Succede nella mia città, e quindi forse non ho distacco. O forse è proprio quest’assenza a farmi sentire che manchi qualcosa. Un qualcosa che si potrebbe chiamare giornalismo. Vedete voi: qui sotto, per comodità di lettura (giornalismo di servizio?) prima il pezzo della Stampa e poi quello di Repubblica. Metti che vi venisse il dubbio che io abbia giocato male con il copia e incolla, avete i link: posso assicurarvi che almeno la grafica cambia.

La Stampa

Con l’attesa riunione del comitato esecutivo è stato dato il via, questa mattina, alla Regione Piemonte, presenti tutti gli enti locali, al riassestamento dei vertici Comitato Italia 150 proprio quando mancano 150 giorni al 2011.

Un cambiamento che segna il passo della nuova giunta regionale di Roberto Cota, che è anche presidente del Comitato, ma anche l’inizio di una nuova fase, più operativa e meno d’immagine.

All’ordine del giorno c’era la proposta del nuovo organigramma di Italia 150, presentato congiuntamente dal Vicepresidente Alberto Vanelli e dal Direttore Paolo Verri. La proposta, accolta all’unanimità, prevede la riorganizzazione dell’ operatività del Comitato con l’inserimento di Dirigenti di Regione, Provincia e Comune, in qualità di responsabili operativi. Come dire, adesso gli enti locali si mettono in gioco pienamente.

Ad Alberto Vanelli, vicepresidente esecutivo del Comitato, farà capo l’amministrazione e il coordinamento delle attività operative. A Paolo Verri, il cui ruolo, secondo alcuni, sarebbe stato ridimensionato, sono affidate tutte le relazioni esterne a partire dai rapporti con gli sponsor e il coordinamento delle iniziative di Torino con quelle nazionali, con particolare riferimento alla cerimonia inaugurale e la promozione generale delle manifestazioni.

Anna Martina (Comune di Torino) seguirà le Ogr sia nell’allestimento che e nella gestione nonchè nell’organizzazione del calendario degli appuntamenti, oltre che la realizzazione della mostra Fare gli italiani; Renato Cigliuti (Comune di Torino) si occuperà del cerimoniale, delle visite istituzionali e dei grandi raduni.

Nella riunione di oggi a Torino, presenti, oltre a Cota, anche il sindaco Sergio Chiamparino e il presidente della Provincia, Antonio Saitta, sono stati decisi altri direttori di settore, Carla Gatti e Mario Burgaydella Provincia di Torino, seguiranno il turismo e la promozione del territorio mentre Renato Lavarini, ancora della Provincia, seguirà la promozione degli itinerari risorgimentali e le iniziative specifiche promosse dalla Provincia.

La comunicazione e la pubblicità saranno in capo a Giuseppe Cortese (Regione Piemonte); ilcalendario degli appuntamenti sportivi sarà coordinato da Franco Ferraresi (Regione Piemonte); infine tutto quanto si terrà alla Reggia di Venaria sarà gestito dal Consorzio La Venaria Reale.

L’unità di indirizzo del Comitato sarà garantita da due organismi di coordinamento: uno composto dagli Assessori alla cultura (coordinati dallàAssessore della Provincia di Torino Ugo Perone) e l’altro, per gli appuntamenti sportivi, composto dai relativi Assessori.

Prossimo appuntamento a settembre per una verifica dell’operatività a pochi mesi dall’inaugurazione.

la Repubblica

Con l’attesa riunione del comitato esecutivo è stato dato il via in un  vertice alla Regione Piemonte, presenti tutti gli enti locali, al riassestamento dei vertici Comitato Italia 150 proprio quando mancano 150 giorni al 2011.Un cambiamento che segna il passo della nuova giunta regionale di Roberto Cota, che è anche presidente del Comitato, ma anche l’inizio di una nuova fase, più operativa e meno d’immagine.

All’ordine del giorno c’era la proposta del nuovo organigramma di Italia 150, presentato congiuntamente dal vicepresidente Alberto Vanelli e dal direttore Paolo Verri. La proposta, accolta all’unanimità, prevede la riorganizzazione dell’operatività del Comitato con l’inserimento di dirigenti di Regione, Provincia e Comune, in qualità di responsabili operativi. Come dire, adesso gli enti locali si mettono in gioco pienamente.

Ad Alberto Vanelli, vicepresidente esecutivo del Comitato, farà capo l’amministrazione e il coordinamento delle attività operative.  A Paolo Verri, il cui ruolo, secondo alcuni, sarebbe stato ridimensionato, sono affidate tutte le relazioni esterne a partire dai rapporti con gli sponsor e il coordinamento delle iniziative di Torino con quelle nazionali, con particolare riferimento alla cerimonia inaugurale e la promozione generale delle manifestazioni.
Anna Martina (Comune di Torino) seguirà le Ogr sia nell’allestimento che e nella gestione nonché nell’organizzazione del calendario degli appuntamenti, oltre che la realizzazione della mostra Fare gli italiani; Renato Cigliuti (Comune di Torino) si occuperà del cerimoniale, delle visite istituzionali e dei grandi raduni.

Carla Gatti e Mario Burgay (Provincia di Torino) seguiranno il turismo e la promozione del territorio, mentre Renato Lavarini (Provincia Torino) seguirà la promozione degli itinerari risorgimentali e le iniziative specifiche della Provincia; la comunicazione e la pubblicità saranno in capo a Giuseppe Cortese (Regione Piemonte); il calendario degli eventi sportivi sarà coordinato da Franco Ferraresi (Regione) ed, infine, tutto quanto si terrà alla Reggia di Venaria sarà gestito dal Consorzio La Venaria Reale.

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Il nostro illuminato monarca:

in città come Tokio e Pechino, non c’è un mozzicone, una plastica, una carta, scritte sui muri. Anzi c’era una legge, cambiata qualche mese fa, con cui chi deturpava le strade veniva punito con delle nerbate. Non voglio arrivare a tanto, ma bisognerebbe recuperare la norma del codice penale che è caduta in disuso e che commina il carcere a chi rovina i centri storici

Le solite miserie di casa nostra: andate a fare un giro sul sistema solare e aiutateci a non far diventare almeno Torino come qualcuno vorrebbe rendere tutto. Ci vediamo il 30 maggio in San Salvario!

