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steve jobs

Cercasi Jobs disperatamente

Si discute spesso delle sorti dell’innovazione in Italia, delle possibilità e delle impossibilità, delle manchevolezze e delle stoltezze di un sistema che ha ben poco da proporre nei confronti delle idee e della ricerca. Spesso si citano eccellenti cervelli in fuga, a volte si controbatte con esemplari cervelli di ritorno: forse, in questa agenzia viaggi dell’intelligenza, una soluzione potrebbe essere quella dei cervelli in affitto. E allora perché non chiedere a Jobs di stabilirsi in Italia, in sabbatico da Cupertino, affidandogli il compito di metterci un po’ in riga e in asse? Per il CEO più famoso del mondo non dovrebbe essere un problema, in un Paese che ha mostrato da tempo di credere alle peggiori bufale e di essere affascinato da “carisma e sintomatico mistero”, per dirla alla Battiato. Uno carismatico e che pure le mantiene, le promesse, dovrebbe avere vita facile, no?

L’uomo giusto al posto giusto, però! Quale comparto affidargli? Di quale dei nostri guai chiedergli di occuparsi: politica, business, università, innovazione, cultura, spettacolo? Cominciamo da quel che sa fare: è un Ceo, facciamogli fare il Ceo.

Paragoniamolo ai condottieri d’azienda nostrani: Jobs potrebbe essere un Marchionne? Prima difficoltà: Jobs ha una Mercedes, e ama parcheggiarla il più malamente possibile. Già non avrebbe accesso agli ordinati parcheggi di sole Fiat degli stabilimenti della Fiat. E poi questo fatto che costi poco, un dollaro di stipendio l’anno… Immaginiamo già i dubbi dei vari consigli di amministrazione: ma sarà affidabile? Qui un incapace qualsiasi prende qualche milione per una semplice consulenza, ma cosa vuole quello lì. Forse potrebbe avere qualche chance in settori più creativi, come, boh, l’abbigliamento, tipo alla Diesel. No, troppo tamarri per uno che veste Levi’s 501 e New Balance. Comunicazione? “Ehi, inventiamoci una Apple TV!”. “Ma che ti credi, che siamo in Burundi: alla Telecom sono al Cubo 2.0”. “Uno store per i libri in digitale?”. “E ridaje… Lo stanno già facendo, e sempre alla Telecom! Ma un pensiero originale non ce l’hai?”. Territorio difficile, quello delle imprese: e poi parla in inglese… chi lo capirebbe in un paese dove i top manager paiono aver imparato tutti gli accenti dalle macchiette di Carlo Verdone? Dimentichiamoci il business e passiamo ad altro.

Forse si sarebbe dato alla politica: qui la buttiamo sempre in politica, e quindi perché no? In una mezz’ora di tempo, utilizzando solo un decimo della sua capacità mediatica rischiamo di trovarcelo PresdelCons e quindi di diventare il primo paese del mondo con amministrazione pubblica, scuole e università e chissà cos’altro su piattaforma Mac OS X. Qui coi conflitti di interesse ci andiamo a nozze, quindi perché non conquistare un’intera nazione e farne un media per il marketing Apple? Pensaci Jobs, lo sappiamo far bene, di seguire il primo che passa.

Poi ci sarebbe stata l’università: in realtà, pur alla sua età (55 anni), Steve è ancora un ragazzino per gli standard italiani. Forse un posto da assistente in qualche laboratorio di ricerca potrebbe saltar fuori ma immaginiamocelo a colloquio con il classico docente italiano. Ricordate il suo celebre discorso all’Università di Stanford con citazione finale di Stewart Brand? “Siate affamati, siate folli!”. A parte che nessun docente italiano riconoscerebbe la fonte della citazione, ci starebbe perfettamente: per fare ricerca nelle nostre università occorre davvero essere folli, e l’essere affamati non è che la diretta conseguenza dei minimi redditi derivanti dall’attività.

Cosa ci rimane? Ah, l’ex tubo catodico attuale Lcd o plasma. La televisione! Potrebbe andare – c’è di tutto… – ma qui possiamo rialzare fieramente il capo e inorgoglirci: lo Steve Jobs da Cormano di Raul Cremona presentato a Crozza Live su La7 è – e nettamente – superiore all’originale. Che ne dite di uno scambio alla pari? Alla prossima.

(sul prossimo Applicando)

L’iPad, iBooks e i libri: flirt o vero amore?

Punto di partenza: a Steve Jobs dei libri frega assai poco, e iBooks è più la risposta a un mantra-hype imposto dall’esterno (salvaci! salvaci!) che il frutto di una scelta strategica: l’iPad, ancor più dell’iPhone, è una piattaforma le cui revenue dipenderanno in buona parte dal software e dalle idee che avranno altri, e non i signori di Cupertino (che ben consci di ciò stanno creando, nella miscellanea delle iCose, uno dei sistemi più chiusi e protetti della Federazione Unita dei Pianeti).

