Come sa chi seguiva già l’altro blog, da qualche tempo (credo una decade) ho una rubrica – Il torsolo – su Applicando, fatta di poca serietà e di tanta – spero – ironia. Il tutto è cominciato col giocare in modo scherzoso sulla contrapposizione classica Mac vs. Win, inventando personaggi, situazioni e soprattutto giocando col linguaggio (ricordo una mail di un lettore che poi diventò quasi un leit motiv: “Ma cosa ti sei fumato, ‘sto mese?”), nel tempo le cose sono cambiate, ed è diventata quasi un contro editoriale, mantenendo però il cazzeggio come territorio di analisi. I tempi della carta sono quelli che sono: si scrive in questi giorni per uscire a maggio (cosa che genera mostri e ritardi informativi) e così, da qualche tempo, ho deciso di postare i pezzi nel momento in cui vengono scritti. Dato il numero di lettori miei, non credo che né a Cupertino né a Milano nessuno abbia di che lamentarsi. Ecco qui quello, appunto, di maggio. Buona, spero, lettura!
Apple, Apple, Apple: quasi quasi vien voglia di parlare di Microsoft, toh! Se la non massificazione del contenuto deve passare per Redmond, e Redmond sia! Okay, ragazzi: da oggi si cambia, e si passa a Vista. Purtroppo esso lui medesimo Vista è durato all’incirca 8 minuti sul mio MacBook, giusto il tempo di un paio di risate e sette od otto improperi, cedendo immediatamente il passo al vecchio e caro (beh, i cugini un po’ tonti piacciono a tutti…) Xp per le volte, poche, in cui necessita un passaggio nella zona oscura della tecnologia. E quindi tocca ricominciare a parlare di Apple: ormai, una sorta di maledizione. Solo oggi, uscendo di casa, la copertina dell’ultimo numero di Wired lanciava un’inchiesta a tutto tondo su… Apple, e i giornali, dal Sole 24ore a Repubblica, non facevano che inneggiare all’accordo (pare sia la volta buona) fra Tim e… Apple per la commercializzazione dell’iPhone.
Una vecchia legge del marketing (propria di un vecchio modo di fare marketing) recitava: purché se ne parli… e alla modernissima Wired devono aver fatto tesoro dell’ancor valida seppur pur antica massima: l’articolo, “Evil/Genius: How Apple Wins by Breaking All the Rules”, a firma di Leander Kahney, è un ottimo pezzo in cui vengono evidenziati tutti gli “errori” fatti da Apple alla luce delle moderne regole di successo della Silycon Valley (dal trattamento dei dipendenti alla generale positiva accoglienza delle piattaforme aperte). Eppure, nonostante tutte le violazioni delle innumerevoli regole auree e, anzi, probabilmente grazie a ciò, Apple è descritta come case history di successi continui, tanto da potersi permettere – quasi con orgoglio e sicuramente con molta presunzione e prosopopea – un’operazione altrimenti anti-marketing come la chiusura di Think Secret (qualcosa per la cui esistenza altre company avrebbero pagato!) di cui abbiamo parlato anche qui qualche numero fa.
Emerge l’immagine di un’azienda perfettamente coincidente con quella del carattere del suo fondatore. Un’azienda totalmente Jobs oriented e Jobs dipendente. Un’azienda così legata al suo capo carismatico, dalle scelte strategiche al survey isterico sui prodotti, da essere poi per forza e a tutti gli effetti una visione strategicamente perfetta, talmente coerente con se stessa da apparire iconica ai fedeli e – come direbbero gli americani – “trusted” a chiunque altro. Un’azienda in cui aver fiducia. Comunque.
