fondo perdere ragazzini brufolosi che piratano copie su copie, lavorando su un’utenza diversa.

Stiamo andando verso un mondo nuovo, che in qualche modo Jobs ha illustrato quando ha dichiarato che entro poco i computer  saranno solo per professionisti: per tutti saranno i tablet, e questi “tutti” dovranno sorreggere un’economia diversa. Sono App Store e iAd la vera creazione di Jobs: non tanto l’hardware, i pezzi di ferro, ma un modello di business in grado di affrontare un cambiamento nelle modalità di utilizzo dell’hardware, da sempre punto di partenza nei ragionamenti del Nostro.

Mentre i teorici della rete stanno giustamente delibando il cloud computing, la social-condivisione e l’economia generosa e del dono della rete, Jobs ha riposizionato un’azienda su un modello economico adatto al futuro, quello in cui device e app dedicate saranno il grosso del mercato. La vera innovazione è questa. Non un iCoso qualsiasi. Alla prossima.

(su Applicando di agosto)

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Manca solo la squalidissima vignetta dell’omino che smartella e poi siamo in pieno HTML 1.0. Che è poi forse l’unico che ho frequentato: quindi un po’ di casini può darsi che saltino fuori ma, grazie a Theme Tester non dovreste rendervi conto di molto. Perché? Me ne sono definitivamente convinto, o forse me ne sono convinto davvero per la prima volta fuori tempo massimo: bloggare ha senso, eccome se ne ha. E farlo davvero, non saltuariamente o come attività di risulta delle proprie altre attività. Riarredo e riparto.

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Succede nella mia città, e quindi forse non ho distacco. O forse è proprio quest’assenza a farmi sentire che manchi qualcosa. Un qualcosa che si potrebbe chiamare giornalismo. Vedete voi: qui sotto, per comodità di lettura (giornalismo di servizio?) prima il pezzo della Stampa e poi quello di Repubblica. Metti che vi venisse il dubbio che io abbia giocato male con il copia e incolla, avete i link: posso assicurarvi che almeno la grafica cambia.

La Stampa

Con l’attesa riunione del comitato esecutivo è stato dato il via, questa mattina, alla Regione Piemonte, presenti tutti gli enti locali, al riassestamento dei vertici Comitato Italia 150 proprio quando mancano 150 giorni al 2011.

Un cambiamento che segna il passo della nuova giunta regionale di Roberto Cota, che è anche presidente del Comitato, ma anche l’inizio di una nuova fase, più operativa e meno d’immagine.

All’ordine del giorno c’era la proposta del nuovo organigramma di Italia 150, presentato congiuntamente dal Vicepresidente Alberto Vanelli e dal Direttore Paolo Verri. La proposta, accolta all’unanimità, prevede la riorganizzazione dell’ operatività del Comitato con l’inserimento di Dirigenti di Regione, Provincia e Comune, in qualità di responsabili operativi. Come dire, adesso gli enti locali si mettono in gioco pienamente.

Ad Alberto Vanelli, vicepresidente esecutivo del Comitato, farà capo l’amministrazione e il coordinamento delle attività operative. A Paolo Verri, il cui ruolo, secondo alcuni, sarebbe stato ridimensionato, sono affidate tutte le relazioni esterne a partire dai rapporti con gli sponsor e il coordinamento delle iniziative di Torino con quelle nazionali, con particolare riferimento alla cerimonia inaugurale e la promozione generale delle manifestazioni.

Anna Martina (Comune di Torino) seguirà le Ogr sia nell’allestimento che e nella gestione nonchè nell’organizzazione del calendario degli appuntamenti, oltre che la realizzazione della mostra Fare gli italiani; Renato Cigliuti (Comune di Torino) si occuperà del cerimoniale, delle visite istituzionali e dei grandi raduni.

Nella riunione di oggi a Torino, presenti, oltre a Cota, anche il sindaco Sergio Chiamparino e il presidente della Provincia, Antonio Saitta, sono stati decisi altri direttori di settore, Carla Gatti e Mario Burgaydella Provincia di Torino, seguiranno il turismo e la promozione del territorio mentre Renato Lavarini, ancora della Provincia, seguirà la promozione degli itinerari risorgimentali e le iniziative specifiche promosse dalla Provincia.