Ma il fatturato dei libri? È poco nel mondo degli atomi, è prodotto da aficionados e feticisti pazzi: che ne sarà nel mondo dei bit? Ma si saran detti: perché no? Se questi qui (gli editori) riusciranno a creare business, be’, ce ne avvantaggeremo. Butta lì ‘sto iBook, dai. Ma il nome fa schifo! Farà pure schifo ma si capisce, e dopo tutto va su un coso che si chiama iPad.
Nell’iPad, insieme di tecnologie già disponibili centellinate con l’usuale calma (in un paio di release avremo tutto quello che ora si lamenta come mancanza) c’è molto di più di un traslato atomi-bit: vi è contenuta un’attesa che non c’era sul mercato da tempo. E non importa che gli ordini siano stati esplosivi e poi (pare) siano rallentati, che siano miliardi di fantastilioni o decine di megatroni. È comunque solo un inizio: Apple ci sta dicendo che i nostri ferrivecchi qui, con tastiere e cavi, e costrizioni, e peso, e atomi ovunque sono vecchi, obsoleti, kaputt. E che qualcosa li sostituirà. Che non sarà l’iPad è chiaro a tutti, ma che l’iPad sia un punto di partenza lo sappiamo comunque tutti. La catena evolutiva che vede i MacPro sostituiti dagli iMac, a loro volta sostituiti dai MacBook, che potrebbero essere insidiati dagli iPad, ha pochi punti chiari, ma illumina un solo punto d’arrivo: un dispositivo portatile, usabile, touch, cui – in case, uffici o hamman – uniremo le periferiche di volta in volta necessarie.
Ma basta divagare: parlavamo di libri. Amazon e Barnes & Nobles, pur vendendo i propri dispositivi di lettura, stanno preparando due app per l’iPad, Il New York Times, dopo aver visto in preview quella di Amazon, la descrive più o meno così: si girano lentamente le pagine con le dita (come in iBooks) e, rispetto al Kindle ci sono nuove e migliori possibilità di vedere e organizzare la propria biblioteca, con cover a colori eccetera (be’…). L’unità digitale di Barnes & Noble, ha occupato 14 sviluppatori nel ridisegno della iPhone app per iPad: il nuovo software pare permetterà agli utenti di sfogliare i libri (uff…) e di personalizzarne i caratteri in diversi colori e dimensioni.
Insomma, a prescindere dal tasso di innovazione, tutti al lavoro. Ma per chi? Perché c’è chi dice che queste due applicazioni sarebbero deleterie per lo sviluppo di iBooks: porterebbero clientela agli store di Amazon e B&N, saltando l’iTunes librario made in Cupertino. Ma ben sappiamo che iTunes, in termini economici, ha avuto più il merito di consentire la vendita dell’hardware che non quello di far incassare diritti. Quindi?L’iPad sarà l’iPod del futuro?
Punto d’arrivo: probabilmente a Jobs dei libri frega poco o nulla, e Apple, ben applicando la lezione di iTunes, si sta preparando a essere il futuro hub per l’acquisto di prodotti culturali ed editoriali in genere, parallelamente, ma forse strategicamente questo è e sarà l’asse portante, ponendo “fisicamente” un proprio hardware al centro di un passaggio di più lungo termine nel nostro approccio all’uso del digitale. Operatori di telefonia mobile, società operanti nell’enorme settore gaming, editori, di giornali, magazine, riviste, libri e prodotti video, piattaforme sociali di contenuti vari in mobilità: un intero mondo di settori commerciali e di sviluppatori e ricercatori sta, sostanzialmente, lavorando per il successo dell’iPad, senza che Apple debba – cinicamente  - fare nulla se non passare all’incasso e quindi reindirizzare questo enorme flusso di denaro in ricerca, per giungere a un grado di sviluppo maggiore dei suoi prodotti hardware. Azzardiamo: il touch è una tecnologia, l’iPod – e non l’iPhone – il riferimento di mercato, il mobile il futuro. Lo ha detto Lui, eh! Alla prossima.

(è il prossimo Torsolo, su Applicando che verrà. Il Jobs qui sopra è opera di Jay Hauf, e potete costruirvelo a partire da qui)


iSim

Ma se il quasi-nuovo-nato-iTablet avrà una connessione 3G, sarà possibile uno switch della sim dall’iPhone all’iCoso? Non che sia la cosa più pratica dell’universo, ma prima di pagare una paio di connettività (4, in realtà: ADSL casalinga, chiavetta, iPhone…). O siamo in zona simil-whispernet?

Update: no, utilizzerà le mini sim

Il torsolo di “Applicando”

Cominciamo: Apple è Steve Jobs. E Steve Jobs è Apple. Epperò: sembra quasi uno scioglilingua! Trentatré piccoli mac andarono maccheggiando verso maccopoli… Ricominciamo: che sarà di Apple dopo che Steve Jobs, l’iCeo,  avrà abbandonato il suo ruolo? Sì, Ceo una volta… ma cos’è, una favola dei fratelli MacGrimm? Insomma, avrete capito che tutti questi bla bla  non ci piacciono, come non ci piace che a ogni bla corrisponda una variazione del valore azionario di un’azienda che ben lontana dal concetto e dalla realtà del modello one man band, esiste da 25 anni e occupa 35.000 lavoratori. Insomma: un colosso, come ha ricordato pochi giorni fa Tim Cook!

In questi giorni, invece e purtroppo, assistiamo a un continuo mulinare di questi ritornelli, con un tono oscillante fra la fragranza querula del gossip ben informato e il borioso tono professorale di un manabile di economia spicciola. Ok, Steve è un genialoide, un geniaccio, un egobaricentro perennemente sbilanciato, un inviato dal Grande Padre del bit e del byte! Ma Apple non è più un garage, ma una delle multinazionali più influenti nell’ambito che le è proprio, e probabilmente Tim Cook e altri la governano, come succede in ogni azienda di quelle dimensioni, da tempi già ora immemori. Management, filosofia, ideali e concretezza appartengono all’intera struttura aziendale. Come sempre è, per altro, quando il successo è così evidente. O il fallimento (dove fanno lo Zune?).

Come sapete da queste parti a volte amiamo farci domande su come gli aggeggi, i gizmo – una parola bellissima usata dal futurologo Bruce Sterling per identificare i vari “cosi” tecnocosi che tanto amiamo – influenzino la nostra vita e le nostre abitudini. E una domanda che ci siamo fatti più volte è quanto la privacy di uno degli uomini più noti al mondo, come quella di noi tutti, oscuri fuchi operai svolazzanti intorno a mela una volta colorata e ora non più, che sottendeva una volta la Apple Computer e ora non più, e che si pavoneggiava di aver creato il miglior sistema operativo del mondo, il Mac OSX, che ora è solo più OS X, sia abolita, messa a rischio, genuflessa proprio dall’utilizzo delle tastiere su cui sto sbattacchiando ora i polpastrelli.

I tempi cambiano: chi si occupava di informazione e tecnologie, anni fa per la maggior parte si occupava di problemi tecnici, generali o settoriali, di sistema o legati ad applicativi in ambiti diversi (per il Mac, pardon, per OSX, grafica e prestampa, e poi audio e video e poi… bum!). Ora una parte non indifferente delle varie professionalità e soprattutto del dibattito inerente le nuove tecnologie si riverbera su profili ben diversi: disponibilità e conservazione delle informazioni, privacy, socialità e dispiegamento della personalità, copyright e proprietà dei diritti di commercializzazione e sfruttamento.

Non a caso Apple è cambiata: a parte nome e logo, il core business  si è mosso coerentemente con il mutevole scenario circostante. Lo store di iTunes e l’iPhone sono le due emergenze di un processo complesso. Se vogliamo sono le icone di una finta o comunque parziale diversificazione, giacché, in fondo il core business permane quello di vendere software e, soprattutto, hardware. Ma sia quel che sia, e pur supponendo che i ricavi derivanti dalla vendita di musica, show televisivi e quant’altro siano pari a zero, l’influenza sociale di queste correzioni di rotta è stata enorme.