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Lo scrivevo sull’altro blog il 1 febbraio, se ne parlava l’altra sera con Max, ora che il locale è riaperto, in rapporto a una città che continua ad avere bisogno di raccontarsi ed essere raccontata, e non solo in modo istituzionale da giornali e giornalisti che spesso seguono oziosamente l’onda dei comunicati stampa degli uffici comunicazione e il mood del momento. E poi è una cosa cui sono affezionato. Insomma: rieccola qui. Se avete già letto saltate il giro.

Torino perde un suo simbolo: Giancarlo, un locale storico della città, circolo Arci, arcata dei Murazzi, luogo non luogo appena sotto il livello stradale delle strade del centro, a pochi metri da una delle piazze più belle d’Europa, affacciato sul fiume e proteso verso la colline. Un incendio lo ha distrutto la notte scorsa. Tornerà, si dice. Lo speriamo: in quel luogo non luogo, che ha accompagnato le notti e l’albeggiare di molti, si sono consumate storie personali e non, si sono mischiate sensibilità e a volte vite di persone note e di sconosciuti che in quel luogo avevano trovato, e trovavano e costruivano, qualcosa che andava oltre cose che quotidianamente respingono e allontanano, e che in quel luogo non luogo avvicinavano e univano. Una lunga storia, iniziata a metà degli anni ottanta, che ha attraversato il cambiamento intero di una città. Una storia di brutalità, musica, criminalità, arte, spaccio e voglia di cambiare. Sui giornali locali si sono citati i nomi noti che hanno frequentato quel luogo: musicisti, jazzisti, scrittori, politici e imprenditori insospettabili. Sul limitare dell’agiografia: anche se, in quel luogo non luogo la parola non avrebbe mai avuto cittadinanza. Un luogo non luogo che nella sua particolarità rappresenta, con la sua storia, gli umori migliori di questa città, che amo disperatamente da quando il caso mi ci ha fatto nascere, così come le sue contraddizioni più maledette. Anni fa, quando i blog non esistevano e molte delle mie serate finivano laggiù, era iniziato un lavoro di ricostruzione delle storie di quel luogo non luogo, un lavoro mai terminato e di cui rimangono però molti ricordi, belli, di incontri e serate piacevoli. E stralci di interviste, che ho ritrovato e che vi copio qui sotto.

Un post al confronto del quale quelli lunghi di Suz appassiscono… Fate vobis, se avete voglia. Io spero di tornare a descrivervi Giancarlo non appena riaprirà.

D. Avevamo 16 o 17 anni… quindi dieci anni fa, visto che andavamo a sognare in quel posto. Poi si andava dall’altra parte, dove c’era soltanto Giancarlo, perché la cremeria che c’era davanti alle barche ha chiuso molto prima, credo, perché quando Giancarlo era da solo lì, nell’87-88, il Dottor sax era già operativo, è stato il primo locale della zona, ma Giancarlo non aveva più il Centralino… Allora ci lavorava già Tatiana, che ci lavora anche adesso, ha dato il suo contributo a fasi alterne, un anno sì un anno no, quattro anni no, poi di nuovo sì, che è un po’ quello che ho fatto anche io e forse Beppe, Beppe Rambo, di Catania, loro due, più Giancarlo. Siamo entrati come baristi, come tutto: facevamo le pulizie, tutto, e quindi si stava praticamente dietro il bar, davanti al bar, si divideva la gente che si dava… alla fine si passava più davanti che dietro, c’era già il banco coi ghiaccioli, praticamente… sì, l’anno in cui siamo arrivati noi c’erano già i primi tunisini, tunisini non marocchini, che spacciavano fumo. I tunisini negli anni ‘90 hanno tenuto il monopolio del giro. Si odiano a morte i tunisini e i marocchini, i tunisini sono quelli che hanno le mani più in pasta nell’immigrazione, sono loro che hanno i ganci, che fanno, e c’era ancora gente che spacciava trovandosi le mazzette da diecimila, che spacciavano ai ragazzini insomma, niente a che vedere con quello che succede adesso, che prendono solo le cinquanta. Se ne stavano sei, sette ore al freddo, a passeggiare e non fare un cazzo, mangiavano i panini al tonno che gli facevo io bevevano birra. Non erano molti ma ce n’era già. Erano già abbastanza che vivevano con quella roba, ma niente a che vedere con adesso. Non essendoci concorrenza, tra di loro, era un altro ambiente, non era un mercato, era un posto, dove si beveva, dove ci si trovava, qualcuno per vendere altri per comprare.

“Quando è stato l’anno dell’impennata ai Murazzi, è coinciso con quando Giancarlo ha preso anche l’arcata a fianco?”

D. Sì. Ero lì da un annetto e poi sono dovuto partire per andare militare, io, a 19 anni. Mi hanno spedito a Macerata, poi a Pisa, non sono tornato a Torino per mesi e quindi c’era solo Andrej, che aveva 18-19 anni. Proprio in quel periodo ad Andrej mancava il padre e a Giancarlo mancavano i soldi quindi Andrej si è ritrovato alcuni soldi che gli aveva lasciato suo padre ed è entrato in società con Giancarlo. Aveva preso una quota simbolica, per una cifra irrisoria, più che altro voleva partecipare alla cosa. Era il 1991. Giancarlo era spiantato perché aveva appena chiuso il Centralino e preso, di ripiego, quel posto lì. Era uscito traballante dal Centralino, non aveva debiti ma non aveva soldi da spendere, e difatti lì faceva un discorso molto popolare, in sintonia per come era lui, soprattutto in quel periodo, non era ricercato il cima del locale in quel periodo, era fatto da sé .

“All’epoca si ballava da Giancarlo?”

D. Sì, c’erano quelle manifestazioni emotive, spontanee, che si ritrovano tutt’ora ai Murazzi, verso le 4 o le 5 di mattina. C’era lo spazio sopra… C’era questa volta, con gli omini disegnati in tutte le posizioni a grandezza naturale, nero su bianco…

“E’ stata chiusa per inagibilità la volta sopra?”

