I fattori in gioco sono molti, gli articoli da leggere ogni giorno di più, come le variabili di cui tener conto: modelli di sostenibilità economica, modelli sociali di passaggio delle informazioni, modelli produttivi di raccolta e gestione delle stesse (ma già qui…) informazioni e poi i professionisti dell’informazione: i giornalisti, uno dei tanti elementi dell’equazione. Uno dei tanti. Semplicemente.

Come ricorda Luca la professione ha diversi livelli di scelta e ancor più ne avrà in futuro. Da tempo le orbitano attorno una serie infinita di satelliti a volte in accelerazione centripeta, altre stuzzicati da voglie centrifughe, chiamate in modi diversi. Perché se per il lettore il giornalista è una figura cui affidarsi o meno, per l’editore può essere molte cose diverse: un professionista, un collaboratore a pezzo o a contratto… le formule sono tante e cambiano – sostanzialmente – l’economia. Non a scapito della qualità, anzi. Poco tempo fa un amico, direttore di una testata nazionale, mi segnalava quanto per lui fossero preziose le collaborazioni: firme fresche, spesso migliori di quelle della redazione perché più immerse nella realtà reale, sospinte da voglia e ambizione. Infinitamente meno costose. Facilmente gestibili, grettamente per minor potere contrattuale e nullo potere sindacale. Ancor più facilmente annullabili. Dismissibili con un click.

L’informazione in rete spesso ha alimentato in senso positivo questo meccanismo: firme valide, con un bacino di lettori spesso cospicuo, trasmigrano a costi irrisori rispetto a quelli convenzionali dell’area giornalistica su mensili, settimanali e quotidiani.

Maggiore professionalità, minori costi. Ma i nuovi modelli professionali a basso impatto economico non solo non sono serviti – forse per miopia degli editori – a rilanciare il settore, ma neppure sono bastati, semplicemente, a riequilibrare il calo della raccolta pubblicitaria.
Nova è cambiata, ma molti giornali sono cambiati, e con meno evidenza e onestà: prescindendo dai giornalisti e dalla loro qualità sono cambiate le foliazioni, riducendosi, concedendo quindi spazi minori all’informazione. Per chi pratichi il mestiere dell’editoria questo vuol dire minori spazi a disposizione per recensioni, pezzi, interviste. Un anti-volano che causa problemi nei volumi di vendita, che soprattutto in certe aree (quali la saggistica) si riducono e non di poco.

In questo c’entra anche la maggiore informazione esistente. Sono convinto che l’insieme delle innovazioni cui stiamo assistendo – le nuove licenze in tema di copyright, la possibilità del download libero di interi testi, i nuovi modelli distributivi – saranno benefici sia per l’industria sia per il lettore. Ma a volte un blog splendido può anche essere – oggi, ora, non domani – un ostacolo alle vendite (si fa per esemplificare, e non si lamenta). Ma se esistono vie nuove ed occorre trovarle, questo “oggi” produce attrito e non maggiore velocità: le economie produttive e quelle derivanti dalla vendita hanno tempi non comprimibili o dilatabili a piacimento. Come le capacità professionali. E trasmigrare modalità e presenza in ambiti non usuali è una sfida interessante, che però si traduce in ricerca, riqualificazione. Costi, insomma.
Le professioni mutano e trasmigrano, e quella del giornalista come quella dell’editore cambierà nelle forme che la contemporaneità ricostruirà attorno allo scrivere e al raccontare. Come ricordava Sergio tempo fa nel momento in cui la disintermediazione è massima forse – forse – occorre una nuova intermediazione. Comunque la creazione di un percorso, chiamiamolo così. La discussione in corso è estremamente interessante per la miscellanea di fonti che vi partecipano: è, in qualche modo, un’anticipazione del cosa potrà esserci “dopo”, del come dopo potrà essere gestita l’informazione. Ed è curioso, come ricorda Luca, vedere come la carta stampata – il vecchio modello – continui a difendersi garantendo autonomamente della propria serietà.
La crisi, ha ragione Luca DB, consente di vedere le cose con maggiore chiarezza: e l’evoluzione, movimento non lineare ma continuo e incessante, è un buon paradigma di analisi, come ricorda in un ottimo pezzo Giuseppe. Una popolazione, quella degli editori, attraversa una forte crisi evolutiva per mancanza di cibo e non riesce a riequilibrare tale carenza in altro modo: le popolazioni che potrebbero sostituirla non sono neppure queste sufficientemente forti e autonome per potersi candidare a occupare la scena da protagonisti. La fine della popolazione degli editori causerebbe a catena delle difficoltà nella catena alimentare e molte altre specie, i giornalisti fra questi, si troveranno in crisi e dovrà reagire mutando se stesse e l’ambiente circostante. Ha ragione Shirky: non possiamo sapere. Nessuno sa. Le spinte evolutive, il bisogno di informazione e le fonti di informazione, non sono mai state così vitali come in questo periodo, che è di ricchezza e non di povertà per l’informazione. Ma l’evoluzione procede per tentativi e non in base a un disegno: l’unica cosa che sappiamo è che non si ferma mai.

I miei due centesimi

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