Oramai la nostra vita intera è filtrata da bit e byte: che lo si voglia o no, che si partecipi o no ai molteplici sistemi di social networking, che si abbia o no un avatar o un’identità digitale qualsiasi, che ci si pavoneggi o meno della propria abilità nello scatto fotografico su Flickr siamo online. In scena. Sul palco. E chi non ha mai lasciato una propria traccia nella materia oscura digitale scagli la prima pietra! Ed ecco allora lo scatenarsi del gossip, dell’effimero: tutto “deve” essere online, senza tregua o pietà. In tutto ciò ci piace ricordare Steve Wozniak, mai dimentico e soprattutto mai domo co-fondatore della Apple, che per ricordare al mondo che Steve è un essere umano e necessità di essere lasciato in pace, lo ha fatto con un gesto che sa di antico, di fronte a una telecamera e parlando. Buona fortuna Steve!

Ciao Steve e a presto, speriamo

“Team,

sono sicuro che tutti voi siete a conoscenza della mia lettera della scorsa settimana, in cui ho condiviso elementi molto personali con la community Apple. Sfortunatamente, la curiosità sul mio stato di salute continuano a distrarre non solo me e la mia famiglia, ma tutti in Apple. Inoltre, durante l’ultima settimana, ho appreso che i miei problemi di salute sono molto più complicati di quello che pensassi.

Per sottrarmi dalle luci della ribalta e concentrarmi sulla mia salute, e per favorire la concentrazione di tutti in Apple verso i suoi prodotti straordinari, ho deciso di prendermi un congedo medico fino alla fine di giugno.

Ho chiesto a Tim Cook di responsabilizzarsi per le operazioni quotidiane di Apple, e sono certo che lui e il resto dei dirigenti esecutivi faranno un ottimo lavoro. In qualità di CEO ho chiesto di essere coinvolto per le decisioni strategiche quando sarò fuori. Tutto il consiglio di amministrazione mi ha appoggiato in questa scelta.

Attenderò con ansia di vedervi tutti questa estate.

(via melamorsicata)

Un uomo tutto di alluminio: Steve Jobs e i nuovi MacBook

 macbook1.jpg

In attesa che Tim mi consegni l’iPhone che alla fine mi son deciso a prendere e che sto ancora aspettando (<inciso>: se per caso avete un numero di telefonia mobile che fa parte di una rete aziendale, come nel mio caso, sappiate che non potete comprare l’iPhone e poi attivare sul vostro numero il piano dati da voi preferito. Troppo facile. Se volete avere un iPhone all’interno di una rete aziendale l’unica possibilità è comprarlo rateizzandolo e caricando i suddetti ratei anche del costo del piano tariffario. Se avete comprato un iPhone perché fulminati dal desiderio in un aeroporto, come è successo al boss di qui – che non sono naturalmente io – l’unica alternativa è il suicidio tariffario: si possono attivare solo i piani dati relativi alle chiavette USB della suddetta Tim, in assoluto i peggiori – lo so perché ce l’ho, maledizione,  solo perché il remoto eremo solitario in cui ho una casa dove a volte vado a rifugiarmi è coperto dalla sola stramaledetta Tim. Oppure salutare la rete aziendale e seguire i consigli di Suz! </inciso>), quale modo migliore di partecipare alla rinascita dell’economia (invece che far vaccate come comprare azioni Eni ed Enel..) che spendere qualche soldo in un bel portatile?

Sostengo da tempo che questi concentrati di tecnologia su cui passa ormai la nostra intera quotidianità privata e professionale, in policarbonato o alluminio che siano, abbiano una sensibilità del tutto umana: la singolarità di cui parla Kurtzweil è già fra noi. Da quando ho deciso di prendere l’iPhone, l’iPod si è messo a fare le bizze, da quando ho dichiarato a me stesso che oggi, dopo l’uscita dei nuovi Mac, avrei cambiato portatile, la stessa cosa succede al MacBook. Buono amico, sai che ti lascerò in buon mani e che ti ricorderò sempre.

I MacBook sono stati infatti sicuramente un prodotto molto ben concepito, e il loro straordinario successo di vendite lo dimostra in modo palese. Come ha detto Jobs oggi,  the best-selling Mac… ever. We sell a ton of these e ci credo. Cosa dire, allora, della nuova serie di Book e Pro? Anche se non sono stati rispettati i rumours pre-keynote che prevedevano prezzi sotto i 900 dollari, credo che questa linea di portatili avrà, anche grazie a un ottimo rapporto qualità prezzo, molto da dire sul mercato. Apple prosegue la sua linea progettuale tesa a un minimalismo sempre più estremo, estetico, concettuale e funzionale insieme: prodotti il più possibile leggeri, ridotti, essenziali, obliquamente attenti sia alle esigenze produttive interne sia al marketing, ambientale o più strettamente di prodotto, arrivando a un tasso di innovazione non indifferente per l’ennesima volta.

A chi voleva un case in alluminio risponde con un concept di visual-art, a chi voleva più tasti risponde con l’abolizione anche dell’unico disponibile e l’inserimento di un nuovo modo di interagire con la macchina. Vetro, alluminio, tecnologia: una terna che da sola individua – a parte quello schifo del Palafuksas – il meglio della ricerca attuale in termini di design funzionale, o di funzionale design che sono e non sono la stessa cosa ma sempre più si vanno fondendo. Oggi, al prezzo cui pochi giorni fa si poteva avere un MacBook nero, plastiche e annessi ben noti, ci si porta a casa un prodotto di fascia completamente diversa, che rispetto al fratello maggiore sconta semplicemente la dimensione del video e poco più. Gli schermi a retroilluminazione LED e i chip grafici Nvidia portano con sé il giusto tasso di rinnovamento, in modo solido e completo. Cosa prendere diventa una questione di scelte insomma, legate alle proprie attività, alle necessità di portabilità e così via, ma la scala dei prezzi e delle relative offerte tecnologiche sembra tarata secondo criteri coerenti e sensati. Personalmente  mi butterò sul 15 pollici minore: dopo anni sui monitor a tubo catodico da 20 pollici, il passaggio ai portatili da 15, poi all’iBook da 14 e quindi al MacBook da 13 ho deciso di meritare un balzo in avanti. E in questo caso il prodotto c’è: mentre il precedente aggiornamento della linea di portatili fu un semplice restyling con uno speed bump a indorare la pillola, in questo caso gli elementi di novità paiono più interessanti: potenza e schermi a parte, la trackpad in vetro e il porting delle tecnologie sviluppate per l’iPhone (che dovevano essere riapplicate, per pagarsi i costi di sviluppo, come si era detto) sono di per sé un elemento di interesse per gli sviluppi software futuri, e in valore assoluto la potenza della macchina – almeno parametrata ai miei usi – mi consente di dormire sonni tranquilli anche in prospettiva.

Interessante l’accento posto sulle tematiche ambientali, sia durante il keynote sia nelle pagine sul sito: il different di qualche tempo fa, se forse non è più tale come dato tecnico (il sistema Apple si presenta sempre più chiuso su se stesso) rimane la traccia di marketing su cui Cupertino intende posizionare i suoi prodotti, legandosi a un’utenza smpre attenta alla spesa, al consumo, fighetta piuttosto che non con la canotta unta, ambientalista e politicamente corretta piuttosto che non sprecona e inquinatrice.