D. No, l’avevamo usata ancora per un po’ anche quando abbiamo allungato il bancone e aperto la sala di là, poi ad un certo punto abbiamo dovuto tenercela per magazzino. Questo succedeva… io sono tornato nel 1994… credo nel 1993. La sala di fianco era di un tipo, Ottavio, uno che aveva a che fare con le canoe, aggiustava i motorini, uno che faceva di tutto. Classico tipo murazziano di inizio ‘900, braghe corte, gambe storte, baffone alla carabiniere, mezzo rasato e camiciotto senza bottoni legato alla vita, un marinaio, uno che voleva fermare le possibili alluvioni tirando su delle improbabili paratie… Cazzo, ha fatto su una storia con delle rotaie e del cemento armato, con delle lastre… pensava di poter fermare l’acqua. Lui è rimasto tanto lì, aveva due arcate, anche lui in concessione, poi una l’ha ceduta a noi, che è quella dove si balla e l’altra – quella tra noi e l’Alcatraz, che poi era finita di nuovo al Comune, che ci teneva dei macchinari. Adesso è vuota, non c’è niente. Per farti capire: ci siamo noi, all’arcata 49, il cesso (la 47), l’altro noi (la 45), e poi quella di fianco, questa qui, la 43: ci sono delle pompe che dovrebbero tirare fuori merda da qualche parte ma non funzionano, le hanno montate da forse cinque anni ma non hanno mai funzionato. Sono finte. Ottavio è scomparso, si è fatto vedere ancora per qualche anno poi è sparito. Ce ne sono stati tanti di personaggi anziani che poi sono scomparsi, sicuramente me ne ricorderò pochissimi, personaggi anziani che praticamente hanno sempre vissuto ai Murazzi, che facevano un salto tutti i pomeriggi giù. Io sono uno di quelli che ha fatto molto vai e vieni: io sono stato sei mesi, anzi un anno a Londra, poi sono tornato, sono rimasto ai Murazzi per un anno o due, poi me ne sono riandato, ho fatto per sei mesi un altro lavoro, poi sono di nuovo tornato per due anni, io sono sempre andato e venuto, poi sono partito con Mao, io alla fine mi sono sparato dodici anni, però ogni tanto per un po’ scomparivo, mi sarò perso qualche anno così.

“Ma secondo te quando è stato il periodo in cui Giancarlo ha cominciato davvero a riempirsi?”

D. Secondo me il ‘94…

“Cioè un anno dopo che è stata aperta la sala per ballare”

D. Sì, ha fatto il botto tra il 1993 e il 1994, quando già tutti sapevano che era, che era stato rifatto. Sai che prima c’era per terra un altro pavimento, un pavimento da cucina anni ‘70, sulla parete dietro il bar c’era un enorme poster della Foster, della birra australiana, con una gigantografia della faccia di una tipa in primo piano, con due occhi azzurri grossi come due pizze, e una Foster che le schiumava dalla bocca, una cosa fantastica… Dall’89-90 fino al 93-94 ce ne stata di roba: non c’era la massa, ma c’era una varietà… Sono successe un sacco di cose. Ci sono da mettere dei paletti: fino al 91-92 c’era un accesso libero, tu entravi, quindi dentro c’era tutta una serie di persone, di ex pusher, tutta gente che da quando ha cominciato a esserci davvero gente abbiamo dovuto, per leggi sociali, tenere fuori.
Quindi la guerra si svolgeva dentro come fuori: non era un fortino in cui dentro succedeva di tutto e fuori anche ma erano due mondi separati. Prima questa barriera non c’era: entravano e poi se succedeva qualcosa bisognava buttarli fuori, era diverso, quindi poteva succedere che… innanzitutto si davano, e poi era comunque gente più spessa perché l’età media delle persone che frequentavano quel posto nei primi anni era molto più alta, era 40, e c’erano però anche molti ragazzini, che avevano 18 anni, ma non abbastanza per abbassare la media“

“Come descriveresti l’estrazione sociale di quegli anni?”

D. Era popolare nel vero senso della parola, quel popolare di chi era stato in galera, di chi aveva provato a fare l’artista e non c’era mai riuscito, di chi aveva fatto il barbone tutta la vita e ci stava benissimo perché nonostante che fosse un barbone da tutta una vita viveva in piazzetta Maria Teresa all’ultimo piano, come Ugo, famosissimo, tutta una serie di personaggi che poi sono poco alla volta scomparsi, Peppo, i suoi amici, che poi alcuni sono morti, altri sono partiti…

“La beat generation diciamo…”

D. Sì, chi il 1968 se lo è vissuto tutto in un altro modo rispetto a quello che ci vogliono far credere, tutta un’altra cosa… Ugo era un signore dal fisico, nonostante l’età e l’alcolismo, aitante, era un signore fidanzato con una ragazza che viene tutt’ora giù da noi, tutte le sere, era uno che immagino barbone per scelta, che aveva solo amici particolarmente altolocati, gente che non aveva nessun problema economico, non lo so se si fosse mai mangiato una fortuna, non credo, probabilmente con tutto il Four Roses che si beveva non gliene fregava un cazzo di come poteva essere la vita in un altro modo, quindi, però beveva e non pagava, e questo ti dà già l’idea di come fossero le cose. Tu gli DAVI, poi tanto o glielo pagava la sua fidanzata, all’epoca ventenne, che si faceva dare i soldi dal nonno, all’epoca ottantenne, per il Four Roses per il fidanzato, all’epoca quarantenne e barbone, oppure te lo chiedeva e tu alla fine glielo davi… come fai a non darglielo, non sei lì per fare soldi, capito… cioè sei lì anche per fare soldi, però te la stai anche godendo e sono proprio queste le cose che ti fanno godere, no, se no cazzo stai lì a fare…C’erano lui, un sacco di jazzisti e di non jazzisti, come i Carabetta, come Massimo ed Enzo. Enzo è mancato proprio lì, per un colpo ricevuto da un marocchino.

“Quella storia che lui aveva capito che il marocchino aveva insultato in arabo la sua ragazza?”

D. Lui era già molto minato nella salute, aveva mi sembra una cirrosi molto avanzata, però praticamente ha avuto una colluttazione con questo ragazzo lì fuori, legata a donne o a cose di questo genere, o a maleducazione, non so, e comunque alla fine dopo la colluttazione è andato in coma. Massimo lavora ancora adesso se non sbaglio con la musica, in una radio… Poi c’erano marocchini e tunisini molto diversi, che poi io ho frequentato anche al di fuori dei Murazzi: chi si è sposato con l’amica di una mia amica, e poi ha fatto un bambino e quindi dai Murazzi è passato a fare la manutenzione dei campi da golf alla Mandria, hai capito, per dire… chi purtroppo è andato alle Vallette per starci 4 o 5 anni, che non sono pochi, per poi rifarsi una vita, è gente che ancora adesso vive a Torino e lavora.