Repubblica dedica invece un pezzo (lo scoop, lo scoop!) all’imminente commercializzazione dell’iPhone sul nostro territorio via Tim, basata su un accordo così particolare, ma così particolare che – di fronte al classico no comment promanante da Cupertino e al silenzio generico via Telecom – potrebbe anche infine rivelarsi non del tutto corretto nella sua esposizione. A parte certi toni nazional trionfalistici forse poco consoni a una trattativa con un mastino come si sa Apple può essere, se comunque le condizioni riportate fossero reali, saremmo di fronte – nuovamente – alla camaleontica capacità di Jobs di cogliere in modo animale i gangli profondi dei cambiamenti in atto. In soldoni: l’accordo sarebbe rivoluzionario perché abbandonerebbe la formula sulla quale Apple ha finora costruito il successo dell’iPhone, fatta di accordi in esclusiva, con un solo operatore in ogni mercato, e il meccanismo della ‘revenue sharing’. Bum! Sarà così, non sarà così? Senza avventurarci in ipotesi di fantasia e in attesa di commentare dati concreti, eccoci però nuovamente di fronte alla abituale follia generata da Apple ormai in modo continuo: illazioni, ipotesi, commenti a notizie inesistenti e rumours, un vorticoso (e a volte inutile) perenne vociare.
Probabilmente ha ragione Wired quando, fra le righe, omaggia Apple per essere riuscita a massimizzare un certo modo di fare impresa proprio più del secolo scorso che del web 2.0, anche se fa impressione veder codificate certe assonanze, note ma in qualche modo sempre accolte bonariamente, fra i “sistemi chiusi” di Apple e i “sistemi chiusi” riconosciuti come tali! Ma il sistema, chiuso o aperto che sia, di Apple ha sempre avuto una caratteristica fondante: la sua intrinseca qualità. Il controllo di hardware e software, la loro costante e naturale coesione, si è concretizzato – attraverso il braccio armato del design – in facilità d’uso ed ergonomia quotidiana.
L’affacciarsi dei servizi via web ha però posto, con l’iPhone ,una prima seria sfida a questo ecosistema: risolta con un transito semi obbligatorio presso i server di Cupertino degli applicativi sviluppati da soggetti terzi. Ma sarà sempre un’opzione possibile? Chiedersi cosa sarà di Apple senza Jobs è banale, ma crediamo che il futuro Steve Jobs, qualunque sarà il suo nome, dovrà essere qualcuno con la capacità di vedere nei servizi via web con la stessa chiarezza e visione avuta dal vecchio Steve Jobs. Prodotti come iWeb o .mac sono – lo ripeterò sino alla noia – residui di un’evoluzione incompiuta, pezzi di dna in disuso, informazioni prive d’importanza. Cosa farà Apple del web? Noi siam qui, e aspettiamo, in lupetto nero e jeans vagamente stinti. A immagine e somiglianza! Alla prossima
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[...] Da qualche tempo, i famosi tempi “non sospetti”, sostenevo che il futuro di Apple sarebbe passato attraverso un ripensamento totale di uno dei pochi veri fallimenti dell’ultima decade, quel .mac che non aveva più alcuna ragion d’essere (non più di Pages per altro, ma oggi è “il” giorno di Apple, e quindi sarò buono) e che è stato finalmente rivisto: la funzione push proposta – almeno da quel che si può capire – pare essere concorrenziale economicamente e valida per chi come me abbia esigenze di gestione e sync in parte ricostruibili attraverso un insieme di terze parti ma complicandosi un po’ troppo la vita, diciamo un utente evoluto ma non con esigenze business (per le quali l’apertura a Exchange è stata un banale obbligo di mercato, altro che un’innovazione!). Push, email, calendari, contatti… interessante, anche se non regalato, giacché i 99 dollari sappiamo già seguiranno la legge del cambio di Cupertino e varranno quindi 99 euro, ma anche avere un Blackberry ha i suoi costi. I 20 Gb di stoccaggio lasciamoli perdere, servono veramente solo a email, contatti e calendari, a questo e non ad altro: la mia mail “pesa” circa 6 giga, e in qualche modo mi serve tutta, il perché saranno anche fatti miei e del mio modo di lavorare, per le foto esiste una cosina chiamata Flickr e 20 Gb li riempo in dieci minuti circa e… si potrebbe andare avanti all’infinito ma, come detto, è il giorno di Apple e fra poco pure il compleanno dell’iPhone, quindi… serenità! [...]
[...] “Purché se ne parli“. Rubo la frase dall’amico Giorgio … L’importante è che l’evento Sky / Current TV venga bene e se ne parli. E visti [...]
[...] (via destynova) [...]