Un Torsolo anomalo. Triste.
Fra un costrutto hardware e software e il nostro corpo non è che ci sia poi ‘sta gran differenza, non credete? Suvvia, interi scaffali di fantascienza ci hanno fatto intravedere i legami possibili e futuri, pagine e pagine di manualistica cibernetica e robotica ce lo hanno inculcato, teorizzato e insegnato, cercando di convincerci quanto le macchine siano simili a noi o possano divenirlo a breve. Ma avete mai pensato a quanto siamo già simili, noi e le macchine?
Cominciamo a vedere le cose dal punto di vista di uno di questi frullatori a tasti che abbiamo sotto le mani: ti assemblano, ti danno un nome e un giorno il grande start-up ti mette di fronte a un mare di incombenze cui nessuno ti ha mai preparato: un rapido log in e il mondo dove ogni-cosa-è-una-tua-responsabilità ti si spalanca di fronte ai pixel. Fai, disfi, breghi, usi tutti i software e le routine di cui ti hanno dotato, a volte chiedi modestamente un plug in per poter rendere il miglior servigio al tuo utente admin, ti danni a cercare di fare onore al tuo essere intimamente multitasking, ma – capperini! – le incombenze sono infinite. E c’è sempre quel tale a fare domande, tamburellandoti sulle gonadi con le sue ditine: e le foto delle vacanze, dove le hai messe? e la contabilità dell’ultimo trimestre? e perché non riesci ad aprire quel file, applicare quel filtro, tagliare quel video, impaginare quella presentazione mentre stampi una brochure? Quando a fine giornata arriva il momento del log out, fiuuu, un bel sonno sarebbe davvero meritato, ma la moderna iper efficienza impone che mentre il tuo signore e padrone se ne sta sdraiato in poltrona tu debba sollazzarlo con un film e poi, nottetempo, impegnarti in indicizzazioni e maquillage vari sui log per essere ancora più pronto il giorno dopo. E se un giorno avrai un attacco di kernel-panic… nessuno capirà la tua stanchezza e sarà semplicemente tempo di update. Obsoleto. Vecchio.
Spostiamo ora il punto di vista. Eccoci a noi e al nostro sacchettino biologico. Un bel giorno uno schianto, un urletto e giddap, pedalare, correre, crescere: un po’ giocare, un po’ studiare, poi lavorare e tenere le fila di tutto, ordinando, facendo e disfacendo, ricominciando da capo ogni giorno. Tiri una leva qui, spingi un bottone là… non è che capisci molto di quello che stai facendo, ma sai che devi farlo e che hai delle responsabilità cui far fronte. Una sfida perenne, una grande partita che ci impegna tutti nell’andare sempre più avanti, sempre più velocemente, agitando i nostri sonni con l’ansia di non farcela e la paura di trovarsi un giorno fuori parte. Obsoleti. Vecchi.
In tutto questo girare in tondo, sta a noi mantenere il rispetto di noi stessi e degli altri. Cercando di rendere felice chi ci sta intorno. Sta a noi la capacità di mantenere accesa quell’attenzione ironica alle cose che permette di preservare uno spazio per il nostro essere sempre e comunque bambini, curiosi di esplorare un mondo che qualcuno ha costruito usando a volte i pezzi sbagliati, ma che forse possiamo cambiare. Qualcosa che speriamo sempre che laggiù, a Cupertino, abbiano ben presente quando progettano un palmare, un lettore mp3, un nuovo portatile. Scelte che possono apparire futili, come usare un Mac, con il suo aplomb fatto di different e curiosa innovazione, sono un pezzo infinitamente piccolo ma non indifferente della nostra quotidianità, in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia e dalle sue opzioni. Stile, design, attenzione all’ambiente e all’interazione: non banalità, ma un pezzo – non solo coreografico – di un discorso che va molto più in là.
Almeno per molti è così. Per ClaZ, al secolo Claudio Zamagni, era così: che si trattasse di ridare vita a un portatile su cui era stata versata un’intera bottiglia di coca, di assemblare un iFrankenstein a partire da tre diversi iMac, magari imprecando mezz’ora su una vite (“Smontare un Mac è come smontare una Volvo”, diceva sempre), o di risolvere un problema software, tutto era parte di un gioco in cui si poteva ridere e insieme discutere delle innovazioni che da Cupertino ci vogliono, spesso, ancora bambini, capaci di sorprenderci e di entusiasmarci. E di ridere, in modo leggero, mai gradasso.
Improvvisamente, senza un motivo, qualcuno è arrivato e invece di logout ha cliccato su spegni. E ClaZ non c’è più. Ma sarà, come sempre anche lui qui ogni mese, in qualche modo, nascosto in una di quelle routine invisibili ma necessarie. A ricordarci che dobbiamo essere, ogni giorno, fieri di quello che facciamo. Ecco come aveva scelto di presentarsi sul suo blog: ClaZ. Non servono presentazioni per IL Tecnico, il mago del saldatore, la mano ferma di Dio, l’usignolo della fresa, il Van Gogh dell’antirombo e chi più ne ha più ne metta, tanto non bastano mai. Non bastano. Vero. Alla prossima, ClaZ.
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