“La prima generazione di immigrati era diversa…”

D. C’era un rapporto diverso… gente che era venuta innanzitutto per cercare un lavoro e poi che ha dovuto ripiegare sul fuorilegge, ormai invece è saltato il primo gradino, vengono qui per… E’ stato un crescendo, nel 95-96 c’era una bella miscellanea tra extracomunitari e la città che scendeva, incuriosita, non c’era ancora la roba. Allora la usavano i più grandi, la usavano per i cazzi loro e non si facevano ai Murazzi, quindi non ci poteva essere per forza, era un giro completamente diverso, era gente che usava la roba da tutta la vita, la usa tutt’ora e quindi non crea disagi.

“Rispetto ai movimenti degli extracomunitari in città cosa è successo ai Murazzi. Per esempio, quando hanno cercato di spingere fuori da San Salvario lo spaccio è capitato qualcosa? O i Muri sono un mondo staccato?”

D. E’ una domanda che mi sono posto anch’io: io non ho mai collegato le due cose. Un ricambio di Porta Palazzo con un aumento di… è una cosa più quotidiana, te ne accorgi perché se a Porta Palazzo stanno facendo retate da qualche giorno per un mese c’è più gente ai Murazzi, però non sono cicli, giri che si spostano… I Murazzi sono pieni di spacciatori che sono a Porta Palazzo alle 11, che a mezzanotte e mezza sono ai Murazzi e poi vanno ancora in un altro posto, all’una a Porta Nuova. E’ vero che c’è una specie di famiglia, che sono sempre gli stessi… Io mi ricordo un’intervista di Raitre. Fui intervistato da Raitre una sera, dopo un casino che era successo, l’ennesimo casino sui Murazzi, e alla domanda – questa è l’unica intervista che ho fatto in vita mia e questa è l’unica risposta che ho dato – “qual è il vostro rapporto – il mio e quello delle persone che come me lavoravano ai Murazzi – con le forze dell’ordine ricordo benissimo che risposi, e l’hanno mandato in onda su Raitre in prima serata: “Guarda che noi non abbiamo nessun rapporto con le forze dell’ordine: io non so nemmeno dove sono, chi sono. Io non ne ho di rapporti con le forze dell’ordine, né brutti né belli.” Il questore aveva risposto con un “non è vero, noi giù siamo presenti, noi ci veniamo sempre”. In effetti ci sono stati degli anni, e devo dire che i peggiori sono stati gli ultimi, in cui c’era la gente per terra insanguinata e io chiamavo i carabinieri, la polizia e l’esercito della salvezza non veniva un cazzo di nessuno, potevo chiamarli anche venti volte, potevo fare il 113, 112, il 118 non veniva giù nessuno. Era il 1997-98, più o meno. Sono stati degli anni impressionanti: l’inverno del 97, in cui praticamente venivi giù ed eri sistematicamente rapinato, massacrato.

“E tu non lo colleghi con San Salvario”

D. Io a San salvario ci ho abitato, dal 1992-3 fino al 1999, in via Baretti, e non mi sono accorto di un cazzo di quello che è successo a San Salvario, ti giuro, di niente. Era l’Eden in confronto ai Murazzi, il paradiso terrestre, potevi lasciare giù tuo figlio per la strada tutta la notte senza preoccupartene: c’erano i neri che vendevano cocaina che non davano fastidio a nessuno se non alle madamine cui dava fastidio averi sotto casa, perché urlavano tra di loro e magari si davano qualche coltellata ogni tanto fra di loro, i nigeriani, però: non c’era quel regime del terrore che c’è stato ai Murazzi per un anno, per il quale tu dovevi lasciare tutto a casa, e se ti davi un appuntamento con la fidanzata andavi in paranoia perché doveva venire ai Murazzi da sola. Non c’era quella sorta di… sembrava di essere in Sudafrica e non a Torino, a San Salvario non si è mai vista una cosa del genere, non esiste una zona a Torino, in cui è successo quello, non sembrava di essere in città non sembrava di essere in Occidente, sembrava di essere a Lagos.

“Aneddoti sulla bohème, sui costumi liberi e lascivi della repubblica dei Murazzi?”

D. Beh, quando parliamo di boom è perché se ne sono accorti i giovani, è cominciata ad arrivare gente dall’Università, dalla collina, prima l’unico che veniva dalla collina era Agnelli, poi quando non è più venuto lui sono venuti tutti gli altri, fino al 1990 arrivavano gli Agnelli. Io non ero così fuso come sembrava, ci stavo molto più dentro, per gli altri, per chi veniva per tutte le sere per anni e ci vedeva lì, a vivere tutte le notti così, a litigare, a servire da bere, a fare di tutto pensavano che fossimo i più fusi del mondo. Questi qua chissà che cazzo fanno, pensavano, e ci facevamo un culo così, dio bono, è vero che poi venendo a contatto con tutto le vivi, tutte le cose le vivi, ma alla fine devi sempre tornare un pezzettino indietro, perché se no ti scappa dalle mani. Tutt’ora, quando c’è tanta tantissima gente ai Murazzi, che scoppia, io, io sono preoccupato, cioè non riesco a essere sereno, un po’ sono preoccupato… come quando c’è troppa gente nel tuo salotto, magari ti bruciano il tappeto. Comunque è uno scopatoio quel posto. Là dentro io ho visto fare sesso davanti a centinaia di persone, sesso esplicito davanti a 100, 150 persone, sul soppalco, con tutta la gente che batteva le mani. Una volta ci sono stati due che, in piena serata, col locale zeppo così, avevano messo due panche una davanti all’altra, di fronte, e poi si sono spogliati, e a avevano messo tutti i vestiti per bene sulla panca, così, i pantaloni, le scarpette di fianco, e vai… totali. Io che naturalmente non ce l’avrei mai fatta di andare a dirgli: ma dai, ragazzi, per favore… allora mandavo Davide. Perché lui non guarda in faccia nessuno, è un uomo tutto d’un pezzo. E questi due, con l’aria innocente, si sì, adesso… Ho visto perdere tutte le inibizioni là sotto, però immagino che succeda in tanti altri posti. Io non sono un frequentatore di mega discoteche, però… nelle discoteche la gente si lascia andare perché… son pieni e allora giù, ai Murazzi si lasciano andare anche quando non sono particolarmente fusi. Quando tu ti trovi in mezzo a gente che svacca, cosa fai? Dai, dopo un po’ svacchi anche tu, non puoi continuare a fare il sostenuto in un posto dove svaccano tutti, te ne vai perché ti annoi, ma se rimani… in bagno ho visto l’uomo nel suo stato brado, dio mio, non sono solo gli aneddoti estremi che fanno… io sono convinto che in tanti megalocali succedano cose ancora più assurde. Per ovvi motivi: innanzitutto per la quantità di gente, poi perché girano più soldi… quello che può contraddistinguere Giancarlo è la continuità. Non è una questione di serate, non è una questione che un anno va e poi no, lì è un po’ come… tutte le sere, per 10 anni. Magari ci sono stati dei periodi in cui venire giù era troppo pericoloso, ma poi alla fine la gente c’è sempre stata. Fare un’analisi su un arco di tempo così… Posso dire una cosa: che si sono state un sacco di ragazzi-ragazze e un sacco di ragazze-ragazzi, ai Murazzi, perché è un posto che ti fa venire voglia… non è mai stato ambiguo a tal punto da attirare a un certo tipo di persone, c’è stato qualcuno ma rispetto alla quantità di persone trascurabile… per essere veramente troie giù basta essere donne, non c’è bisogno di essere trans, per non aver pudore giù basta essere donne, la stessa cosa vale per quei barbari che vengono normalmente e sono degli uomini.