Nota di chiusura sugli Air: un prodotto che non ho mai amato molto, ma che adesso non capisco davvero quale mercato possa avere, in un momento in cui la leggerezza e la portabilità stanno trovando nei netbook la migliore espressione. Qui il rapporto costi-caratteristiche tende pericolosamente verso il versante del: e-perché-diavolo-dovrei-comprarlo (se non sono una signorina o ho una dipendenza tossica dai prodotti fighetti??). Spendendo nettamente meno posso avere un MacBook più performante, spendendo poco di più un MacBook Pro che al confronto dell’Air pare il prodotto di una tecnologia aliena… Il MacTablet o il Netbook made in Cupertino dovranno passare necessariamente attraverso l’eutanasia dell’Air, e forse anche della tastiera. iPhone docet… ne parleremo fra un annetto, diciamo.

Ah, oggi ho controllato e la mia pressione è 80 – 120. Non si sa mai, metti che a qualcuno interessi…

Let’s Rock!

Apple Event noiosetto, invero. Più che a una serata rock mi è sembrato di assistere a una serata di polka, nella mia scala di valori musicali un qualcosa che sta appena sopra a un concerto intero dei Milli Vanilli. Celentano avrebbe detto: lento! Comunque carini i prodotti, di cui si sapeva ormai tutto da giorni, che se non sono sorprendenti sono invece assai piacevoli e funzionali. Qualche notizia in più sulla durata delle batterie e poi va a finire che a questo giro mando qualche soldo a zio Steve, avendo pressoché deciso di non cedere all’iPhone per motivi che un giorno di questi spiego, passo al Touch di sicuro e, forse, per qualche ansia sportiva che mi sta assalendo da qualche tempo, anche a un Nano. Certo non sostituirò la batteria all’attuale iPod di 5 generazione, completamente cotta dopo 3 anni: 99 euro per la sostituzione (che poi sostituzione non è: arriva un iPod ricondizionato) a fronte dei costi del nuovo non li vale più. Rimarrà fedele compagno, con il suo iHome, candidandosi al ruolo di sveglia più cara del mondo. Su questa cosa delle batterie appena ho un attimo di tempo vorrei fare un’indagine: quante sostituzioni vengono fatte? Mi viene il dubbio (o mi assale la certezza?) che fra i tempi di decadimento delle batterie (ok, dipendono da mille fattori d’utilizzo e sono poco standardizzabili, ma su larga scala “tutto” è standardizzabile) e il rilascio dei nuovi modelli potrebbe esserci una non piccola liason!

Ah, ha ragione Massimo: Jobs non è sembrato molto in forma…

Balle spaziali!

Inizio e fine del video sono valide anche per TIM, naturalmente: risentire, nella parte centrale, Jobs ripetere una delle frottole commerciali più inutili del secolo è in sé istruttivo! Sottotitolato per non udenti e scarsamente inglisc!

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3 su iPhone 3G

Questa sarebbe bella:

Dopo Tim e Vodafone anche 3 entra nel great game dell’iPhone. Lo ha annunciato al Sole 24 ore Vincenzo Novari, amministratore delegato di H3g. Grazie a contatti via mail portati avanti direttamente con Steve Jobs, 3 si sarebbe assicurato per settembre il prestigioso cellulare di Apple.

Secondo Novari il ritardo sarebbe dovuto “solo a un problema di tempo: per il lancio estivo il coordinamento poteva funzionare, secondo loro, solo con due operatori”.

Ovviamente 3 si presenterà sul mercato con tariffe molto più aggressive rispetto a quelle che hanno provocato numerose proteste in rete. “Per gli abbonamenti ci porremo su fasce di prezzo meno onerose del 25-30% sia in termini di minuti sia di megayte”.
Per le ricaricabili, l’amministratore delegato di H3g, parla di una “cifra vicina ai novanta euro, contro i 499 e i 569 euro di Tim e Vodafone, di fronte a un impegno ragionevole di ricarica di dieci-venti euro al mese”.

Update: Macity conferma.

l’iPhone nella terra dei cachi

Ha già detto Suz. In merito aggiungo una sola considerazione lato Apple: l’affermazione di Steve Jobs che l’iPhone non sarebbe stato venduto a un prezzo superiore ai 199 dollari è una delle panzane più colossali, sciocche e inutili che sia stata detta sul pianeta di fronte a un numero così alto di testimoni. Una “promessa” che, oltre che falsa, suona di una stupidità colossale: perché la domanda prima che viene in mente è proprio “perché?”, considerando che il disvelamento sarebbe stato così repentino e pubblico?

Già: “perché” è la domanda che più di ogni altra si affaccia in qualunque discorso sul terminale made in Cupertino. E non tanto perché comprarlo in relazione alle sue caratteristiche tecnologiche : è un telefono, ha alcune feature che possono essere interessanti per alcuni e disutili per altri e poi, e che diavolo: uno sarà ben libero di sprecare i suoi soldi dove e come vuole, come giustamente sottolinea anche Enrico. Ma gli altri perché si accavallano: perché tariffe così alte, perché così tanta omertà in questi giorni da parte degli operatori telefonici, perché  un accordo di cartello così evidente non viene stigmatizzato da nessuno, perché un utente dovrebbe pagare tariffe più alte solo in funzione dell’avere un terminale piuttosto che di un altro (la non neutralità della bolletta qualcuno me la dovrà davvero spiegare…)?

Soprattutto perché questo succede qui, Sistema Solare, pianeta Terra, Italia? Provo a fare un paio di illazioni, andando oltre il dato strettamente tecnico che se no continuiamo a fare le pulci a un coso grosso più o meno come un pacchetto di sigarette che avrà comunque un impatto sulle nostre vite infinitamente minore rispetto a quello di un pacchetto di sigarette (che, almeno, si sa fanno male e chi come me continua a spendere 3,80 euro al giorno per 365 giorni l’anno= 1387 euro l’anno, ovvero un paio di iPhone più un iPod Touch, toh!, oltre a non sentirsi e non essere particolarmente intelligente può solo numericamente servire come dato statistico per giustificare il fatto che, come si diceva qualche riga fa, ognuno può buttare i suoi soldi come vuole).