La comunicazione e la pubblicità saranno in capo a Giuseppe Cortese (Regione Piemonte); ilcalendario degli appuntamenti sportivi sarà coordinato da Franco Ferraresi (Regione Piemonte); infine tutto quanto si terrà alla Reggia di Venaria sarà gestito dal Consorzio La Venaria Reale.

L’unità di indirizzo del Comitato sarà garantita da due organismi di coordinamento: uno composto dagli Assessori alla cultura (coordinati dallàAssessore della Provincia di Torino Ugo Perone) e l’altro, per gli appuntamenti sportivi, composto dai relativi Assessori.

Prossimo appuntamento a settembre per una verifica dell’operatività a pochi mesi dall’inaugurazione.

la Repubblica

Con l’attesa riunione del comitato esecutivo è stato dato il via in un  vertice alla Regione Piemonte, presenti tutti gli enti locali, al riassestamento dei vertici Comitato Italia 150 proprio quando mancano 150 giorni al 2011.Un cambiamento che segna il passo della nuova giunta regionale di Roberto Cota, che è anche presidente del Comitato, ma anche l’inizio di una nuova fase, più operativa e meno d’immagine.

All’ordine del giorno c’era la proposta del nuovo organigramma di Italia 150, presentato congiuntamente dal vicepresidente Alberto Vanelli e dal direttore Paolo Verri. La proposta, accolta all’unanimità, prevede la riorganizzazione dell’operatività del Comitato con l’inserimento di dirigenti di Regione, Provincia e Comune, in qualità di responsabili operativi. Come dire, adesso gli enti locali si mettono in gioco pienamente.

Ad Alberto Vanelli, vicepresidente esecutivo del Comitato, farà capo l’amministrazione e il coordinamento delle attività operative.  A Paolo Verri, il cui ruolo, secondo alcuni, sarebbe stato ridimensionato, sono affidate tutte le relazioni esterne a partire dai rapporti con gli sponsor e il coordinamento delle iniziative di Torino con quelle nazionali, con particolare riferimento alla cerimonia inaugurale e la promozione generale delle manifestazioni.
Anna Martina (Comune di Torino) seguirà le Ogr sia nell’allestimento che e nella gestione nonché nell’organizzazione del calendario degli appuntamenti, oltre che la realizzazione della mostra Fare gli italiani; Renato Cigliuti (Comune di Torino) si occuperà del cerimoniale, delle visite istituzionali e dei grandi raduni.

Carla Gatti e Mario Burgay (Provincia di Torino) seguiranno il turismo e la promozione del territorio, mentre Renato Lavarini (Provincia Torino) seguirà la promozione degli itinerari risorgimentali e le iniziative specifiche della Provincia; la comunicazione e la pubblicità saranno in capo a Giuseppe Cortese (Regione Piemonte); il calendario degli eventi sportivi sarà coordinato da Franco Ferraresi (Regione) ed, infine, tutto quanto si terrà alla Reggia di Venaria sarà gestito dal Consorzio La Venaria Reale.

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Atteso, aspettato, bramato, desiderato, visto, stravisto, auscultato, osservato, sezionato, pure toccato, maledizione! E il tatto è la stazione di non ritorno della passione e del desiderio: fruscii, carezze e sfioramenti aprono possibilità non ancora dischiuse, un intrigante universo di eleganza unito a un cuore pulsante energia e durata. Una visione in trasparenza di mutazioni, trasferimenti, cambi di paradigma e varianze.

Leggerne, parlarne, comprenderne le potenzialità e immaginarne le possibilità è stato intrigante. Sfiorarne la superficie è stato ammaliante. Pesarne e valutarne i possibili modi d’uso ha permesso di annotare abitudini e forzature, e di tracciare future e nuove possibilità. Scriverne, più volte, da prospettive diverse e con intensità mutevoli, è servito per soppesare e decidere, ma ha impresso al presente un valore instabile, depotenziato.