“Nonostante l’atmosfera da baccaglio feroce le ragazze non hanno mai smesso di venire giù”

D. Pazzesco: è una cosa che non sono mai riuscito a capire. Ultimamente ai Muri c’erano serate in cui spesso c’erano più donne che uomini, e tutt’altro che scarti degli altri locali. Vai sapere quel è il motivo… forse ai Murazzi se sei una bella gnocca chi ti rompe i coglioni o è veramente l’ultimo degli ultimi degli ultimi degli ultimi tamarri, e quindi non lo sente neppure, dal suo punto di vista, oppure è una persona probabilmente interessante e allora hai fatto bene a venirci, dal punto di vista femminile: è difficile che trovi il coglione medio.

“L’impressione generale è che come si sta da Giancarlo sia anche dovuto a questo clima di apparente libertà, di mancanza di controllo, che poi quando doveva esserci in realtà c’era”

D. Questo è il punto. Questo è il punto. Secondo me sì: è un po’ quando ti giri che succede qualcosa di fantastico e tu ti sei appena girato, oppure come quando guardi la partita, rispondi a tua moglie e segnano, ecco è sempre così. Le cose più fighe succedono sempre quando nessuno ci fa caso. E visto che è così, che giù nessuno ci fa caso, che nessuno fa caso a nessuno, che non si vede, che siamo sotto il livello cittadino, che o ci vai o non ci vai, e poi di notte, figurati, se proprio deve succedere qualcosa a Torino è meglio che succeda ai Murazzi, che così non se ne accorge nessuno, allora… boh, io… è una cosa… è come se non ci fossero, potrebbe essere ovunque, poi il fatto che siano a Torino è indicativo, ma…

“Tante volte si sente dire: ma tanto quello è un posto che di giorno non esiste…”

D. Io qui spenderei due parole: io, Andrej, T., Giancarlo più di tutti e poi tanti altri, abbiamo passato la vita di pomeriggio ai Murazzi, tutti i santi giorni, da dopo pranzo alle sei, sette di sera, sempre, e lo faccio ancora praticamente adesso. E’ aperto, magari c’è qualcuno che fa le pulizie, ma è aperto, e tutti personaggi più interessanti della sera sono sempre passati anche al pomeriggio, la curiosità di vivere questo posti anche al di fuori del momento. E poi i Murazzi sono quello che sono perché sono fatti come sono fatti, non è che… non ti sembra neppure di essere a Torino. Perché c’è il fume, perché davanti a te c’è solo verde, le colline irlandesi, il monte dei cappuccini, non passano le macchine, è un sogno, non è possibile che sia a Torino, che puoi metterti in acqua se vuoi, che puoi tenere la musica a palla, uscire a farti una canna… sei nel posto più bello di Torino e fai quel che cazzo vuoi! Diciamo che è poi molto facile rovinare questa atmosfera, ma crearla non è così difficile, visto che sei in un posto così bello.

“Ma allora scusa: un posto bello così , fatto così, qualcuno ci avrà voluto mettere le mani sopra…”

D.: Ci hanno provato continuamente. Continuità: le stesse persone nello stesso posto. Cioè: se tu riesci a dare una storia, un posto di per sé non vuol dire niente, a parte il fatto che i Murazzi stanno lì e sono il posto più bello di Torino, quello che ha probabilmente dato lustro a quel posto è il fatto che ci siamo sempre stati noi, perché nel momento in cui ci fosse stato un qualsiasi cambio evidente di gestione, di faccia anche, di modi di fare verso le persone.

T.: nel momento in cui cambia la clientela si azzera tutta la storia. E un posto che ha un anno è un posto che non è niente.

“Vi hanno fatto delle offerte per rilevare Giancarlo?”

D.: Sì, ma i circoli non si possono vendere per statuto: o chiude, e allora si forma un altro direttivo con un altro presidente e allora riapre sotto un’altra… comunque non le abbiamo mai prese in considerazione, neppure per un attimo.

T.: I Murazzi li devi amare.

“Giancarlo a quanta gente da da lavorare?”

D.: D’estate a 10 persone, d’inverno sei o sette. Anche lì, anche questo è importante, anche le persone che ci lavorano lo fanno da tantissimo tempo, anche loro a fasi alterne, magari qualcuno ha mollato per un anno a due perché non ce la faceva più a lavorare di notte, poi però è tornato; Tatiana, che c’è adesso, lavorava lì nel 1988. Non riuscirebbe a lavorare in un altro locale, o fa altro o lavora lì. Non è gente che fa il barista, lo fa perché è innamorata di quel posto.

