Il mondo digitale, e non solo, sta attraversando un momento di euforia anarchica, impegnato in una continua rielaborazione e ridefinizione: modelli di business e stilemi produttivi, abitudini e comportamenti, economie e professioni appena consolidati – derivando da un periodo che pare lontano, ma ricordiamoci che solo l’altro ieri non esisteva neppure il personal computer – stanno esplodendo, cercando una rapida e complessa ricomposizione in una rete di sostegno concettuale in grado di unire quello che c’era a quello che c’è a quello che non c’è ancora, per individuare strategie di investimento, revenue e lavoro.

Per la prima volta, dicono, al centro di tutto c’è l’utente, il nodo della rete e dell’attività di aziende, giornali, sistemi informativi e distributivi in genere: da quando le aziende, il marketing e le scie produttive hanno abbracciato la parola “conversazione”, i conversanti, i dialoganti, hanno conquistato (o si sono visti imporre) una centralità prima sconosciuta: una indistinta e afasica massa di utenti e consumatori è stata trasformata in una rete di individui, volti e profili Facebook, di privacy svenduta in cambio di un’applicazione che ci ricordi la data di compleanno dei nostri amici (che inseriremo noi stessi, causando la nascita di sistemi intelligenti che poi ci sostituiranno, grazie a database creati da noi, di informazioni una volta considerate private e ora quasi di necessario pubblico dominio).

Mai come adesso l’innovazione è cultura, e la cultura – anziché novità e sfida – si è trovata a dover inseguire e a volte solo a giustificare: nei momenti di maggior fortuna e onestà intellettuale, a cercare di comprendere. E mai come ora la tecnologia si trova a essere la forza trainante, evolutivamente cieca e senza scopo se non quello del suo miglioramento. E del business derivante.

E che è! Hai dato una ripassata al Capitale, al Grande Fratello e al Cluetrain Manifesto, direte voi? In effetti ho appena concluso un trasloco e non nascondo che riprendere in mano tutti i miei libri uno per uno è stato sufficientemente impressionante. Un vecchio Come si legge il giornale di Paolo Murialdi (edizioni Laterza, e chissà se ancora in commercio… usatelo anche voi Google, su) che risale alle mie scuole medie inferiori è finito nello stesso scaffale di David Weinberger, Giuseppe Granieri e Nicholas Negroponte, e il filo rosso che li unisce… qual è? (Ci arrivo alla Apple, ci arrivo).

Ecco, appunto: come è successo a suo tempo con il business musicale, ricuperato da aziende quali Apple (ma non dimentichiamo altri player del mercato) che avevano in comune essenzialmente l’essere produttori di software, e quindi ben altre abitudini di business e ben altre strategie da quelle delle antiche major discografiche, si è sperato e si spera che la stessa cosa possa succedere coi libri, appunto, e Apple (ci sto arrivando!) l’azienda più innovativa del mercato tecnologico attuale, è stata individuata come quella che potrebbe, forte anche del suo ruolo dominante con il sistema iTunes, ripetere l’operazione.

Come abbiamo scritto il mese scorso, qui siamo dell’idea che a Jobs dei libri freghi poco o nulla, e che abbia introdotto l’iBook Store “anche” per i libri, ma puntando a mercati diversi per l’iPad, in primis magazine e fumetti. E i libri, dunque? I libri cambieranno, muteranno. Ma nel momento in cui accenderete il vostro Mac e accederete all’Amazon Store (si può già fare senza un Kindle, basta l’applicativo scaricabile gratuitamente), oppure accenderete un iPad, o un iPhone, o qualunque cosa a Cupertino abbiano inventato o si inventeranno per fare la loro parte in questo periodo di effervescenza confusa e debordante, non dimenticate che a voi, persone che stanno al centro o che sono state collocante al centro, sta di decidere se vivremo di app e compleanni o di altro. E quindi, se nel frattempo non avranno inventato lo store perfetto o il reader del secolo, ricordate che la cara buona vecchia carta, è sempre lì. Va detto, perché nessuno lo dice: semplicemente, leggete. Siete al centro: usatelo. Non fatevi usare.

(il prossimo Torsolo, su Applicando)

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Punto di partenza: a Steve Jobs dei libri frega assai poco, e iBooks è più la risposta a un mantra-hype imposto dall’esterno (salvaci! salvaci!) che il frutto di una scelta strategica: l’iPad, ancor più dell’iPhone, è una piattaforma le cui revenue dipenderanno in buona parte dal software e dalle idee che avranno altri, e non i signori di Cupertino (che ben consci di ciò stanno creando, nella miscellanea delle iCose, uno dei sistemi più chiusi e protetti della Federazione Unita dei Pianeti).

