Cominciamo: Apple è Steve Jobs. E Steve Jobs è Apple. Epperò: sembra quasi uno scioglilingua! Trentatré piccoli mac andarono maccheggiando verso maccopoli… Ricominciamo: che sarà di Apple dopo che Steve Jobs, l’iCeo, avrà abbandonato il suo ruolo? Sì, Ceo una volta… ma cos’è, una favola dei fratelli MacGrimm? Insomma, avrete capito che tutti questi bla bla non ci piacciono, come non ci piace che a ogni bla corrisponda una variazione del valore azionario di un’azienda che ben lontana dal concetto e dalla realtà del modello one man band, esiste da 25 anni e occupa 35.000 lavoratori. Insomma: un colosso, come ha ricordato pochi giorni fa Tim Cook!
In questi giorni, invece e purtroppo, assistiamo a un continuo mulinare di questi ritornelli, con un tono oscillante fra la fragranza querula del gossip ben informato e il borioso tono professorale di un manabile di economia spicciola. Ok, Steve è un genialoide, un geniaccio, un egobaricentro perennemente sbilanciato, un inviato dal Grande Padre del bit e del byte! Ma Apple non è più un garage, ma una delle multinazionali più influenti nell’ambito che le è proprio, e probabilmente Tim Cook e altri la governano, come succede in ogni azienda di quelle dimensioni, da tempi già ora immemori. Management, filosofia, ideali e concretezza appartengono all’intera struttura aziendale. Come sempre è, per altro, quando il successo è così evidente. O il fallimento (dove fanno lo Zune?).
Come sapete da queste parti a volte amiamo farci domande su come gli aggeggi, i gizmo – una parola bellissima usata dal futurologo Bruce Sterling per identificare i vari “cosi” tecnocosi che tanto amiamo – influenzino la nostra vita e le nostre abitudini. E una domanda che ci siamo fatti più volte è quanto la privacy di uno degli uomini più noti al mondo, come quella di noi tutti, oscuri fuchi operai svolazzanti intorno a mela una volta colorata e ora non più, che sottendeva una volta la Apple Computer e ora non più, e che si pavoneggiava di aver creato il miglior sistema operativo del mondo, il Mac OSX, che ora è solo più OS X, sia abolita, messa a rischio, genuflessa proprio dall’utilizzo delle tastiere su cui sto sbattacchiando ora i polpastrelli.
I tempi cambiano: chi si occupava di informazione e tecnologie, anni fa per la maggior parte si occupava di problemi tecnici, generali o settoriali, di sistema o legati ad applicativi in ambiti diversi (per il Mac, pardon, per OSX, grafica e prestampa, e poi audio e video e poi… bum!). Ora una parte non indifferente delle varie professionalità e soprattutto del dibattito inerente le nuove tecnologie si riverbera su profili ben diversi: disponibilità e conservazione delle informazioni, privacy, socialità e dispiegamento della personalità, copyright e proprietà dei diritti di commercializzazione e sfruttamento.
Non a caso Apple è cambiata: a parte nome e logo, il core business si è mosso coerentemente con il mutevole scenario circostante. Lo store di iTunes e l’iPhone sono le due emergenze di un processo complesso. Se vogliamo sono le icone di una finta o comunque parziale diversificazione, giacché, in fondo il core business permane quello di vendere software e, soprattutto, hardware. Ma sia quel che sia, e pur supponendo che i ricavi derivanti dalla vendita di musica, show televisivi e quant’altro siano pari a zero, l’influenza sociale di queste correzioni di rotta è stata enorme.
Oramai la nostra vita intera è filtrata da bit e byte: che lo si voglia o no, che si partecipi o no ai molteplici sistemi di social networking, che si abbia o no un avatar o un’identità digitale qualsiasi, che ci si pavoneggi o meno della propria abilità nello scatto fotografico su Flickr siamo online. In scena. Sul palco. E chi non ha mai lasciato una propria traccia nella materia oscura digitale scagli la prima pietra! Ed ecco allora lo scatenarsi del gossip, dell’effimero: tutto “deve” essere online, senza tregua o pietà. In tutto ciò ci piace ricordare Steve Wozniak, mai dimentico e soprattutto mai domo co-fondatore della Apple, che per ricordare al mondo che Steve è un essere umano e necessità di essere lasciato in pace, lo ha fatto con un gesto che sa di antico, di fronte a una telecamera e parlando. Buona fortuna Steve!
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