T.: l’altra settimana abbiamo chiuso alle sei e mezza, sono uscito fuori per andare a pisciare nel fiume, c’era quest’alba e dicevi cazzo, ma lavoro proprio in un bel posto, porca puttana, e lavori proprio in un bel posto, quest’alba che cresce, blu, rossa, gialla, ma che figo è!

D.: cercando di rimanere obiettivi uno dei motivi è proprio la continuità, anche per me è la stessa cosa, anch’io vedo sempre le stesse facce. Da sollievo, mi piace, non mi reputo un operatore del settore, ma neanche tanto così. Ma che mestiere faccio, poi io? Per esempio, il Dj, da Giancarlo non esiste, la musica la metti, la mette un po’ chi vuole, la mettono sempre bene, non c’è la lavagnetta dove segni il tuo nome e quel giorno tocca a te, c’è una cerchia di persone che viene e mette la musica.T.: Stare lì, l’acqua del fiume, il fiume…

“Violenza?”

D.: io sono sempre stato più spettatore, T. per esempio è stato più al centro del ring, proprio sotto i colpi, T. di situazioni ne ha viste veramente tante, almeno quanti punti ha preso.

“Ricordi la sera del machete?”

D.: Il machete non è stato un episodio, è stata una moda, un po’ come la minigonna, i pantaloni con la toppa nel culo, per un po’ c’è stato il machete. Quando ci sono le bancarelle degli abusivi, in mezzo alle borse, lo portano lì, quindi quando succede qualcosa vanno subito a prenderlo. Qualche tempo fa d’estate avevamo trovato una pistola nascosta proprio sotto il vaso del dehor, pronta all’evenienza; stavano preparando qualcosa e così avevano messo a posto tutto, così improvvisamente spunta una pistola, non sai da dove arriva, chi ce l’aveva, e dove è finita. E’ perfetto. Poi c’è stata la moda dell’acido. Andavano in giro con le bottiglie di acido e se le lanciavano addosso. Ce n’era uno, che secondo me è quello che ha lanciato la moda e che noi chiamavamo appunto faccia bruciata, niki lauda eccetera il quale era stato, almeno così diceva poi io non so se fosse vero o meno, era stato vittima di un regolamento di conti tra mafia e marocchini e gli avevano versato una bottiglia di acido in faccia e quindi aveva tutta una parte del viso, questa qua, quasi sciolta, senza un occhio. Andava in giro e terrorizzava naturalmente tutti: infatti poteva fare quello che voleva, è incredibile l’impunità di cui ha goduto per mesi e mesi, perché… perché cazzo gli dovevi dire? Poi.. violento, non si faceva nessun problema nessuno scrupolo. Oh, incredibile: è stato sei mesi ai Murazzi e ha fatto quello che ha voluto, poi appena è tornato in Marocco nel giro di tre giorni l’han messo dentro e gli hanno dato dieci anni alla prima cagata che si è fatto, è ancora dentro. All’inizio, nei primi anni ottanta… ma per esempio, parliamo dei novanta, una decina di anni fa… c’era stato un regolamento… era andata più o meno così: una serie di ragazzi, ragazzotti di qua si erano presi un pacco da qualcuno che stava sopra, su corso Cairoli, che cosa è successo? Verso le 4 o 5 del mattino sono arrivate due macchine piene di gente, cinque e cinque, che sono entrati da Giancarlo, hanno cominciato a tirare bottiglie da tutte le parti distruggendo tutto, poi ne hanno preso uno, all’epoca qualcuno che entrava c’era ancora, lo hanno tirato fuori e gli hanno spaccato la testa, subito, lì per terra, poi sono rientrati per cercare gli altri, e a quel punto io e Andrei ci eravamo piazzati come filtro sulla porta per evitare che ci fosse troppo casino, e quindi cercavamo di chiudere la porta. Questi hanno preso una panca, una di quelle panche che ci sono lì fuori d’estate e l’hanno usata come ariete in cinque per sfondare la porta. Boom, boom, poi tiravano le bottiglie contro la porta, c’erano tutte le ragazze dietro il bancone, una scena da Far West, gene che urlva, bottiglie che scoppiavano. poi a un certo punto questi qua hanno preso, sono scappati, dopo una mezzoretta saranno arrivate quindici volanti della polizia, ma non c’era più nessuno, l’unico che rimaneva era questo qui a cui avevano rotto la testa per terra. Per dire, è una cosa che… se ci pensi… ce ne sono di divertenti. Ovviamente spesso queste cose sono tragicomiche perché la maggior parte degli episodi di violenza ai Murazzi sono causati da gente fusa, quando sei fuso puoi anche essere violento, ma qualche cazzata che succede, vista col senno di poi può anche essere molto divertente. Quindi che ne so, in mezzo a tutta questa baraonda di prima mi ricordo di uno che mi è venuto addosso con una bottiglia cercando di colpirmi, ma con una bottiglia di acua panna, con una bottiglia di plastica. Ora ti pare… c’è il putiferio, c’è sangue, ti viene addosso uno con una bottiglia di acqua panna… è una dimensione…

“Personaggi particolari, come il Principe?!

Posso solo darti delle belle notizie sul Principe, sta benissimo, è in forma smagliante, vestito bene come al solito, è tornato quello che è sempre stato, cioé una persona di grande dignità. Se penso alla vita che ha fatto per tre anni, cinque anni. Questo qua faceva lo sbirro in Marocco, poi è venuto qui e ha passato cinque anni di fronte alla nostra porta, ma proprio davanti, a parlare come poteva parlare Salvatore nel nome della rosa.

T.: io cercavo ogni tanto di parlare con lui in francese… era sempre vestito bene ma con le gambe completamente marce, sempre fasciate, un uomo bellissimo, alto, un metro e novantacinque, dall’età indefinibile. Che però non riusciva più a stare in piedi.

D.: Tra gli scontri, quelli che sicuramente mi hanno lasciato un pochino più interdetto sono sicuramente quelli tra italiani. Una serie di buttafuori di altri locali, e poi stilettate a centinaia, la stilettata è tipica della prigione, per cui passi vicino alla porta e dai una spallata e intanto ti infilo tanto così di cacciavite tra le coste. Il periodo peggiore è stato dal 1995, 96 al 1998. Splatter splatter, machete e acido. Hai presente i gladiatori con la spada e la rete? Loro avevano il machete e l’acido, quindi la mossa era acido, in modo che indietreggi, oppure se ti tocca inizia a bruciare ad andare nel panico, e poi machetata a seguire.