Ma il fatturato dei libri? È poco nel mondo degli atomi, è prodotto da aficionados e feticisti pazzi: che ne sarà nel mondo dei bit? Ma si saran detti: perché no? Se questi qui (gli editori) riusciranno a creare business, be’, ce ne avvantaggeremo. Butta lì ‘sto iBook, dai. Ma il nome fa schifo! Farà pure schifo ma si capisce, e dopo tutto va su un coso che si chiama iPad.
Nell’iPad, insieme di tecnologie già disponibili centellinate con l’usuale calma (in un paio di release avremo tutto quello che ora si lamenta come mancanza) c’è molto di più di un traslato atomi-bit: vi è contenuta un’attesa che non c’era sul mercato da tempo. E non importa che gli ordini siano stati esplosivi e poi (pare) siano rallentati, che siano miliardi di fantastilioni o decine di megatroni. È comunque solo un inizio: Apple ci sta dicendo che i nostri ferrivecchi qui, con tastiere e cavi, e costrizioni, e peso, e atomi ovunque sono vecchi, obsoleti, kaputt. E che qualcosa li sostituirà. Che non sarà l’iPad è chiaro a tutti, ma che l’iPad sia un punto di partenza lo sappiamo comunque tutti. La catena evolutiva che vede i MacPro sostituiti dagli iMac, a loro volta sostituiti dai MacBook, che potrebbero essere insidiati dagli iPad, ha pochi punti chiari, ma illumina un solo punto d’arrivo: un dispositivo portatile, usabile, touch, cui – in case, uffici o hamman – uniremo le periferiche di volta in volta necessarie.
Ma basta divagare: parlavamo di libri. Amazon e Barnes & Nobles, pur vendendo i propri dispositivi di lettura, stanno preparando due app per l’iPad, Il New York Times, dopo aver visto in preview quella di Amazon, la descrive più o meno così: si girano lentamente le pagine con le dita (come in iBooks) e, rispetto al Kindle ci sono nuove e migliori possibilità di vedere e organizzare la propria biblioteca, con cover a colori eccetera (be’…). L’unità digitale di Barnes & Noble, ha occupato 14 sviluppatori nel ridisegno della iPhone app per iPad: il nuovo software pare permetterà agli utenti di sfogliare i libri (uff…) e di personalizzarne i caratteri in diversi colori e dimensioni.
Insomma, a prescindere dal tasso di innovazione, tutti al lavoro. Ma per chi? Perché c’è chi dice che queste due applicazioni sarebbero deleterie per lo sviluppo di iBooks: porterebbero clientela agli store di Amazon e B&N, saltando l’iTunes librario made in Cupertino. Ma ben sappiamo che iTunes, in termini economici, ha avuto più il merito di consentire la vendita dell’hardware che non quello di far incassare diritti. Quindi?L’iPad sarà l’iPod del futuro?
Punto d’arrivo: probabilmente a Jobs dei libri frega poco o nulla, e Apple, ben applicando la lezione di iTunes, si sta preparando a essere il futuro hub per l’acquisto di prodotti culturali ed editoriali in genere, parallelamente, ma forse strategicamente questo è e sarà l’asse portante, ponendo “fisicamente” un proprio hardware al centro di un passaggio di più lungo termine nel nostro approccio all’uso del digitale. Operatori di telefonia mobile, società operanti nell’enorme settore gaming, editori, di giornali, magazine, riviste, libri e prodotti video, piattaforme sociali di contenuti vari in mobilità: un intero mondo di settori commerciali e di sviluppatori e ricercatori sta, sostanzialmente, lavorando per il successo dell’iPad, senza che Apple debba – cinicamente  - fare nulla se non passare all’incasso e quindi reindirizzare questo enorme flusso di denaro in ricerca, per giungere a un grado di sviluppo maggiore dei suoi prodotti hardware. Azzardiamo: il touch è una tecnologia, l’iPod – e non l’iPhone – il riferimento di mercato, il mobile il futuro. Lo ha detto Lui, eh! Alla prossima.

(è il prossimo Torsolo, su Applicando che verrà. Il Jobs qui sopra è opera di Jay Hauf, e potete costruirvelo a partire da qui)


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Il Corriere va su Kindle 2. E l’annuncio che il lettore di Amazon dovrebbe arrivare in Europa nel 2010.

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