Interfacce, possibilità d’uso, connettività… Mettiamola così: a me quel coso piace e soddisfa le mie voglie e i miei bisogni. Non ho necessità di un utilizzo così performante della mail push, se no mi butterei su un Blackberry a occhi chiusi (e il nuovo Bold mi pare ottimo), dato che il pacchetto MobileMe non credo sarà mai in grado di sostituire l’offerta di Rim. In realtà la cosa che maggiormente mi avrebbe attratto (sono già alle prese con il condizionale) oltre l’interfaccia, oltre l’estetica, oltre le varie possibilità offerte dalle Apps, sarebbe stata la connettività wi-fi.

Ovvero, qui, Sistema Solare, pianeta Terra, Italia, un miraggio. Una visione mancata che costringe al traffico dati e quindi agli abbonamenti, e quindi alle scandalose tariffe di Tim e Vodafone, pessime comunque in qualsiasi contesto per il traffico dati, indecenti – perché? – in relazione all’iPhone. Che però da il suo meglio se usato in un certo modo. Vivo in costante simbiosi con uno zaino che contiene un Macbook e buttarci dentro una chiavetta – situazione in cui le tariffe cambiano pesantemente (perché?) – non è che sia una scomodità. L’iPhone sarebbe stata (acc, di nuovo il condizionale) una comodità… Ma non lo sarà.

Non lo sarà anche perché il tessuto industriale, economico e politico (specifica: un’accezione brutta, quasi ostile, del termine, dovendoci noi dimenticare, oltre che l’iPhone, anche che  la politica vera è una cosa bella) di questo paese, che da sempre pare pronto a distruggere qualsiasi possibilità di crescita e investimento, non è in grado di progettare neppure una politica dei consumi sana.

L’Italia, dopo aver deliberatamente ucciso dagli anni sessanta interi settori della ricerca scientifica in cui era all’avanguardia, vede nell’approccio degli ultimi due governi (tocca dirlo: di tutti e due) alle nuove tecnologie uno scenario povero di visione, di preparazione e ricco di improvvisazione retorica e inutilità. Suicidi assistiti, occasioni mancate e fallimenti procurati, un ceto politico e un management culturalmente raffazzonato e di una povertà intellettuale imbarazzante, privo di un progetto di sviluppo condiviso, indifferente ai problemi ma mai insensibile ai legami clientelari con singoli gruppi di pressione, incapace quindi di dare risposte istituzionali all’esigenza di articolazione del sistema ricerca propria dei paesi industrializzati (università, enti pubblici, ricerca industriale), alla crescente necessità di una politica pubblica complessiva, al bisogno di spazi di autonomia. Un paese di bottegai e non di imprenditori, dove la ricaricabile è il pendant telefonico del precariato lavorativo. Un paese dove l’innovazione tecnologica – impossibile strutturalmente – viene usata per la spremitura ultima del consumatore del momento: vuoi l’iPhone? Strapagalo. Perché? Perché la terra dei cachi è la terra dei cachi.

[youtube dMrZh3sIVYI]

Il torsolo

E così, come dai post precedenti, prima di partire ecco la preview di qualcosa che vedrete stampato in agosto (sempre che al mare non possiate fare a meno di una buona dose di techno-nerd-geekaggine).

La miglior tariffa: sogno, desiderio, ambizione ma più spesso incubo, paura e delirio di chiunque possegga un cellulare. L’offerta è disorientante: possibilità innumerevoli e ramificate, tutte rigorosamente pubblicizzate su cartelloni da una ventina di metri quadri ma determinate da clausole in cirillico corpo 4 macerate in calce a pagine costruite appositamente per farci crollare addormentati intorno alla terza riga. Ricaricabili, offerte speciali sulle ricaricabili, offerte speciali sulle offerte speciali. E poi ci sono gli abbonamenti: con cellulari in regalo, in comodato, in vendita, a prezzi scontati, di nuovo una sarabanda di possibilità a seconda delle opzioni del piano tariffario prescelto.
Sotto le grinfie di tutti son passato: l’intero arco costituzionale della telefonia: da Wind a Vodafone, da 3 a Tim, usufruendo di portabilità e poi scoprendo che non era più possibile usufruirne, capendo a volte ma soprattutto non capendo e accettando, a capo chino, che i Belzebù della Telefonia Cellulare disegnassero di volta in volta il mio destino, prono ai loro voleri sommi.
Ma verrà il giorno, mi dicevo: arriverà l’iPhone e tutto sarà bellissimo, tutto dovrà cambiare. Apple ha convinto AT&T: piegherà anche i nostrani i molossi della telefonia cellulare. E invece no: gattopardescamente tutto cambia ma nulla cambia, nell’italiota mercato della telefonia cellulare. L’unica certezza è che lo voglio. L’ho atteso senza invidie, poco confidente nei primi modelli in genere e comunque impedito dalla mancata commercializzazione. Ma ora sarà mio: è il mio cellulare, smartphone, iPod, navigatore, “coso” che mi serve, ha le qualità che considero necessarie. L’11 luglio è vicino, sarà già passato quando leggerete queste righe e l’angoscia che mi assale in questi momenti sarà lontana, ma al momento ho un problema. Un grosso problema: se abitassi in Germani, in Inghilterra o in Spagna non lo avrei: T-Mobile commercializzerà l’iPhone 3G a partire da appena 1€ con piani tariffari da 89€ al mese, mentre a una tariffa più bassa di 29€ al mese l’iPhone costerà 169€. O2 in UK è posizionata su tariffe simili. L’iPhone è gratuito con i piani più costosi, mentre si parla di 99 sterline per il modello a 8GB e 159 per quello da 16 per i piani tariffari meno esosi. Probabilmente sondando un po’ la rete troverei le tariffe del Bangladesh e della Kamchatka, ma io abito sull’italico suolo, in uno dei paesi più avanzati nell’utilizzo del cellulare (e quindi non userò mai la possibilità wi-fi perché qui il wi-fi pubblico non esiste). E qui non si sa nulla!
In realtà non è così vero: so che sottoscrivendo una ricaricabile pagherò 499 la versione a 8 giga e 579 quella da 16 (vorrei sapere chi diavolo comprerà mai quella piccola, la differenza di prezzo non da scampo). Con Vodafone pare pure che si possa prenotarlo, l’iPhone, lasciando una caparra da 100 euro… caparra su quale prezzo, nel caso io voglia sottoscrivere un abbonamento e non voglia la ricaricabile? Curioso: e se poi becco un piano a costo 0 per il terminale, tipo quelli che citavamo prima di T-Mobile e O2? Da Tim invece non si sa nulla. Dopo scoop e pre-annunci (sarà Tim a commercializzarlo, no, forse avrà l’esclusiva solo per un periodo, no, pare che anche 3 vorrebbe…) è calato un silenzio incomprensibile. Quali saranno le strategie commerciali? Esistono? Che cazpita succede?
Il silenzio dei due principali operatori telefonici italiani è incomprensibile soprattutto se rapportato all’immane rumore-caos-casino creato come sempre ad arte da Apple. Che semplicemente siano stolti, vivano in una grotta a Betlemme e non abbiano alcuna percezione del valore del marketing prodotto di Apple? Che pensino che vigili in divisa bianca e donne in bikini valgano – per noi – più della maglietta nera di Steve? E gli annunci e le anticipazioni suggeriti alla stampa prima della WDC al Moscone Center non lo rendono credibile. Che intendano slegarsi dalle dichiarazioni di Jobs e quindi da un prezzo aggressivo per proporci tariffe che economiche par di capire non saranno mai? Mah! Noi saremo anche tutti una massa di post adolescenti in crisi testosteronico-informatica, ma se il barnum creato intorno all’iPhone 3G sa di follia, il silenzio di Tim e Vodafone sa se non di imbarazzo (imbarazzo da quelle parti? Ma dai…) di poca attenzione alla clientela, che comunque sempre sarà, e che non si rischia di perdere. Se di quel che succede a Cupertino abbiamo sempre saputo poco, di quello che succede in casa dei nostri maggiori operatori di telefonia sappiamo ancor meno, insomma! Il nostro destino si sostanzia non sapere un tubo di niente? E sia, ma Jobs ha parlato chiaro: “299 dollari sarà il prezzo massimo di iPhone in tutto il mondo”. Io questo so: abito a Torino, Italia, Mondo. E ho 299 dollari, ovvero 192 euro, sul tavolo. Per ora me ne chiedono 499. Operatore, dove sei? Ti devo parlare. Alla prossima.