“Dopo” sarà, “poi” si potrà davvero decidere, fare, pianificare e progettare. Collaborare per la creazione di nuovi prodotti, di nuovi modelli di business e di nuovi format visivi, informativi e collaborativi, nuovi futuri che – per una volta – invece di candidarsi a prolungamenti del presente saranno slanci in una nuova e mutevola sostanza affine a una forma che si è semplicemente appena disvelata. E allora non sarà più mulinare le abitudinarie e ormai stanche, asfittiche e stantie formule e ampolle del marketing, della comunicazione e del domani che ognuno vuol vendere per colmare l’assenza di un presente. Da quel momento in poi sarà possibile coltivare nuove idee, avendo le tecnologie per metterle in atto. Da allora in poi si potranno sperimentare, confrontando e confrontandosi, modelli plausibili di reale innovazione in un presente che potrà assorbire pezzi di futuro a brani, morsi, bocconi quotidiani.

La tecnologia evolve. I leveraggi meccanici sono stati sostituiti prima dai relè, poi dai servomeccanismi, poi dai software: scomponendo gli oggetti nelle singole tecnologie di cui sono costituiti è possibile tacciarne la storia evolutiva, rintracciarne gli antenati e a volte prevederne gli sviluppi. Ma a volte esistono salti di continuità, cambiamenti di paradigma che strappano la tela evolutiva creando un prima e un poi. Il nuovo ecosistema che Apple sta disegnando basato su touch,  connettività, always on e – probabilmente – cloud computing è uno di questi momenti. Si sta per aprire uno scenario diverso, un mondo di infinite forme bellissime digitali, che cambierà le nostre abitudini, le nostre case, il nostro modo di accostarci all’informazione, all’entertaiment, all’istruzione, al lavoro.

Le leggi meccanicistiche  che hanno regolato il nostro tradizionale rapporto con le tecnologie dell’informazione, dalla stampa all’informatica, stanno per variare in un valore cognitivo fondamentale, quello dell’interfaccia, il nostro sistema di relazione con le cose e le persone. La trasformazione delle tecnologie nella società contrmpoanea può contribuire pesantemente a ridefinire il ruolo di concerti quali “società” o “cultura”. Nuove logiche produttive, nuovi principi di diffusione della conoscenza: condivisione, cooperazione e democraticità. Domani più di oggi starà a noi decidere in che direzione pilotare questa mutazione. E domani, dicono dal negozio, domani dovrei avere il mio, unicamente mio, iPad. Alla prossima.

(Il prossimo Torsolo, su Applicando)

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E un periodaccio: tempo minimo, tante cose, alcune molto belle ma comunque tante, troppe. Quindi silenzio: ma questo è davvero da ricordare, segnalare, vedere. Grandissimo

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Il mondo digitale, e non solo, sta attraversando un momento di euforia anarchica, impegnato in una continua rielaborazione e ridefinizione: modelli di business e stilemi produttivi, abitudini e comportamenti, economie e professioni appena consolidati – derivando da un periodo che pare lontano, ma ricordiamoci che solo l’altro ieri non esisteva neppure il personal computer – stanno esplodendo, cercando una rapida e complessa ricomposizione in una rete di sostegno concettuale in grado di unire quello che c’era a quello che c’è a quello che non c’è ancora, per individuare strategie di investimento, revenue e lavoro.

Per la prima volta, dicono, al centro di tutto c’è l’utente, il nodo della rete e dell’attività di aziende, giornali, sistemi informativi e distributivi in genere: da quando le aziende, il marketing e le scie produttive hanno abbracciato la parola “conversazione”, i conversanti, i dialoganti, hanno conquistato (o si sono visti imporre) una centralità prima sconosciuta: una indistinta e afasica massa di utenti e consumatori è stata trasformata in una rete di individui, volti e profili Facebook, di privacy svenduta in cambio di un’applicazione che ci ricordi la data di compleanno dei nostri amici (che inseriremo noi stessi, causando la nascita di sistemi intelligenti che poi ci sostituiranno, grazie a database creati da noi, di informazioni una volta considerate private e ora quasi di necessario pubblico dominio).

Mai come adesso l’innovazione è cultura, e la cultura – anziché novità e sfida – si è trovata a dover inseguire e a volte solo a giustificare: nei momenti di maggior fortuna e onestà intellettuale, a cercare di comprendere. E mai come ora la tecnologia si trova a essere la forza trainante, evolutivamente cieca e senza scopo se non quello del suo miglioramento. E del business derivante.

