Ha già detto Suz. In merito aggiungo una sola considerazione lato Apple: l’affermazione di Steve Jobs che l’iPhone non sarebbe stato venduto a un prezzo superiore ai 199 dollari è una delle panzane più colossali, sciocche e inutili che sia stata detta sul pianeta di fronte a un numero così alto di testimoni. Una “promessa” che, oltre che falsa, suona di una stupidità colossale: perché la domanda prima che viene in mente è proprio “perché?”, considerando che il disvelamento sarebbe stato così repentino e pubblico?
Già: “perché” è la domanda che più di ogni altra si affaccia in qualunque discorso sul terminale made in Cupertino. E non tanto perché comprarlo in relazione alle sue caratteristiche tecnologiche : è un telefono, ha alcune feature che possono essere interessanti per alcuni e disutili per altri e poi, e che diavolo: uno sarà ben libero di sprecare i suoi soldi dove e come vuole, come giustamente sottolinea anche Enrico. Ma gli altri perché si accavallano: perché tariffe così alte, perché così tanta omertà in questi giorni da parte degli operatori telefonici, perché un accordo di cartello così evidente non viene stigmatizzato da nessuno, perché un utente dovrebbe pagare tariffe più alte solo in funzione dell’avere un terminale piuttosto che di un altro (la non neutralità della bolletta qualcuno me la dovrà davvero spiegare…)?
Soprattutto perché questo succede qui, Sistema Solare, pianeta Terra, Italia? Provo a fare un paio di illazioni, andando oltre il dato strettamente tecnico che se no continuiamo a fare le pulci a un coso grosso più o meno come un pacchetto di sigarette che avrà comunque un impatto sulle nostre vite infinitamente minore rispetto a quello di un pacchetto di sigarette (che, almeno, si sa fanno male e chi come me continua a spendere 3,80 euro al giorno per 365 giorni l’anno= 1387 euro l’anno, ovvero un paio di iPhone più un iPod Touch, toh!, oltre a non sentirsi e non essere particolarmente intelligente può solo numericamente servire come dato statistico per giustificare il fatto che, come si diceva qualche riga fa, ognuno può buttare i suoi soldi come vuole).
Interfacce, possibilità d’uso, connettività… Mettiamola così: a me quel coso piace e soddisfa le mie voglie e i miei bisogni. Non ho necessità di un utilizzo così performante della mail push, se no mi butterei su un Blackberry a occhi chiusi (e il nuovo Bold mi pare ottimo), dato che il pacchetto MobileMe non credo sarà mai in grado di sostituire l’offerta di Rim. In realtà la cosa che maggiormente mi avrebbe attratto (sono già alle prese con il condizionale) oltre l’interfaccia, oltre l’estetica, oltre le varie possibilità offerte dalle Apps, sarebbe stata la connettività wi-fi.
Ovvero, qui, Sistema Solare, pianeta Terra, Italia, un miraggio. Una visione mancata che costringe al traffico dati e quindi agli abbonamenti, e quindi alle scandalose tariffe di Tim e Vodafone, pessime comunque in qualsiasi contesto per il traffico dati, indecenti – perché? – in relazione all’iPhone. Che però da il suo meglio se usato in un certo modo. Vivo in costante simbiosi con uno zaino che contiene un Macbook e buttarci dentro una chiavetta – situazione in cui le tariffe cambiano pesantemente (perché?) – non è che sia una scomodità. L’iPhone sarebbe stata (acc, di nuovo il condizionale) una comodità… Ma non lo sarà.
Non lo sarà anche perché il tessuto industriale, economico e politico (specifica: un’accezione brutta, quasi ostile, del termine, dovendoci noi dimenticare, oltre che l’iPhone, anche che la politica vera è una cosa bella) di questo paese, che da sempre pare pronto a distruggere qualsiasi possibilità di crescita e investimento, non è in grado di progettare neppure una politica dei consumi sana.
L’Italia, dopo aver deliberatamente ucciso dagli anni sessanta interi settori della ricerca scientifica in cui era all’avanguardia, vede nell’approccio degli ultimi due governi (tocca dirlo: di tutti e due) alle nuove tecnologie uno scenario povero di visione, di preparazione e ricco di improvvisazione retorica e inutilità. Suicidi assistiti, occasioni mancate e fallimenti procurati, un ceto politico e un management culturalmente raffazzonato e di una povertà intellettuale imbarazzante, privo di un progetto di sviluppo condiviso, indifferente ai problemi ma mai insensibile ai legami clientelari con singoli gruppi di pressione, incapace quindi di dare risposte istituzionali all’esigenza di articolazione del sistema ricerca propria dei paesi industrializzati (università, enti pubblici, ricerca industriale), alla crescente necessità di una politica pubblica complessiva, al bisogno di spazi di autonomia. Un paese di bottegai e non di imprenditori, dove la ricaricabile è il pendant telefonico del precariato lavorativo. Un paese dove l’innovazione tecnologica – impossibile strutturalmente – viene usata per la spremitura ultima del consumatore del momento: vuoi l’iPhone? Strapagalo. Perché? Perché la terra dei cachi è la terra dei cachi.
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