In attesa dell’iphone 3.0

Già, perché Apple funziona così: un rumore di fondo perenne, continuo, senza soste, mai ufficialmente alimentato ma neppure smentito se non con dei secchi “no comment” che nella logica querula e sbombellata del marketing appaiono subito come spunti per dei possibili sì, yes, we can! Ops, no, questa è un’altra cosa (ma non c’è forse stato chi ha paragonato Apple a Obama?). Meglio portarsi avanti con il lavoro, dunque, e quindi: a quando l’iPhone 3.0? Altro che AppleInsider, al bando quei dilettanti di Cult of Mac! D’altra parte da questo punto di vista sono da sempre tutt’altro che un perfetto utente Apple, anzi: dopo aver resistito all’iPhone 1 in attesa dell’iPhone 2, passando attraverso una severa crisi di coscienza in occasione dell’abbassamento dei prezzi e un momento di smarrimento dovuto al maligno iPod Touch (che, si sa, considero un prodotto meraviglioso!) sono ancora qui, felice – per altro – possessore di Nokia E61! Già: se mai qualcuno a Cupertino si accorgesse dell’esistenza dell’Italia, e poi ancora di Applicando, e infine dei suoi miserabili collaboratori, rischierei la gogna o la condanna all’utilizzo a vita di un Quadra! Stavo per scrivere Win-something, la naturale gogna dell’utente Apple storico, ma si sa, i tempi son cambiati, e soprattutto è cambiata Apple, più protezionista che mai, davvero ai limiti dei bei tempi del Windows-like visto come fonte di ogni male e origine di ogni perversità di ritorno!

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Oggi è stato anche il ritorno dell’applicazione della teoria dell’annuncio ai massimi livelli. L’iPhone uscirà a luglio, mobileme.com è in preorder ma non c’è e per le nuove apps bisognerà attendere ancora qualche settimana. Ma eccoci tutti qui a scrivere, benedicendo o maledicendo ma comunque creando e fomentando quel rumore di fondo di cui si parlava all’inizio! E intanto la mia configurazione inizia a colorarsi di destino: dopo aver resistito all’iPhone 1 in attesa dell’iPhone 2, e sia maledetto l’iPod Touch anche se meraviglioso, mi toccherà ancora aspettare sino a luglio, sperando nel frattempo che Telecom & Vodafone e chissà se pure 3 non mi gabbino con tariffe sibilline e soprattutto care: perché stavolta mi sa che me lo compro, ‘sto maledetto iPhone!

Ci sono cose che uno fa per passione: ma se occuparsi di tecnologia e delle modificazioni che la tecnologia crea nelle nostre percezioni e nella nostra quotidianità è una passione e un po’ anche un lavoro, non ci sono scorciatoie possibili a quello che in fondo cerco di fare al meglio nel momento in cui parlo di tutto ciò: il consumatore. E da buon consumatore reale – ché qui nessuno ha mai regalato nulla e nessuno soprattutto ha mai chiesto nulla – che deve valutare per bene i suoi acquisti credo che ora ci siano alcune qualità interessanti.

Questa volta Jobs ha mostrato di aver ascoltato più che “inventato”: l’insieme delle novità presentate oggi è per la maggior parte una risposta fatta di banale accondiscendenza alle critiche poste sin dall’inizio dai geek più attenti. La lentezza del 2G, il costo eccessivo, la chiusura all’esterno: neppure il carisma di un leader come Jobs ha potuto nulla contro impertinenti risatine di fronte alle dimostrazioni della maggior velocità del protocollo 3G rispetto al 2G (chi l’avrebbe mai detto, vero?) o a seguito di affermazioni come: “The number one reason people didn’t buy iPhones is because they just can’t afford it (56%)”. Saremo banali, ma l’importanza della leva del prezzo forse non abbisognava di studi statistici raffinati… Un passo in avanti: l’insieme delle novità presentate oggi è davvero poca cosa. Un nuovo modello di iPhone in fondo molto simile al vecchio, le cui caratteristiche erano se non note, desumibili, accompagnato da una sfolgorante e noiosissima serie di dimostrazioni di applicazioni e giochi (credo che qualche pisolino ci sia stato anche fra le prime file, tanto non era neppure Jobs a presentare…) e da un paio di chicche invece abbastanza interessanti: mobileme e il gps.

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Da qualche tempo, i famosi tempi “non sospetti”, sostenevo che il futuro di Apple sarebbe passato attraverso un ripensamento di uno dei pochi veri fallimenti dell’ultima decade, quel .mac che non aveva più alcuna ragion d’essere (non più di Pages per altro, ma oggi è “il” giorno di Apple, e quindi sarò buono) e che è stato finalmente rivisto: la funzione push proposta – almeno da quel che si può capire – pare essere concorrenziale economicamente e valida per chi come me abbia esigenze di gestione e sync in parte ricostruibili attraverso un insieme di terze parti ma complicandosi un po’ troppo la vita, diciamo un utente evoluto ma non con esigenze business (per le quali l’apertura a Exchange è stata un banale obbligo di mercato, altro che un’innovazione!). Push, email, calendari, contatti… interessante, anche se non regalato, giacché i 99 dollari sappiamo già seguiranno la legge del cambio di Cupertino e varranno quindi 99 euro, ma anche avere un Blackberry ha i suoi costi. I 20 Gb di stoccaggio lasciamoli perdere, servono veramente solo a email, contatti e calendari, a questo e non ad altro: la mia mail “pesa” circa 6 giga, e in qualche modo mi serve tutta, il perché saranno anche fatti miei e del mio modo di lavorare, per le foto esiste una cosina chiamata Flickr e 20 Gb li riempo in dieci minuti circa e… si potrebbe andare avanti all’infinito ma, come detto, è il giorno di Apple e fra poco pure il compleanno dell’iPhone, quindi… serenità!