T.: la cosa più sconvolgente è che per due anni, il marocchino più cattivo che abbia mai visto, il faccia bruciata che dicevamo prima, per due anni ha fatto il cattivo e bel tempo… tirava acido, coltellate, ha ammazzato persone… però di noi aveva abbastanza stima. Quando arrivava e voleva picchiare qualcuno e io mi mettevo di mezzo si fermavano, non si sa perché…

D.: perché ci abbiamo un santo!

“Forze dell’ordine?”

T.: Non esistevano, in quegli anni lì… Nel 96-98 non esisteva nessuno.

D.: anche soltanto l’anno scorso, gli ultimi colpi di machete che abbiam visto… io alla porta, a un certo punto vedo partire uno che scappa verso la porta di Giancarlo, cerca di buttarsi dentro…

T.: io lo respingo

D.: in quel momento ne arrivano due, uno col machete il quale non cerca di colpirlo a caso, ma la prima cosa che gli fa è una machetata qua, dietro al agamba dietro il ginocchio, in modo da accasciarlo a terra, in modo da poterlo finire poi. Questo qua è riuscito a trascinarsi dentro…

T.: L’ho fatto entrare, che dovevo fare…

D.: dentro la sala c’era gente, c’era casino.

T.: tutto succede perché io vedo dieci ragazzini buttarsi dentro i bidoni a prendere delle bottiglie, ma tante bottiglie, è la preparazione, vado fuori e dico a tutti dentro. Dopo due minuti arrivano questi due marocchini, uno gigantesco l’altro meno che mi hanno poi detto che li hanno giustiziati perché questi facevano i furbi con i bambini, picchiavano i bambini, li derubavano dei soldi. Giustiziati nel senso che gli hanno fatto proprio male, non so neppure come facciano ad essere ancora vivi, il primo lo hanno preso a colpi di machete e bottigliate proprio sulla porta di Giancarlo, che sul selciato c’erano almeno quattro litri di sangue, io una cosa così non la avevo mai vista, apetto da tutte le parti, prendi questi ragazzini che avevano tutti dei coltellazzi pazzeschi e ci davano, l’altro è riuscito a trascinarsi dentro, dicevamo, con una machetata sulla gamba e poi un’altra che gli arriva sulla testa. Intanto io prendo due di questi bambini, con dei coltellazzi così, questi si girano, mi vedono, io vedo i coltelli e dico: Cazzo, che sto facendo? Sono scappati. Quello dentro poi lo ha portato via l’ambulanza.

D.: Il problema qual è? Nel momento in cui il tipo che si è preso la machetata si rifugia dentro, il problema non è lui che, poveraccio, sta morendo. Il problema è quello che lo segue, che se entra col machete da Giancarlo nella sala dove tutti ballano anche nel momento in cui fa così ne ammazza uno, poi mentre fa così ne taglia altri cinque prima di raggiungere… quindi il problema è tenerlo fuori.

T.: una volta, in questi anni caldi ci intervista una troupe della Rai, vengono per intervistarci per i mestieri della notte, intervistano me e lui sulla porta bla bla bla bla, mentre ci intervistano vedi arrivare un marocchino che non aveva più un centimetro di pelle sana…

D.: una maschera di sangue, sembrava lo avessero sbranato…

T.: completamente tagliato, cerca di entrare dentro, io gli do un calcio perché mi dico ma che fa, è pazzo questo che vuole entrare così, quello della telecamera si rifugia dentro Giancarlo con tutta la troupe della Rai, e arrivano cinquanta marocchini, lo iniziano a prendere a calci, ci mettiamo di mezzo D., io e Giancarlo, e questi prendono i calcinaci che ci sono in tutti i vasi da fiori dei locali e cominciano a tiragli, a lapidarlo. Ci siamo proprio dovuti mettere in mezzo noi.

D.: non sapevano più cosa dire. Hanno cominciato a telefonare: veniteci a prendere, portateci via…

T.: si sono fatti venire a prendere, poi è arrivata – dopo quarantacinque minuti! – l’ambulanza a portare via sto poveretto. Morale della favola: chi hanno portato dentro per accertamenti? Me e Giancarlo perché gli avevamo detto che erano stati dei coglioni a venire un’ora dopo.

D.: la scena che si è presentata a questi qua con la telecamera è stata di questo qua, appoggiato alla porta, perché noi avevamo chiuso dentro tutti ed eravamo rimasti solo noi fuori, questo qua appoggiato alla porta con tutto il suo sangue per terra, e questi con la telecamera non sapevano più che cazzo fare… questi erano venuti per farmi delle domande come: ma lei non dorme mai? bella la vita di notte, un sacco di sballati…

T.: ma poi in quel periodo c’era di tutto, gente che si drogava sulla porta, sulla mia macchina, nel locale di fianco c’era una vetrata che era a specchio, tutti lì in fila che si bucavano.

D.: c’era una processione di ambulanze, non finivano più iniziavano alle dieci e finivano alle sei di mattina. Era l’anno in cui i marocchini si erano occupati un’arcata e si erano fatti uno sportellino, tutti lì in fila, coca, nel pomeriggio ai Murazzi c’erano tipo cinquanta marocchini con la loro sporta di roba, la carta telefonica che facevano la dose… e c’era la fila per ogni marocchino. E nessuno diceva un cazzo. Hanno fatto poi le riprese quelli lì di Videogruppo, e poi c’è stato lo scandalo, se no tranquillo.

T.: abbiamo visto una battaglia fra neri e marocchini, tra nigeriani e marocchini… che io una cosa così non l’ho mai vista…

D.: si tenevano le budella con le mani.

T.: ’sti dieci nigeriani a torso nudo, col pantalone, scalzi, con delle lame così che prendevano questi marocchini e li tagliavano, saltavano sulle macchine come delle gazzelle, delle cose, guarda… che uno dice: stai dicendo cazzate, ma è la pura verità.