E che è! Hai dato una ripassata al Capitale, al Grande Fratello e al Cluetrain Manifesto, direte voi? In effetti ho appena concluso un trasloco e non nascondo che riprendere in mano tutti i miei libri uno per uno è stato sufficientemente impressionante. Un vecchio Come si legge il giornale di Paolo Murialdi (edizioni Laterza, e chissà se ancora in commercio… usatelo anche voi Google, su) che risale alle mie scuole medie inferiori è finito nello stesso scaffale di David Weinberger, Giuseppe Granieri e Nicholas Negroponte, e il filo rosso che li unisce… qual è? (Ci arrivo alla Apple, ci arrivo).

Ecco, appunto: come è successo a suo tempo con il business musicale, ricuperato da aziende quali Apple (ma non dimentichiamo altri player del mercato) che avevano in comune essenzialmente l’essere produttori di software, e quindi ben altre abitudini di business e ben altre strategie da quelle delle antiche major discografiche, si è sperato e si spera che la stessa cosa possa succedere coi libri, appunto, e Apple (ci sto arrivando!) l’azienda più innovativa del mercato tecnologico attuale, è stata individuata come quella che potrebbe, forte anche del suo ruolo dominante con il sistema iTunes, ripetere l’operazione.

Come abbiamo scritto il mese scorso, qui siamo dell’idea che a Jobs dei libri freghi poco o nulla, e che abbia introdotto l’iBook Store “anche” per i libri, ma puntando a mercati diversi per l’iPad, in primis magazine e fumetti. E i libri, dunque? I libri cambieranno, muteranno. Ma nel momento in cui accenderete il vostro Mac e accederete all’Amazon Store (si può già fare senza un Kindle, basta l’applicativo scaricabile gratuitamente), oppure accenderete un iPad, o un iPhone, o qualunque cosa a Cupertino abbiano inventato o si inventeranno per fare la loro parte in questo periodo di effervescenza confusa e debordante, non dimenticate che a voi, persone che stanno al centro o che sono state collocante al centro, sta di decidere se vivremo di app e compleanni o di altro. E quindi, se nel frattempo non avranno inventato lo store perfetto o il reader del secolo, ricordate che la cara buona vecchia carta, è sempre lì. Va detto, perché nessuno lo dice: semplicemente, leggete. Siete al centro: usatelo. Non fatevi usare.

(il prossimo Torsolo, su Applicando)

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YouTube si conferma un archivio insostituibile di saperi. Oggi, zappando qui e là, mi sono imbattuto nel video originale di Space Oddity di David Bowie che, pur essendo Bowie uno dei miei miti storici e pur essendo la musica uno dei miei non solo passatempi preferiti, non avevo mai visto. Eccolo

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È uscito, qui l’editoriale del direttore!

Il Post

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Repubblica

Il Corriere

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5th April 2010 10:44 EST WikiLeaks has released a classified US military video depicting the indiscriminate slaying of over a dozen people in the Iraqi suburb of New Baghdad — including two Reuters news staff.

Reuters has been trying to obtain the video through the Freedom of Information Act, without success since the time of the attack. The video, shot from an Apache helicopter gun-site, clearly shows the unprovoked slaying of a wounded Reuters employee and his rescuers. Two young children involved in the rescue were also seriously wounded.

The military did not reveal how the Reuters staff were killed, and stated that they did not know how the children were injured.

After demands by Reuters, the incident was investigated and the U.S. military concluded that the actions of the soldiers were in accordance with the law of armed conflict and its own “Rules of Engagement”.

Consequently, WikiLeaks has released the classified Rules of Engagement for 2006, 2007 and 2008, revealing these rules before, during, and after the killings.

WikiLeaks has released both the original 38 minutes video and a shorter version with an initial analysis. Subtitles have been added to both versions from the radio transmissions.

WikiLeaks obtained this video as well as supporting documents from a number of military whistleblowers. WikiLeaks goes to great lengths to verify the authenticity of the information it receives. We have analyzed the information about this incident from a variety of source material. We have spoken to witnesses and journalists directly involved in the incident.