Il terminale pare aver raggiunto la maturità necessaria per un utilizzo pro: sulla veridicità dei test presentati oggi ci sarà certamente da ridire e non mi candido certo io a farlo, ma l’insieme di usabilità globalmente intesa, durata della batteria et varie, grandezza e risoluzione del video, caratteristiche intrinseche (dal Gps alla possibilità di accrescere attraverso le apps le possibilità di utilizzo) e il fatto non proprio ultimo di avere un solo oggetto in tasca che svolga più funzioni (lettore mp3, telefono, minifotocamera di emergenza eccetera) mi paiono interessanti. Su mobileme farò a suo tempo tutte le valutazioni del caso (sono anche fottutamente restio alla spesa… un po’ tirato, ecco) ma è interessante anche solo il fatto che possa pensarci.

Certo: e le Google Apps? E tutta la Mozilla family (ché qui mica si usa Safari…)? E i mille client Linux? Ma oggi era la grande giornata di Apple, non la grande giornata della tecnologia! Quella esiste solo nelle nostre sinapsi nei rari momenti in cui riescono a scattare senza essere intercettate dai meccanismi miasmatici della comunicazione e del marketing, non al Moscone Center: Apple è business, e oggi ha mostrato di saperlo fare. Bene, molto bene, straordinariamente bene: il primo iPhone a prezzi assurdi sarà comunque sempre ricordato come il regalo di una dea agli occhi di chi pure lo ha atteso in code interminabili durate giorni, tutto quanto oggi annunciato – in sintesi l’accoglimento di un anno di critiche – sarà vissuto e interpretato da mille fanatici esegeti come uno straordinario momento di innovazione, e tutto ciò mentre il Touch vende sempre di più e il fenomeno Apple cresce a colpi di variazioni a due cifre delle quote di mercato. Grazie ai prodotti che produce, ma in qualche modo anche a loro dispetto, Apple rappresenta sicuramente uno dei migliori modelli di business del momento. Pesantemente radicata in un modo di fare impresa che andrà probabilmente pian piano scomparendo ma in questo campo del tutto maestra, capace di usare come nessun altro le leve dell’immaginario e del marketing più evoluto attraverso la sua capacità più invidiabile, giungere a ingegnerizzare e rendere disponibile in modo semplice e intuitivo quanto in quel momento “serve”, visionaria nel proporre un futuro simile a quello dell’immaginario dei migliori prodotti di fantascienza: ovvero un futuro simile, se non identico, al presente, un futuro di cui si può entrare in possesso a colpi di acquisti su un Apple Store. L’iPhone rappresenta uno dei momenti più eccelsi del grande lavoro degli headquarters di Apple. Ingegneri, comunicatori e quant’altro uniti nell’incredibile impresa di progettare un oggetto che raccogliesse in unico piccolo monolite tutto quanto poteva ruotare attorno a un cellulare in un’ottica genialmente bifronte: il lato fashion a incontrare quello più geek, la civetteria coniugata con l’utilità, lo status symbol più puro – per censo e non solo – avvicinato gradualmente a icona a disposizione del grande pubblico, necessità di organizzazione di dati sempre più cogenti e presenti nella quotidianità sposate alla semplicità derivante dalla semplicità proposta da un ecosistema. Che poi tutto ciò sappia di protezionismo, di controllo e appropriazione dell’utente è secondario, e non sta sicuramente nelle colpe di Apple: che sa progettare bei prodotti, sa un po’ meno farli costruire nei posti giusti (gli ultimi modelli hanno molte più pecche dei prodotti Apple di una decade fa), ma soprattutto sa bene come venderli e infine – va detto secco – sa, in una parola, fare soldi e impresa! Bene, straordinariamente bene! Tanto che a volte vien da pensare che se noi tutti facessimo i consumatori (e non i fanboy) quanto Apple sa proporre prodotti, l’incontro sarebbe – oggi siamo buoni: è – perfetto!

Da domani toccherà attendere annunci di poveracciate come Telecom (qui trovate le prime dichiarazioni di un tale che forse riconoscerete), Vodafone e compagnia: stasera mi godo l’idea che fra poco avrò, finalmente anch’io, il mio iPhone! Sarò, per qualche ora, un consumatore felice!

Torsolo

Come sa chi seguiva già l’altro blog, da qualche tempo (credo una decade) ho una rubrica – Il torsolo – su Applicando, fatta di poca serietà e di tanta – spero – ironia. Il tutto è cominciato col giocare in modo scherzoso sulla contrapposizione classica Mac vs. Win, inventando personaggi, situazioni e soprattutto giocando col linguaggio (ricordo una mail di un lettore che poi diventò quasi un leit motiv: “Ma cosa ti sei fumato, ‘sto mese?”), nel tempo le cose sono cambiate, ed è diventata quasi un contro editoriale, mantenendo però il cazzeggio come territorio di analisi. I tempi della carta sono quelli che sono: si scrive in questi giorni per uscire a maggio (cosa che genera mostri e ritardi informativi) e così, da qualche tempo, ho deciso di postare i pezzi nel momento in cui vengono scritti. Dato il numero di lettori miei, non credo che né a Cupertino né a Milano nessuno abbia di che lamentarsi. Ecco qui quello, appunto, di maggio. Buona, spero, lettura!

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Apple, Apple, Apple: quasi quasi vien voglia di parlare di Microsoft, toh! Se la non massificazione del contenuto deve passare per Redmond, e Redmond sia! Okay, ragazzi: da oggi si cambia, e si passa a Vista. Purtroppo esso lui medesimo  Vista è durato all’incirca 8 minuti sul mio MacBook, giusto il tempo di un paio di risate e sette od otto improperi, cedendo immediatamente il passo al vecchio e caro (beh, i cugini un po’ tonti piacciono a tutti…) Xp per le volte, poche, in cui necessita un passaggio nella zona oscura della tecnologia. E quindi tocca ricominciare a parlare di Apple: ormai, una sorta di maledizione. Solo oggi, uscendo di casa, la copertina dell’ultimo numero di Wired lanciava un’inchiesta a tutto tondo su… Apple, e i giornali, dal Sole 24ore a Repubblica, non facevano che inneggiare all’accordo (pare sia la volta buona) fra Tim e… Apple per la commercializzazione dell’iPhone.