D.: Chiaramente nello stesso identico periodo il giorno dopo se io avevo la moto giù prendevo la multa dal vigile e dovevi cioccare due ore per spiegargli che stai lavorando, ma guardi che non si può scendere con la moto! E poi ti ricordi di quella volta in cui hanno dato fuoco alle macchine? Nel 94. C’è stato uno scontro, hanno dato fuoco alle macchine, una è finita nel fiume. Uno scontro tra qualche buttafuori del cazzo di qualche locale di fianco e i marocchini, poi qualche cazzotti, poi cose brutte, coltellate e poi le molotov che hanno dato fuoco alle macchine.

“Scontri con le forze dell’ordine?”

D.: io qualcuno l’ho visto… con la moda del machete per un po’ c’è stata anche la moda della retata. Arrivavano a una certa ora tipo mezzanotte, con una furgonetta da una parte e dall’altra, scendevano, a forbice e li chiudevano in mezzo. E NOI siamo in mezzo. La tecnica era questa: scendevano in un sacco di poliziotti, anche in borghese e mazzate a destra e sinistra, poi se li portavano via… nei primi anni novanta lo facevano spesso, poi hanno smesso… Nel 1998 sono scesi quelli incappucciati: un fantomatico commando di imbecilli, esasperati, era sceso coi bastoni per picchiare tutti, gente che lo aveva già fatto da qualche altra parte, non so dove ma so che lo aveva già fatto, una cosa così, niente preparata, che i giornalisti hanno poi spacciato per nazi-skin che a Torino non si vedono da chissà quanto, che sono scesi e l’unica persona che poi hanno picchiato è un ragazzo di colore di cittadinanza francese che lavorava all’Alcatraz, l’hanno massacrato…

“La clientela, in quegli anni pesi…”

T.: Esiste uno zoccolo duro che non molla mai. Anche durante le guerre puniche la gente veniva, ma molto di meno, arrivava tardi, piena, quando vale todos, però sarebbe bello aver avuto dei filmati di queste cose qui per far capire veramente che cazzo succedeva. Perché per l’extracomunitario, l’affronto lo sbaglio… loro si finiscono, per una cosa così si finiscono. Io ho visto cercare di tagliare la gola a uno, non i due pugni, no, loro proprio ti devono ammazzare.

“Ma durante la giornata, per la città, ti capita di incontrare queste persone?”

T.: io sempre, a me ultimamente uno mi minacciava continuamente, ci vediamo, ci vediamo, mi avranno minacciato di morte almeno seimila volte… non le conto più. Ne abbiamo almeno due o tre a settimana, non è perché io sono 140 chili che faccio il fenomeno: li devi assecondare, perché se non li assecondi oro hanno proprio la testa per cui farebbero tutto per avere una lite, ma in sei anni avrò litigato con loro quattro volte, perché non puoi, perché se no ti si fanno. In questi anni abbiamo lavorato molto di più ad entrare in rapporto coin tutto ciò che non a litigare. Negli anni bui si formavano proprio le squadrette a nostro favore. Arrivava un marocchino che non conoscevamo, che ci rompeva le palle, bastava uno sguardo che ne arrivavano altri cinque o sei che se lo portavano via.

D.: Tu lì sei un bersaglio, sempre. Non è che te la puoi giocare che questa sera ti hanno fatto veramente incazzare e allora gliele dai. Quello magari si fa anche un mese di ospedale ma poi esce, e tu sei lì, e hai una balaustra a dieci metri sulla testa da cui ti possono tirare giù anche una macchina, mentre tu te le stai lì tranquillo a fumare una sigaretta. Se lo fai lo paghi. Perdere la calma è la sconfitta, sempre. Nel momento in cui la perdi già lo sai che questo giro è andata male. E quindi cerchi di farlo il meno possibile. E poi normalmente sono talmente incazzati gli altri che essere più incazzati è difficilissimo. E poi sono tutti più pieni di te.

“E gli altri locali come se la passavano?”

Ma d’inverno non c’è nessuno. Dopo un po’ chiudono. D’estate è diverso: non fanno che confermare
quello che noi diciamo da sempre. più gente fai venire ai Murazzi più tranquillo è: non è cercando di non far venire nessuno che il posto diventa più tranquillo, i blocchi della polizia, per anni controllavano i documenti sulle scale… meno gente c’è peggio è. Per esempio per un certo periodo le bariste non scendevano, dovevamo andarle a prendere di sopra. perché se no quei duecento metri erano fatali. Fatali. Le scale erano impraticabili, c’erano trenta marocchini che ti rubavano, ti toccavano, facevano di tutto. Una zona franca dove valeva tutto.

“E’ stata resa zona franca o lo è diventata?”

T.: Lo hanno permesso: i Murazzi sono sotto la strada, ti metti in piazza Vittorio e vedi qualcosa? No. Non vedi un cazzo ma è tutto la sotto. I Murazzi come discarica anche per i problemi di quartieri come San Salvario, che diventano un caso e su cui bisogna intervenire, e allora tutto giù, insieme alla melma.

D.: Gli stessi che non rispondono al 113 quando li chiami.

“Personaggi? Come mai in posto dove ci si macella dal mattino alla sera incontri Silvio Orlando, Vinicio Capossela…”

T.: Positività di quel posto, forse. O perché non ci si macella dal mattino alla sera, e forse se la gente non si macellasse così ne sarebbero venuti molti di più. Nel 1997, in quegli anni difficili, era venuto anche Guccini. Giancarlo è un’istituzione, e poi avendo avuto il Centralino conosce tutti.

D.: poi ci sono le cose divertenti, come quello che esce per pisciare nel fiume e ci cade.

T.: o quello che esce, bello pieno, inforca la bici e se ne va dritto nel fiume e tu lo devi andare a tirare fuori. E quella delle paperelle: una che si voleva suicidare con le paperelle, con le paperelle del fiume, siamo andati a salvarla. O Margherita, che sale sul motorino fatta come una merda, parte e si butta nel fiume, apposta, al che la pigliamo, la tiriamo su, e le era rimasto uno zoccolo dentro al fiume e: “Cazzo il mio zoccolo!” e bum, si butta a riprendersi lo zoccolo, o come il marocchino che fa i panini lì davanti che quando è troppo pieno e da in escandescenze si butta nel fiume per calmarsi.

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Torino. Piove. Esondo. Tracimo. Straripo. We need another hero, altro che Mad Max! Meglio Ozzy o Michael?

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Visto che il tema della Fiera è la bellezza e che il tempo per scrivere è poco se non nulla, ecco almeno un bel video:

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