WikiLeaks wants to ensure that all the leaked information it receives gets the attention it deserves. In this particular case, some of the people killed were journalists that were simply doing their jobs: putting their lives at risk in order to report on war. Iraq is a very dangerous place for journalists: from 2003- 2009, 139 journalists were killed while doing their work.

(via wikileaks)

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Ho due figli, come tanti, fatti con una compagna meravigliosa, come tanti, dei genitori anziani alle prese con malattie non del tutto curabile, per usare un eufemismo, come tanti, e un sacco di cosa da fare al cui confronto l’elenco delle 100 prima di morire fa ridere. Amo la vita? Come la Polverini, Gasparri, Zaia e Cota e poi un sacco di altri? Sì.

Bene, abbiamo una cosa in comune.

Amo la vita e gli altri, cerco di rispettarli, comprenderli e capirne le esigenze: e per quanto mi compete nel mio ambito di lavoro l’atteggiamento è lo stesso, cercare il dialogo, causare il dialogo, non oscurando ma allargando l’orizzonte, non castrando nulla e nessuno ma aiutando la comprensione, se possibile. Le uniche voci che sono inutili, in quest’ottica, sono quelle che non documentano le idee, che propongono strade senza averne idea.

Chi decide per la cosa pubblica – sono parole importanti, ripetiamole: la cosa pubblica – lo fa in virtù di un mandato, e lo fa in nome di tutti. La democrazia non è il governo del più forte: e la cosa pubblica – in fondo noi tutti – non può mutare in funzione di quel solo gettito muscolare devoluto da elezioni sempre meno partecipate.

Annunciare di far marcire nei magazzini la Ru486, al limite di volerla somministrare solo in situazioni di ricovero ospedaliero (nasce proprio per evitarlo), farlo in nome della vita dando così a chi sia contrario immediatamente il volto oscuro della morte e della perfidia, tacciando chi occupi ruoli decisivi e sia di idee contrarie di strane manovre non è democrazia, non è esercizio di un mandato politico, non è amministrazione della cosa pubblica: è semplicemente protervia. Che deriva da sentimenti ancora più oscuri: una profonda ignoranza e una spaventosa mancanza di senso dell’altro. Non sottovalutiamoli.

Su questo non abbiamo nulla in comune.

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Dal blog di Beppe Grillo:

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Questa la prendo a prestito da Michele:

La canzone di rettifica
L’Italia è un paese meraviglioso e la sua classe dirigente compensa, e spesso aggravia, la propria cialtronaggine con sublimi trovate creative al cui confronto il decreto interpretativo è una roba da ragazzini.
Il sindaco di Follonica, indispettito dopo aver letto il testo di Follonica contenuto nell’ultimo disco dei Baustelle in cui si descrive la spiaggia della località toscana come un deposito di “cicche e collant, Penne Bic, lische e caffè, Tampax e qualche Hatu, ossi di seppia e bidet, siringhe e barattoli, conchiglie di plastica”, ha pronunciato le seguenti parole “Vogliamo dai Baustelle una canzone di rettifica”. 
(grazie a Denis per la segnalazione)

Di qui in poi, ricordo non solo a me stesso che da oggi qui a Torino abbiamo, a fianco di uno dei più bei festival musicali italiani, Traffic (per di più gratuito), un nuovo presidente di Regione. Ecco.

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Neanche Fede ce l’avrebbe potuta fare.

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(ANSA) – L’Associazione Iptv ha nominato Irene Pivetti presidente dell’associazione costituita nel gennaio 2009 dai tre principali operatori di rete fissa, Telecom Italia, Wind e Fastweb. L’obiettivo, si legge in una nota, è di diffondere l’utilizzo della piattaforma Iptv in Italia.

(Ho cercato in giro qualcosa che mi dimostrasse il know how di Pivetti sull’Iptv. Se qualcuno lo trova me lo può mandare. Avverto fin d’ora che non vale la conduzione di “Bisturi! nessuno è perfetto” su Italia1 con Platinette)

(via piovono rane)

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Sempre a proposito di elezioni. Secondo Openpolis io sono qui (apprezzo, e molto, il risultante concetto di distanza, meno anche se non moltissimo quello di vicinanza).

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Probabilmente verrà fatto nel week end. Sia di ispirazione per una buona scelta, questo magnifico video di Moderat.

Ah, io voto Andrea Bairati.

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