Una vecchia legge del marketing (propria di un vecchio modo di fare marketing) recitava: purché se ne parli… e alla modernissima Wired devono aver fatto tesoro dell’ancor valida seppur pur antica massima: l’articolo, “Evil/Genius: How Apple Wins by Breaking All the Rules”, a firma di Leander Kahney, è un ottimo pezzo in cui vengono evidenziati tutti gli “errori” fatti da Apple alla luce delle moderne regole di successo della Silycon Valley (dal trattamento dei dipendenti alla generale positiva accoglienza delle piattaforme aperte). Eppure, nonostante tutte le violazioni delle innumerevoli regole auree e, anzi, probabilmente grazie a ciò, Apple è descritta come case history di successi continui, tanto da potersi permettere – quasi con orgoglio e sicuramente con molta presunzione e prosopopea – un’operazione altrimenti anti-marketing come la chiusura di Think Secret (qualcosa per la cui esistenza altre company avrebbero pagato!) di cui abbiamo parlato anche qui qualche numero fa.

Emerge l’immagine di un’azienda perfettamente coincidente con quella del carattere del suo fondatore. Un’azienda totalmente Jobs oriented e Jobs dipendente. Un’azienda così legata al suo capo carismatico, dalle scelte strategiche al survey isterico sui prodotti, da essere poi per forza e a tutti gli effetti una visione strategicamente perfetta, talmente coerente con se stessa da apparire iconica ai fedeli e – come direbbero gli americani – “trusted” a chiunque altro. Un’azienda in cui aver fiducia. Comunque.

Repubblica dedica invece un pezzo (lo scoop, lo scoop!) all’imminente commercializzazione dell’iPhone sul nostro territorio via Tim, basata su un accordo così particolare, ma così particolare che – di fronte al classico no comment promanante da Cupertino e al silenzio generico via Telecom – potrebbe anche infine rivelarsi non del tutto corretto nella sua esposizione. A parte certi toni nazional trionfalistici forse poco consoni a una trattativa con un mastino come si sa Apple può essere, se comunque le condizioni riportate fossero reali, saremmo di fronte – nuovamente – alla camaleontica capacità di Jobs di cogliere in modo animale i gangli profondi dei cambiamenti in atto. In soldoni: l’accordo sarebbe rivoluzionario perché abbandonerebbe la formula sulla quale Apple ha finora costruito il successo dell’iPhone, fatta di accordi in esclusiva, con un solo operatore in ogni mercato, e il meccanismo della ‘revenue sharing’. Bum! Sarà così, non sarà così? Senza avventurarci in ipotesi di fantasia e in attesa di commentare dati concreti, eccoci però nuovamente di fronte alla abituale follia generata da Apple ormai in modo continuo: illazioni, ipotesi, commenti a notizie inesistenti e rumours, un vorticoso (e a volte inutile) perenne vociare.

Probabilmente ha ragione Wired quando, fra le righe, omaggia Apple per essere riuscita a massimizzare un certo modo di fare impresa proprio più del secolo scorso che del web 2.0, anche se fa impressione veder codificate certe assonanze, note ma in qualche modo sempre accolte bonariamente, fra i “sistemi chiusi” di Apple e i “sistemi chiusi” riconosciuti come tali! Ma il sistema, chiuso o aperto che sia, di Apple ha sempre avuto una caratteristica fondante: la sua intrinseca qualità. Il controllo di hardware e software, la loro costante e naturale coesione, si è concretizzato – attraverso il braccio armato del design – in facilità d’uso ed ergonomia quotidiana.
L’affacciarsi dei servizi via web ha però posto, con l’iPhone ,una prima seria sfida a questo ecosistema: risolta con un transito semi obbligatorio presso i server di Cupertino degli applicativi sviluppati da soggetti terzi. Ma sarà sempre un’opzione possibile? Chiedersi cosa sarà di Apple senza Jobs è banale, ma crediamo che il futuro Steve Jobs, qualunque sarà il suo nome, dovrà essere qualcuno con la capacità di vedere nei servizi via web con la stessa chiarezza e visione avuta dal vecchio Steve Jobs. Prodotti come iWeb o .mac sono – lo ripeterò sino alla noia – residui di un’evoluzione incompiuta, pezzi di dna in disuso, informazioni prive d’importanza. Cosa farà Apple del web? Noi siam qui, e aspettiamo, in lupetto nero e jeans vagamente stinti. A immagine e somiglianza! Alla prossima

Quasi quasi compro un Nokia…

Lungo articolo di Stefano Carli su la Repubblica di oggi per annunciare lo sbarco dell’iPhone sul nostro mercato. A parte un (tentativo di) rilancio d’immagine del top manager italiano, l’articolo si focalizza su una lunga e dettagliata analisi delle motivazioni per cui Apple avrebbe, convinta dal Nostro, mutato strategia oppure sul fatto che Apple avrebbe cambiato strategia e il nostro si sarebbe trovato lì per caso… non si capisce. Quel che si capisce è che:

2) L’accordo con Telecom Italia non si baserà sulla ‘revenue sharing’: niente più percentuali sul traffico ma un prezzo di vendita più alto. E non di poco.

Ma di questo – ovvero che costerà di più a noi – e del fatto che in mancanza di un chiaro piano tariffario che leghi operatore e telefono in una configurazione (possibilmente flat o comunque passibile di un’economia decente) sempre a noi toccherà pagare di più, si è deciso di non dare spiegazioni. Amen. Dato non interessante. Noi pagare. Basta.

Quindi: complimenti a Jobs, che si arricchirà sempre di più, al Nostro Top Manager per essersi-voluto-trovare-per-caso al posto giusto e speriamo che un blogger di passaggio – volontariamente e senza tesserini e iscrizioni all’ordine dei giornalisti (Grillo con il prossimo V-Day dedicato all’informazione farà anche un’operazione populista e demagogica, ma viene una voglia…) trovi la voglia di spendere un paio di parole al riguardo (tipo: lo compro adesso – in questi giorni in Inghilterra o in Germania è scontatissima la versione Edge – lo cracco e lo uso come un telefono +iPod e per navigare spero in un wifi… oppure qualcosa di più intelligente ma adesso non mi viene…). Ah, il tocco del Nostro è evidentemente di lunga durata ed effetto, e coinvolge anche le raffinate penne giornalistiche nostrane. Infatti il pezzo si chiude con una singolare concordanza grammaticale:

E Telecom Italia si è trovato al posto giusto nel momento migliore.